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Salto Afternoon

"Gli occhiali scuri...

...degli italiani all'estero" nennt sich der Text von Matteo Jamunno: im Orginal auf salto.bz, in der Übersetzung von Karin Fleischanderl in der Zeitschrift LICHTUNGEN.
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Quando la neve prende il sopravvento sul paesaggio lo trasforma in un susseguirsi di immagini identiche a ripetizione, stampate sulla stessa tela che mossa da mani di manovratore tramite carrucole scricchiolanti tornano a farsi vedere in un ciclo continuo, come lo sfondo dei cartoni animati di Hanna & Barbera. Cristo quanto facevano schifo quei cartoni. Un personaggio correva, cercava di scappare, ma rimaneva bloccato nello stesso luogo. Sospeso. Erano le pareti a girargli attorno, o meglio, a prenderlo in giro.
Quando la neve prende il sopravvento sul paesaggio e sei in treno, anche se sei partito e ti muovi verso una nuova città, guardi fuori dal finestrino e diventi un personaggio di Hanna & Barbera. Resti sempre lo stesso, sarà il luogo a ruotarti attorno.

Paolo Conte è seduto davanti a me nello scompartimento, è notte ed un uomo della sua età non dovrebbe stare sveglio fino a tardi. Io non posso viaggiare di giorno, non più. Troppa luce che riflessa sul bianco della neve diventa insopportabile, quando mi entra negli occhi e diffonde la sua fredda precisione nello spaccare tutte le terminazioni nervose. Non voglio indossare occhiali da sole. Di noi italiani dicono che ci sono due modi per riconoscerci quando andiamo all'estero. Il primo è entrare in un qualunque ristorante e sentire chi si lamenta più rumorosamente di quello che sta mangiando. Il secondo è vedere chi indossa gli occhiali da sole in un contesto dove non sono necessari. Io non voglio che si noti subito il mio essere italiano. Sto andando via per non essere riconosciuto.

Le luci della stazione di Innsbruck illuminano il volto anziano del cantante, creando uno spettacolo di chiaroscuri, sottolineando la piega perfetta di ogni ruga che ne segue gli umori e rende palese la storia delle sue risate, momenti di riflessione, pianti. Ha la testa poggiata al finestrino, il naso che crea condensa ad ogni respiro, i baffi bianco e gialli che grattano il vetro lasciando graffi a segnare l'alone di vapore.

- Signor Conte? Dorme?
Non risponde. Tira su col naso in un gorgoglio di catarro sedimentato sul fondo di polmoni che reagiscono come carta velina in una galleria del vento. Muove la testa. Mi ignora.
- Signor Conte, mi scusi, avrei una domanda...
Apre gli occhi, pigramente guarda fuori dal finestrino.
- Signor Conte, non vorrei disturbarla, ma...
- Abbiamo già superato il confine?
- Oh, sì, non siamo più in Italia da po' oramai.
- Bene, posso tornare a dormire tranquillo.
- Ma veramente...

Si gira dall'altra parte, poggia la nuca sul vetro, tira su il vecchio giaccone nero con pelliccia per coprirsi il volto, emergono solo i due occhi azzurri come il gelo della notte in treno.
- Signor Conte, perché ha chiuso il Mocambo?
La sua voce, un sarcofago scoperchiato per la prima volta dopo millenni.
- Tu, sai cosa vuol dire sentirsi soli?
- Io, penso di sì. Non per vantarmene, ma non sono molto pratico di conversazioni con persone reali.
- Per questo ti senti in dovere di disturbare un anziano che cerca solo di riposare durante un viaggio?
- Io non volevo disturbarla, le chiedo scusa. Ho solo pensato che un'occasione del genere non mi sarebbe mai più capitata nella vita.
Si ferma a pensare.
La stazione è lontana, non ci sono segni di vita a interrompere il buio.
- L'ho chiuso perché avere un locale pieno di gente che non riesce a compensare la solitudine che provi quando sei a casa con la donna che ami è uno spreco di tempo ed energia. Arriverai ad un punto in cui capirai che abbiamo solo una quantità di energia, molto limitata, all'interno di noi. È quando decidi dove destinarla che riesci a sfruttarne a pieno il potenziale. Io ho amato molto, ho amato la solitudine che genera l'amare incondizionatamente. Ho amato il dolore che fa comprendere il peso dell'amare. Ma non ho mai amato l'assenza. Di dolore, di peso, di energia. Così, ho visto la differenza tra solitudine ed assenza, e ho preferito sposare la prima. Chiudendo il Mocambo.
Era quello che volevo sentirmi dire.
Sembrava quasi che le parole uscissero dalla mia testa attraverso la sua bocca.
- Ma poi l'ha riaperto, il Mocambo.
Sposta il vecchio giaccone via dalla faccia, fruga nella tasca interna, estrae un contenitore di sigarette in ferro battuto segnato da macchie di ogni sorta, sembra forgiato nelle fucine dell'inferno dal diavolo in persona, afferra una sigaretta, la cartina è ingiallita dal tempo, priva di filtro. L'accende con un fiammifero.
- I locali si aprono, i locali si chiudono. Ogni giorno. La mattina e poi la sera. Di mezzo c'è solo la notte. Per me, quella notte è durata una decina di anni. Ma poi, puntuale, elegante come sempre, all'alba ero a tirare giù le sedie dai tavoli e servire sorrisi.
- Io penso di aver appena chiuso il mio di Mocambo, signor Conte.
- Perché stai andando via?
- Sì. Perché sto lasciando tutto.
Inspira il fumo nei polmoni lasciando che il bruciare della sigaretta gli illumini la punta del naso.
- Cosa stai lasciando, di preciso?
- Tutto quello che non percepivo più come reale. Tutto quello che era offuscato o illuminato e mi faceva chiudere gli occhi o distogliere lo sguardo verso il basso.
- E cosa cerchi?
- Non lo so. Anzi, per meglio dire, so cosa cerco, ma non so come trovarlo.

Dal sedile vicino al corridoio si sente un borbottare timido. Non eravamo più soli nello scompartimento, c'era qualcuno passato inosservato che adesso sentiva il bisogno di intervenire.
- Se vabbuò, mo nun è che un part e sap subbito che va truann. Uno parte pecché tene che ffa, se sfastriat e sta a casa, o paese, veré semp e stess cose, a stessa gente. Mo tu si partit, ma na vota me l'ev ritt n'amic mi, Lello. “Chi parte sa quello che lascia, ma non sa quello che trova”. Po m'avev pur preso in giro, m'eva ritt' che sta frase era a soia quann invece nun'era o'vero. I c'avev creruto a chillu scem. Comunque, mo' nun è ca i ve vulevo interrompere, vulevo sul ricere ca tu si napulitano, o' napolitano parte, sempre. Adda vivere c'a nostalgia n'guoll. Chi resta a napule, nun è napulitano o'veramente. È solo stanco. Nun tene ggenio e fa manc o' napulitano.
Paolo Conte si concentra sul fumo della sua sigaretta, non sembra prestare attenzione a quello che Massimo Troisi ha appena detto. Si gira verso di me, dritto sul sedile.
- Tu devi smettere di far entrare chiunque nella tua testa.
- Mo', nun'è ca song proprio chiunque, coccurun s'arricord ancora e mme.
- Veramente, scusa Massimo, ma io non sono proprio napoletano napoletano. Ci sono solo nato, poi mi hanno portato subito al nord i miei. Non ci ho mai vissuto davvero, se non per le vacanze. Sono cresciuto a Bolzano, che non ho mai capito che cosa è.
- Mo chest' che c'azzecc? Tu si nat napulitano, è peggio ca nascere co'i capill russ, la ti puoi fare na tinta, ti puoi mettere na parrucc n'capa. Se nasci a Napoli, sei condannato. Te lo si leggerà sempre in facc che stai spariann appress a coccosa.
È vestito leggero per la destinazione del treno, troppo. Stropiccia la giacca anni settanta sul corpo minuto, rimasto invariato nel tempo. I suoi occhi neri e profondi sono un pozzo scuro dove versare lacrime a volte di pianto, a volte di risate.
- Signor Troisi, io apprezzo il suo lavoro e i suoi film, li ho visti tutti davvero. Però forse non lo sa, in effetti è morto da parecchi anni, ma ancora queste storie su Napoli e i napoletani? Non fraintenda, sono felicissimo che ci sia anche lei qua, ma la gente si evolve, cambia. I napoletani sono cambiati. Piuttosto che apparire nella mia testa dovrebbe apparire in quella di un qualunque abitante di San Giovanni a Teduccio, così si chiarisce subito le idee e poi torna da me e parliamo, una volta che ha visto che questi discorsi sono appartenenti ad un'altra epoca.
- Tz, ma tu hai veré, ma che te crir ca i sto qua sul? Io sto sempre in gir, vac'à veré e partit, vac'o cinema, int'o ristorante a piazza Plebiscito. Mo capitava che dovevo fare una cosa sul treno, ma a Napoli ci sto sempre. M'hai crerer ragazzo, pure si tu te ne vai, accumenci na nuova vita, t'mett a parlà n'ata lingua, chella robba ca tieni int'a l'uocchie, non se ne andrà.

Mi giro verso Paolo Conte, sta guardando fuori dal finestrino. Siamo oramai prossimi ad una città, il buio bianco del paesaggio notturno sta lasciando posto ai neon di una zona industriale. Ogni neon che fisso è una pugnalata nella retina. Ogni fonte di luce è uno squarcio nel cervello.
- Ero ad una festa, saranno state le tre del mattino, c'erano studenti universitari ovunque. Non li vedevo bene, percepivo come al solito i loro contorni, con una certa approssimazione anche i colori che indossavano. Doveva essere una festa a tema perché tutti erano vestiti di bianco. Io non lo sapevo, mi ero infilato all'ultimo. Avevo appena finito di chiudere il museo, tornavo verso casa, ho sentito la confusione e mi sono avvicinato. Riesco ancora a confondermi benissimo tra gli universitari, non fosse che non avevo nulla di bianco addosso, sarei stato uno di loro. Ho afferrato qualcosa da bere, la giornata era stata vuota e noiosa come al solito. Avevo avuto un paio di visite interessanti ma niente di che, un museo senza visitatori è come un bar senza clienti. Solo che in un bar se non viene nessuno puoi passare il tempo bevendo quello che non vendi. In un museo non puoi bere i quadri. Ero già entrato in tutti. Avevo assaggiato ogni chicco d'uva di tutte le nature morte, sistemato i pizzi del vestito sui fianchi del Barone, corso nel bosco per nascondermi a spiare il bagno delle ninfee da dietro ad un cespuglio. Ero stato ovunque, ma sempre da solo. Allo stesso modo ero a quella festa. Perfettamente confuso tra la gente nonostante vestissi di nero in un mare bianco. Ho sempre pensato che la mia condizione di perdita della vista fosse un fenomeno irreversibile. Stava scomparendo tutto senza che io potessi farci nulla. Invece mi sbagliavo. Ero io ad offuscare quello che non ritenevo interessante. L'ho capito guardando lei, riuscendo a definire ogni centimetro dei suoi capelli prima marrone scuro poi rosso castagno arrugginito ed infine tracce di un biondo bruciato, nel definire la carne accesa delle labbra e gli occhi verde noia verso quello che la circondava, il proliferare delle lentiggini su una pelle tanto pallida quanto la neve là fuori. Siamo finiti a parlare sul tetto, mi ha preso per la mano quando ha visto che non ero vestito di bianco. Ha aperto la porta antincendio, soffocato l'allarme rovesciandoci il cocktail sopra. Una volta soli non ricordo di cosa abbiamo parlato. È stato il realizzarsi opposto di quello che la mia vita era diventata negli ultimi anni. Se prima tutto era offuscato e destinato a scomparire, in me giravano solo parole, adesso tutto tornava a colorarsi e vedevo chiaramente i profili delle montagne e le luci delle case svegliarsi per dare il buongiorno ai primi lavoratori e le foglie per terra che una ad una si salutavano quando toccavano il suolo ringraziando di potersi finalmente abbracciare dopo tutto quel tempo passato ad aspettarsi sullo stesso ramo. Vedevo il sole. Ci siamo baciati, ho steso la mia giacca sul ghiaino del tetto e l'ho invitata sopra. Non siamo andati oltre. Mi ha dato la mano, si è messa a guardare il cielo. Erano anni che non vedevo un'alba. Erano anni che non vedevo. Quindi non mi sono preoccupato di sentire. Un senso stava escludendo l'altro. Non so il suo nome. Non ricordo cosa mi abbia detto. Ho solo capito le ultime parole, prima che mi lasciasse a dormire. “Tra poche ore partirò. Forse ci rivedremo, se capiti a Vienna io abito nella RAMFAGHEPRECHTROFSTGASSE”. L'ho guardata e le ho detto “Io non parlo tedesco, scusa, pardon”.
- Mi rubi le frasi, ragazzino?
- Scusi signor Conte, lo faccio spesso, funzionano dannatamente bene con le ragazze.
- Secondo te perché le scrivo?
- Ma quindi mo' famm capì na cosa, tu si partit p'truà na ragazza, nun p' faticà?
- Per dirla semplicemente, sì. Per dirla completa, io non vedevo più da sette anni, non riuscivo a definire i tratti dei volti delle persone se non di quelle che come voi qua presenti, crea la mia immaginazione. Non riuscivo a stare al sole. Avete idea di cosa significhi non poter uscire a vedere cosa è illuminato? Passi il tempo a chiuderti in te. Ma quella mattina io ho rivisto l'alba, ho visto Bolzano svegliarsi e niente mi faceva male, ogni contorno non era più creato per tagliarmi. Voglio solo capire perché sono tornato a vedere. E cosa c’entra lei in tutto questo.
- E tutto quello che hai è il nome di una città e un ricordo onomatopeico di quella che potrebbe essere la via dove abita questa ragazza?
- Come fa a sapere che quella è la via dove abita la ragazza?
- Sono stato sposato con un'austriaca. Avevamo comprato un tinello maron. Qualche parola in tedesco dopo anni l'ho imparata. Gasse, vuol dire via. La prima parte però, non ha senso. Dovresti saperlo anche tu essendo cresciuto in una terra bilingue.
- Ma da me parlano dialetto! Non è colpa mia!
- Tu si prop fort, cioè tu nun vir nient, si quasi cecato, e te ne stai jenn sulo int a città nova a cercà na via che tanto non sarai in grado di vedere? Da questo punto di vista so felic è esser mort ca almeno mi muovo arò voj i, quann voj i, sul co penzier, ah guarda, na libbertà!
- Grazie Massimo.
- Eja, stev pazziann, sicuramente la trovi, quante vie c' possn stà a Vienna? Vai, citofoni a tutte le case e po aropp, quann si muort pure tu, hai venì a raccuntarm si sei stat capac e a truarla oppure no.
Paolo Conte spegne la sigaretta, si passa la mano sul volto, sbadiglia.
- Che la trovi o no, hai fatto bene a partire, a lasciare l'Italia. Fuori avrai più possibilità, troverai un lavoro...
- Veramente io un lavoro ce l'avevo, non sto andando a cercarne…

- Uè bello, questa la dicevo io in “Ricomincio da tre”, eh, nu poc e rispett.
- Scusa Massimo, però è vero... Il lavoro al museo ce l'avevo e nessuno mi avrebbe buttato fuori.
- Chest pecché nun ce stev mai nisciun dint a chill museo!
- Lascia l'Italia, ragazzo mio, lasciala e non tornare.

Si accende la luce nello scompartimento, il male alle tempie è folgorante, avrei dovuto tenere gli occhiali da sole pronti ma questa stupida convinzione di poter cambiare tutto solamente cambiando luogo deve ancora essere rodata. È il controllore, o almeno credo, è un'altra persona offuscata. Sembra indossare un'uniforme col cappello rosso e dice qualcosa in tedesco. Gli do il biglietto, lo timbra con superiorità, spegne la luce ma prima di uscire si gira per parlarmi.
- Italiano, napoletano, qua non fare come a casa tua, se ti becco a fumare di nuovo giuro che ti sbatto giù dal treno.
Come ha fatto a capire che sono italiano? Aveva ragione Massimo allora. E sopratutto, come faccio a spiegargli che non ero stato io a fumare, ma Paolo Conte?

 

Matteo Jamunno

1983 in Neapel geboren, in Bozen aufgewachsen, nach Wien emigriert. Wenn er sich langweilt, schreibt er, was oft vorkommt, deswegen schreibt er viel. Singt in der Metal-Band „The Little White Bunny", verfolgt ein musi­kalisches Soloprojekt unter dem Namen „YOMER", bereichert das Web mit seiner allumfassenden Weisheit, seinem erstklassigen Humor und melancholischen Geschichten unter dem Pseudonym „yomersapiens". Arbeitet als Performer, Synchronsprecher, Blogger, Poet, Autor und Briefmarkenauktionator. In seiner Freizeit beobachtet er gerne wunderschöne Tauben.

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