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Elezioni provinciali

L'inganno sovranista

L'autonomia e la minaccia di nuovi, vecchi populismi.
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Il difetto di cultura giuridica è una delle più grandi jatture che la classe dirigente italiana si porta appresso. E le cose non sono certo migliorate con la nuova maggioranza che ha momentaneamente agguantato il consenso dell’elettorato. Tutt’altro. Il fracasso retorico del governo del „cambiamento“ non vale a riempire questa profonda lacuna: nessuna svolta reale è stata impressa dall’attuale esecutivo. Al contrario, i due partiti che ne costituiscono l’ossatura, stanno prorogando i vizi atavici del politico italiano. Nemmeno l’investitura formale di un professore di diritto privato a guida dell’esecutivo è servita a qualcosa, poiché essa è garantita solo dall’armata populista che negli ultimi anni si è venuta addensando. A questo esercito di nuovi venuti è riuscito di scalzare la vecchia politica, ritenuta espressione di privilegi di casta e di malcostume. I nuovi ideologi hanno diffuso idee semplici, comprensibili a chiunque. Senza riposarsi neppure un giorno essi sono andati strombazzando che tutti i mali italiani derivano dall’Europa o dalla crisi migratoria e hanno così sollevato se stessi da ogni responsabilità presente, passata e soprattutto futura. Rovesciare ogni responsabilità politica su entità lontane o senza volto o - peggio ancora – su una massa di infelici che non hanno voce né lingua per difendersi, è parso un ottimo metodo. Con scaltrezza i partiti populisti si sono assicurati un perenne condono di ogni magagna che hanno combinato, che combinano e – soprattutto - che combineranno. La vecchia maldicenza «Piove, governo ladro!» è stata schivata per sempre. Oggi se piove è colpa dell’Europa. Se il debito pubblico è alle stelle, è colpa dell’Europa. Se mancano le finanze per le fantasticherie promesse nel programma di governo, è colpa dell’Europa. Se cade un ponte, è colpa dell’Europa. No. A questa retorica gli spiriti liberi rimasti vigili in Italia (e ve ne sono, seppur disorientati) non hanno mai creduto, non credono e mai crederanno.

L’attuale maggioranza ha approfittato della degenerazione dei vecchi partiti per prenderne il posto e per impadronirsi del potere tanto ambito. D’improvviso i tanti signor nessuno che vivacchiavano senza impegno di studio o sociale o professionale si sono trovati a riempire il vuoto con il vuoto. Se prima molti di loro faticavano a finire l’università o disdegnavano il lavoro, oggi postano selfies dalle aule romane proprio così come nel film «Amélie» la protagonista fotografava il suo nano da giardino davanti alle attrazioni turistiche di mezzo mondo. Questo nuovo animale politico – forse, contraddicendo Aristotele, più animale che politico – lo incontriamo quotidianamente. Lo vediamo nei palazzi, sugli schermi televisivi e abbigliato del vestito nuovo nelle strade delle nostre città. Filosofi da palcoscenico più simili a veline (o a vecchie cortigiane) si sono riservati di buon grado il compito di sostenere con argute piroette accademiche le più triviali tesi sovraniste. Ma questo non è il peggio. Il pericolo più grande deriva dalla combinazione di bieche forze populiste con le strutture giuridiche centralizzate dello Stato italiano, che sono la nostra sciagura dall’Unità sino ai giorni nostri. Al pari del vecchio politico che ha soppiantato, anche il nuovo politico vuole conquistare i palazzi romani, ma anche le regioni, le province, i comuni e persino i consigli di circoscrizione. Quando invoca a parole l’autonomia o il federalismo (come fa - e non da oggi - la Lega) non intende rifarsi alla nobile tradizione di pensiero che resistette alle spinte centraliste dal Risorgimento fino alla Costituente. Intende invece trasformare i corpi locali in delle minuscole satrapie, sottoposte al controllo centrale del gruppo politico dominante. Si tratta cioè di un grande inganno e di una mistificazione giuridica. Prestarvi credito sarebbe letale. Comunque vadano a finire le prossime elezioni provinciali a Bolzano, le forze sinceramente autonomiste non devono cedere alla tentazione di scambiare questo esecutivo per un amico dell’autonomia, né prestare orecchio alle sue lusinghe. La nostra stessa tradizione autonomistica è stata spesso esposta al rischio di ripetere in piccolo il modello dello Stato centralizzato che in teoria avversava: il rischio che questa tendenza si rafforzi combinandosi con le contraffazioni del federalismo offerte – specialmente dalla Lega – è enorme e soprattutto in tempi di grandi trasformazioni occorre mantenere vigile la coscienza storica.

L’immortale Tomasi di Lampedusa pensava che il cambiamento radicale dei suoi giorni, in realtà non avrebbe cambiato un bel nulla. Per lui il Risorgimento e il processo unitario avevano lasciato intatti gli antichi privilegi. Peggio. Egli profetizzava che i gattopardi del vecchio regime sarebbero stati rimpiazzati dagli sciacalli. Se avesse visto i nostri giorni, forse, avrebbe rincarato la dose. Avrebbe parlato di piccioni.

Una teoria modernista sostiene che le masse non hanno memoria storica. Io penso invece che una certa memoria rimane impressa nella popolazione. E tra qualche tempo questa classe politica tornerà nella polvere dalla quale proviene, senza trascinare, sperabilmente, insieme ad essa, tutti noi.  

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