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FUTURO

Tu, che futuro vorresti?

Gru, accoglienza e prospettive future che non passano per le torri di Babele.
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Generations.jpg, per Joebin Caoile

Si sono alzate le gru. Passando per La Villa provo a contarle e solo con la coda dell’occhio ne vedo una decina, il collo lungo e giallo che spunta sopra i tetti e si innalza verso il cielo azzurro intenso, di queste meravigliose giornate autunnali. È finita la stagione e ci si prepara a “migliorare” ancora l’accoglienza, dove migliorare non vuol dire meglio, ma di più. E così mi chiedo: sono tutte torri di Babele, quelle che stiamo costruendo? Sempre più grandi, sempre più alte, un eterno cantiere, un affanno che sembra non finire mai? E se poi è troppo poco? E se poi è troppo tardi?  E via da capo. Sisifo che spinge la sua pietra, una fatica immane fine a se stessa.

E mentre gli uni corrono da un cantiere all’altro nel nome dell’accoglienza, gli altri a La Villa dicono di no ad accogliere 4 profughi per paura di radicalizzazione islamica. A Corvara i profughi da mo’ non si vogliono vedere, potrebbero intaccare la bella immagine, e nella scuola di mio figlio ci si chiede se davvero è necessario ripetere anche quest’anno l’attività del progetto solidale. Sembrano fatti distinti tra di loro, che io invece trovo uniti da un comun denominatore: il timore, la paura. Osservando il nostro via vai quotidiano trovo una similitudine molto lampante: siamo come degli animali prima di una tempesta che corrono ai ripari, ognuno al sicuro nella propria tana, dopo aver fatto una scorta bella ampia, prima che incomba il grande diluvio. Ma cos’è che ci fa sentire così vulnerabili? Da cosa stiamo cercando di proteggerci?

Globalmente, stiamo vivendo un momento di forte cambiamento, i vecchi principi, i capi saldi su cui si è costruito per decenni ormai stanno vacillando ed è sempre più chiaro che o si rallenta il passo, o prima o poi si inciamperà dannatamente forte. Per molto tempo abbiamo pensato di essere su un’isola sicura, isolandoci nel nostro benessere, evitando il confronto con un’immagine olistica delle cose. Noi e “gli altri”. Noi fortunati e loro sfortunati. Noi sviluppati e loro in via di sviluppo. Una distinzione continua, un mantra. Eppure se c’è una cosa a cui nulla è mai riuscito a resistere, allora è proprio l’evoluzione della storia. Possiamo isolarci quanto vogliamo, possiamo cercare di fermarla, di fare un fermo immagine, riuscendoci anche per un bel po’, ma prima o poi l’onda della storia che si muove trascinerà anche noi - e per fortuna! -. Inizialmente ogni cambiamento fa paura, ci costringe a lasciare la comfort-zone, ci costringe a salpare per mari aperti. “Per molte persone il futuro è qualcosa di minaccioso, non è qualcosa che si può sviluppare in modo positivo.”, dice il sociologo tedesco Heinz Bude.

Ci manca l’immaginazione. Non riusciamo a vedere più in là del nostro naso, a leggere il presente per prevedere il futuro. A sognarlo. A plasmarlo. Siamo troppo focalizzati sulle migliorie alla nostra prestazione, sfruttare al meglio le risorse finché durano, sembra essere lo scopo supremo. Siamo troppo indaffarati a costruire la nostra torre di babele. Non riusciamo a cogliere il messaggio che ci sta passando il presente. Muniti di paraocchi giorno per giorno ci accingiamo in questa assurda corsa sisifea: ancora di più, ancora di più, ancora di più.

Riportando il discorso in valle, mentre sto bevendo il caffè con la mia collega la domanda mi viene spontanea: “Ma davvero non riusciamo a renderci conto che se continuiamo così, prima o poi qui sarà pieno di grandi alberghi e vuoto di valori?” Lei mi guarda e con pacato realismo mi conferma ciò che pochi giorni prima ho sentito dire a Heinz Bude: “Elide, la maggior parte delle persone non riesce a vedere tanto in là, non riesce a immaginarsi neanche ciò che accadrà in un anno, figuriamoci se riesce a pensare a come sarà tra dieci anni!” Ragioniamo di stagione in stagione, piscina nuova, camere più grandi, giù con la torre troppo kitsch e su con lo stile minimalista che va tanto di moda. Marketing di qua o marketing di là? Numeri su o numeri giù? Ci facciamo trascinare dal momento e ci isoliamo di fronte a riflessioni più impegnative, non ci piacciono le domande troppo difficili, quelle che cercano la risposta in un cambiamento interiore, quelle che creano il formicolio alla testa e al cuore da quanto sono importanti. Ed è proprio per questo motivo che abbiamo paura di tutto ciò che ancora non conosciamo, abbiamo paura di esserne travolti perché non ci ragioniamo su. Abbiamo paura di quattro profughi a La Villa, perché non li guardiamo negli occhi, perché non vogliamo ascoltare la loro storia, perché distinguiamo comodamente tra “noi e loro”. Abbiamo paura di un turismo che vuole cambiare perché il cambiamento richiede un grande sforzo e un grande investimento, un ripensarsi e mettersi in discussione. Eppure cambierà, it’s a ticking bomb: occhio, se non la disinneschiamo, ci esploderà tra le mani e non sarà certo l’altezza della torre di Babele a salvarci! Abbiamo addirittura paura di insegnare ai nostri figli l’importanza della solidarietà, perché potrebbe essere troppo, potrebbe aprire prospettive di cambiamento nelle loro menti, potrebbe far sorgere domande importanti che richiedono risposte importanti che, a loro volta, nascono solo da riflessioni importanti (che non vogliamo fare). L’unica paura che invece dovremmo avere, è la paura di quei rimproveri che prima o poi saremo costretti a farci, quando ci accorgeremo di non essere stati svegli abbastanza nel cogliere il movimento del tempo. E perché invece di avere paura, non proviamo a volgere in speranza il timore che ci percuote?

Vento nuovo arriva - come potrebbe essere diversamente? - da quella generazione che ancora sta subendo il “noi non eravamo così”, “i giovani non hanno prospettive”, “ma dove andremo a finire?”. La chiamano Generation Z e ha le i valori completamente sballati: è abituata a un mondo privo di confini, un mondo in cui prendi e vai perché lo straniero non fa paura. È una generazione che ha voglia di svolta, di incontri, di creatività, di confronto. Parliamo di una generazione molto più aperta, tollerante e solidale, con meno pregiudizi e inibizioni, così dicono gli esperti. Una generazione che si sente cittadino globale, che non si pone neanche la domanda tra Europa e non Europa, perché per lei i confini sono una cosa troppo retrò. Una generazione che è cresciuta in classi multietniche, che parla l’inglese con disinvoltura e che a vent’anni ha già visto il mondo. Una generazione che ha fatto la gioventù girando con i mezzi pubblici, che non farà la patente perché “non serve”, che non sogna una casa di proprietà, ma una famiglia sì, a cui dedicare tempo prezioso, pazienza se poi la carriera non si fa, le priorità sono altre. Una generazione che avrà il difficile compito di recuperare quel poco di natura, di Um-Welt, che sarà rimasto. Sarà quella generazione che vedrà finalmente attuato il reddito di cittadinanza, che si prenderà il tempo di riflettere su domande difficili, cercando le risposte, perché non avrà più torri di Babele da dover costruire. Un sogno? Forse sì, o forse no. Riflettiamoci insieme chiedendo proprio loro per primi, i giovani della Generation Z: ma voi che futuro vorreste?

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Kommentare

Bild des Benutzers Karl Trojer

Che futuro vorrei ?
Pace, rispetto reciproco, apprezzamento delle diversità, una vita gioiosa per tutti, la fine dei monopoli egoisti. dello stress generale ed un pianeta salvato dall´inquinamento e sfruttamento.

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