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USA

Lo stesso film di 52 anni fa

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Robert F. Kennedy. Le sue parole dopo l´assassinio di Martin Luther King sono drammaticamente attuali.
Kolumne von
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Simonetta Nardin06.06.2020
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Ai primi di marzo, come tanti altri italiani, mi sono trovata a giocare il ruolo di Cassandra. Le mie lettere aperte agli amici americani per raccontare quello che stava succedendo in Italia con l’arrivo del Coronavirus - la rapidità con la quale la situazione sanitaria si era aggravata, lo sgomento more il lockdown seguito immediatamente dalla consapevolezza della sua inevitabilità - valevano anche come avvertimento: preparatevi, che quello che succede qui è solo il preludio a quello che vi capiterà a breve.
 
Non avrei mai pensato che l’incredulità con la quale i miei messaggi venivano recepiti si sarebbe capovolta così in fretta, con amici, vicini e colleghi che da Washington ora mandano foto impensabili di luoghi familiari ora rinchiusi da cancelli e steccati, di negozi saccheggiati, di luoghi simbolo della democrazia americana circondati da militari.
 
In realtà, per quanto scioccante e doloroso, tutto questo era perfettamente e tragicamente prevedibile, più della pandemia. In fondo lo sapevamo dalla mattina del 9 novembre di quattro anni fa, quando ci svegliammo con un nuovo presidente, avvolti da una tristezza primordiale, una consapevolezza che nulla di buono sarebbe potuto venire e che no, un leader non vale un altro, che anche in queste nostre democrazie stanche e svuotate la bussola morale conta, eccome… Certezze confermate poi da ogni singolo atto, proclama, tweet, intervista, photo-op. Il disastro, ora sotto gli occhi di tutti, era solo una questione di tempo e di circostanze.
 
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Oggi ricorre l’anniversario della morte di Robert F. Kennedy, assassinato nel 1968 subito dopo aver vinto le primarie in California, sulla strada per ottenere la nomination del partito Democratico e, forse, la presidenza. 
 
Un nuovo presidente non eliminerà le piaghe delle ingiustizie della società americana, così come otto anni di presidenza Obama non hanno cancellato il razzismo istituzionale
 
Appena due mesi prima, Kennedy si era trovato di fronte a una folla composta in maggioranza da afro-americani, a Indianapolis. Quel pomeriggio era stato assassinato Martin Luther King, e nell’era analogica fu Kennedy a dare loro la notizia. Gli era stato sconsigliato di mantenere quell’impegno elettorale e di rivolgersi alla folla - la polizia e il suo staff temevano incidenti - ma Kennedy mostrò coraggio e dirittura morale e, forse unico politico bianco, la credibilità per parlare sinceramente di King e di cosa aveva rappresentato per lui, e di quanto fosse personale quella perdita, evocando (cosa rarissima) il fratello assassinato cinque anni prima. Nel video un po’ sgranato dell’epoca, con l’obiettivo che non si muove mai da Kennedy, si sentono chiaramente le urla di incredulità e dolore con cui venne accolta la notizia.  RFK parlò per meno di cinque minuti. Citando Eschilo e i greci, disse fra l’altro:  “What we need in the United States is not division; what we need in the United States is not hatred; what we need in the United States is not violence or lawlessness; but love and wisdom, and compassion toward one another, and a feeling of justice toward those who still suffer within our country, whether they be white or they be black.”
 
Le parole che trovò, a braccio, quel 4 aprile 1968, sono drammaticamente attuali mentre l’America rivive spezzoni dello stesso film di 52 anni fa - le rivolte nelle città, la brutalità della polizia nei confronti degli afro-americani, la crisi economica che aggrava le già drammatiche diseguaglianze sociali.
 
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Nessuno può dire come reagirebbe oggi una stessa folla, nella stessa situazione, alle parole di RFK. I discorsi di compassione, amore, comprensione lasciano il tempo che trovano 50 anni dopo: troppo forte e duratura l’ingiustizia perpetrata, troppo persistente il peccato originale della schiavitù, troppo evidenti le ineguaglianze e le promesse mancate e, soprattutto, le morti infinite per brutalità poliziesca. Le parole non bastano più.
 
Ma è anche vero che senza leader come questi, senza queste parole e senza questi gesti l’America rimane una scatola vuota che non solo non è, ma non può neppure aspirare ad essere quello che il mondo ha ancora bisogno che essa sia.
 
L’arco dell’universo morale è lungo, ma si piega verso la giustizia, diceva King
 
Un nuovo presidente non eliminerà le piaghe delle ingiustizie della società americana, così come otto anni di presidenza Obama non hanno cancellato il razzismo istituzionale. Ma è diventato un imperativo categorico rimuovere la miseria morale e intellettuale di chi sbandiera una bibbia come un’arma senza avere le qualità morali per rappresentare alcun principio -etico, religioso, umano.
 
Mentre centinaia di città americane bruciarono la notte del 4 aprile 1968, a Indianapolis non si registrarono rivolte.
 
L’arco dell’universo morale è lungo, ma si piega verso la giustizia, diceva King. E su un punto preciso di quell’arco gli Americani devono ora appuntare la data del 3 novembre 2020 - le prossime elezioni presidenziali.
 
TRADUZIONE: Ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è divisione; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è odio; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è violenza o illegalità; ma amore e saggezza, compassione reciproca e sentimento di giustizia verso coloro che ancora soffrono nel nostro paese, siano bianchi o neri.
 

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