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Il nuovo che avanza

Politici nuovi, ma nati vecchi

La politica del "cambiamento" si spaccia per nuova. Ma è vecchia come il cucco.
Kolumne von
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Antonio Merlino06.02.2019
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Sulla stampa ho sostenuto più volte che i partiti del “cambiamento” sono in perfetta continuità con la vecchia classe dirigente che si proponevano di abbattere.

I movimenti populisti si erano presentati come novità assoluta, promettendo una rigenerazione morale e politica della nazione, dal centro sino alla periferia. Quando, alcuni anni addietro, questi pretesi nuovi gruppi politici andavano addensandosi all’orizzonte, li giudicai con scetticismo: non credevo che il Paese disponesse di quelle forze morali necessarie alla rigenerazione di una classe dirigente. O meglio, non credevo che quelle forze morali si trovassero lì, dove ci si aspettava di vederle comparire: nei partiti politici di nuovo corso. Nomenclatura a parte (“il governo del cambiamento”), questi ultimi non hanno cambiato proprio un bel niente. Al contrario, essi hanno radicalizzato e portato alle estreme conseguenze i peggiori vizi della vecchia partitocrazia, la quale non solo non è stata estirpata, ma ha definitivamente vinto, ripresentandosi soltanto in forme nuove, più acute e più volgari.

Dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi si levò un coro critico verso l’intera gamma dei partiti e, più nello specifico, verso una legge elettorale che concedeva un potere enorme alle loro segreterie. Si accusavano queste ultime di disegnare dall’alto, artificialmente, il profilo dei rappresentanti del popolo. Era cioè evidente che l’ascesa politica dei “rappresentanti del popolo” dipendeva unicamente dalla benevolenza del capo-cricca.

Non su idee e valori si sono costruite carriere politiche formidabili, ma sulla vicinanza al volto di Gorgone del potere.

Solo così possiamo spiegarci generazioni di politici inadeguati: ingegneri a capo di un ministero della giustizia, chirurghi facciali che scrivono leggi elettorali, assessori digiuni di studi seri (o del tutto alieni dagli studi) a capo dell’istruzione e della cultura. Si è trattato di un contagio che dal partito si è esteso alla società civile e alle schiere dei clienti e dei portaborse: l’ascesa di tutti quegli anonimi che senza alcun merito particolare - se non quello di conformarsi al capo - sono stati collocati in posizioni di potere. Con inaudita arroganza essi si sono elevati sopra la “massa” del popolo.

Tutto questo aveva generato i moti di rivolta dell’elettorato, moti rimasti sciaguratamente ignorati dal Partito democratico. Quest’ultimo avrebbe dovuto anticipare il cambiamento, non subirlo. Avrebbe dovuto “cambiare”, iniziando dai propri esponenti. Avrebbe dovuto recuperare il perduto rapporto con la società e con la vita e candidare personalità provenienti dalla realtà sociale (politica e culturale) e non gli abituali inquilini della torre d’avorio delle segreterie. Mi pare che eccezion fatta per alcuni giovanissimi, questa evidenza meridiana sia ancora oggi trascurata. Al cospetto di un’Italia triste e di generazioni giovani che si sono viste sottrarre lavoro, speranza e futuro, il politico nostrano è rimasto a pascersi del privilegio.

La democrazia italiana se ne è andata a lavorare in un call center, insieme a troppi dei suoi giovani laureati.

Anche a questo il governo del cambiamento voleva mettere fine. E invece eccoci qui: questo “nuovo” che avanza non ha nulla di nuovo, dicevo. Propaga ideologie nazionaliste, ottocentesche, e sovente apertamente razziste.

Anche oggi vediamo il male centralista - che ci ha afflitto dall’Unità ad oggi - prosperare. Anche oggi il politico di “nuova generazione” - giovane, meno giovane o quasi giovane - costruisce la sua carriera sulla base della vicinanza al capo. Lo osanna sui social. Si scatta delle belle foto col capo. Le pubblica. Chiama il capo al telefono quando non sa che cosa fare. Del resto, è il capo ad avergli garantito l’ascesa politica. Lui, dall’alto del suo trono, ha avuto il potere di trasformare giovani anonimi, senza alcun merito “sociale”, lenti negli studi - quando hanno studiato - in “rappresentanti del popolo”. Ora, costoro - i rappresentanti del nuovo - si sentono perfettamente a proprio agio nelle stanze delle istituzioni. Parlano liberamente.

Anche le pulci tossiscono.

Scrivono incessantemente sui social. Dalla loro bocca può uscire di tutto, poiché hanno appreso la lezione dal vecchio politico e sanno bene che ogni cosa che esce oggi da una bocca, può essere rimangiata l’indomani.

Proprio come la nobiltà francese prima del 1789, li vediamo nelle stanze romane.

Li vediamo nella periferia. Li abbiamo visti a Bolzano, trattare sorridenti con la Südtiroler Volkspartei e con la parte che è loro più affine, per età, portamento, usi e costumi. Li vedremo ancora ripetere, sotto la copertura della novità e del cambiamento, le stesse vecchie, vecchissime abitudini che hanno soffocato la vita politica italiana, locale e nazionale. Eccola qui, la generazione politica del cambiamento. Calca la scena al cospetto di un’altra generazione di giovani, tutte quelle ragazze e quei ragazzi seri, che si impegnano in una professione o che studiano, che costruiscono con sforzo il proprio futuro - anzi “il“ futuro -, una generazione che è stata ignorata dalla vecchia politica e che assiste attonita all’ascesa del nuovo politico, impegnato in un bel nulla ma benedetto dal capo. Assiste incredula.

Non tossisce.

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