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Retroscena

Zu Mantua...

Al Festival della Letteratura quest'anno si è parlato molto della necessità di dare spazio al 'lato in ombra della storia'. Un tema estremamente attuale in Alto Adige.
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La diciottesima edizione del Festival della letteratura di Mantova si è conclusa, domenica 7 settembre, con un successo di pubblico e di interesse verso gli autori e i libri presentati del tutto in controtendenza rispetto alla crisi dell'industria editoriale in Italia. Cinque giorni densi di incontri, dibattiti, confronti senza la presenza, quest'anno, di grandi firme dell'industria letteraria internazionale, ma con una miriade di ospiti in arrivo un po' da tutto il mondo per parlare delle loro opere, ma anche della realtà che rappresentano e che ci circonda.

A Mantova si è parlato di letteratura e di romanzi, ma anche di filosofia e di storia. In quest'ultimo filone può essere collocato il dibattito che si è svolto l'ultimo giorno di apertura del Festival e che ha visto confrontarsi due tra gli storici italiani più impegnati sul fronte di una revisione critica delle tante verità istituzionali e  assodate che ancora sostengono le barcollanti conoscenze comuni del nostro più recente passato. Mimmo Franzinelli si occupa da anni dell'analisi dell'era fascista e del secondo dopoguerra e in tempi recenti ha pubblicato due volumi nei quali, con un garbato puntiglio ma senza nessuna condiscendenza, smonta irrimediabilmente la vicenda dei falsi diari di Mussolini recentemente riproposti da un'illustre casa editrice per volontà dell'ex senatore Marcello Dell'Utri  e quella delle altrettanto false lettere di Alcide de Gasperi agli alleati per chiedere, nel 1944, il bombardamento di Roma. Marcello Flores, autore di una corposa e coinvolgente "Storia del 900" si è a lungo impegnato nell'analisi dei genocidi e dei massacri di massa che punteggiano la storia del cosiddetto secolo breve.

Nel dibattito si è parlato ripetutamente del rischio che il consolidarsi progressivo della cosiddetta verità storica condivisa, possa pericolosamente cristallizzare la lettura del passato in una sorta di lettura ufficiale degli avvenimenti accaduti, che, nel tentativo di accontentare una maggioranza o di evitare sgradevoli evidenze, finisce per cancellare una parte della realtà o, a volte, per capovolgerla del tutto.

È stato citato tra i molti il caso, eclatante, di una vicenda che tutti i bambini italiani hanno appreso come verità indiscutibile sui banchi di scuola. È la storia dell'eroico mutilato Enrico Toti, che, durante la grande guerra, muore lanciando come estremo gesto di spregio la sua stampella verso il nemico. Ebbene, si è detto, lo storico che con umiltà e pazienza  ha ricostruito una verità molto diversa si è trovato di fronte al rifiuto più totale. La verità, gli si è opposto, è quella ufficiale che tutti conoscono e condividono.

La questione non è di poco conto neppure nella nostra realtà altoatesina. Qui, addirittura, si invoca come strumento di concordia e pacificazione tra i gruppi la costruzione di una verità storica condivisa, ufficiale, con il timbro, magari, dell'autorità, che faccia giustizia della secolare contrapposizione tra le opposte letture delle vicende storiche. Lo scopo è lodevole ma verrebbe da dire, con Franzinelli e Flores, che l'insidia è maggiore dei possibili vantaggi. L'Alto Adige è una delle realtà nelle quali, ancor meno che altrove, si sono fatti i conti con la storia. La necessità, per gli uni e per gli altri, di mantenere le posizioni nel conflitto etnico ha sicuramente impedito, con l'esercizio di una sana autocritica, di far luce in quello che, nel dibattito di Mantova, è stato definito il lato in ombra della storia. E se, mandati in pensione gli storici militanti che hanno imperversato per un secolo, oggi nuove e giovani forze della storiografia italiana e tedesca si presentano con lavori improntati finalmente ad un approccio meno fazioso e più aderente alla realtà dei documenti che vengono man mano alla luce, queste nuove verità stentano moltissimo a passare nella conoscenza e nella coscienza collettive.

Le polemiche di questi giorni sulla manifestazione commemorativa di Luis  Amplatz, ne sono la testimonianza inequivocabile.
Non è dunque, e forse non sarà mai, il tempo di verità storiche condivise in Alto Adige. Quel che serve, come del resto hanno affermato a Mantova Flores e Franzinelli parlando della situazione italiana, è uno sforzo ancora maggiore per inseguire la realtà storica, lavorando con coscienza e umiltà sui testi e sui documenti, senza riguardo alcuno per le verità ufficiali e conclamate.

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