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Femminicidio

Come fosse l'America

L'Italia fotografata da Berlino, l' Alto Adige delle Case delle Donne. Un paese, due realtà a confronto al centro culturale Ost West di Merano.
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scarpette_rosse.jpg, von Francesca Morrone

Quello che sapevo e quello che ho imparato sul tema del femminicidio.

 

L'Italia fotografata da Berlino, l' Alto Adige analizzato dai dati che arrivano dalle Case delle Donne. Un paese, due realtà a confronto alla serata di dibattito sul femminicidio al centro culturale Ost West a Merano. Ospiti della serata Marlene Pardeller, Sigrid Pisanu e Anna Marie Spellbring.

 

Martedì scorso ho partecipato ad una interessante serata di informazione e approfondimento sul tema del femminicidio in lingua tedesca e italiana dal titolo "Femminicidio: Was ist das und gibt es das auch in Südtirol?"

Quel giorno ero appena tornata a casa da una gita scolastica, ma a quell'incontro volevo esserci, nonostante la stanchezza della giornata. Mi sono cambiata, ho indossato le mie ballerine rosse, ho preso il taccuino e con la mia bicicletta mi sono avviata all'Ost West.

La specificità del tema mi faceva sperare di incontrare molte donne, invece la sala non era particolarmente frequentata.

 

Marlene Pardeller, cineasta a Berlino, già nel 2011 si chiedeva insieme ad alcune amiche come il fenomeno musicale Gianna Nannini avesse potuto riscuotere tanto successo all'interno del panorama culturale italiano.

"I Maschi" e "America" di Gianni Nannini raccontavano molto della libertà sessuale e dei desideri delle donne negli anni '80 in una Italia rimasta essenzialmente imbrigliata nel suo bigottismo storico.

Com'è cambiato il nostro paese dagli anni della rivoluzione sessuale urlata da Gianna Nannini ai giorni nostri?

 

E' la domanda a cui Marlene ha cercato di dare una risposta, viaggiando tra Verona, Milano e Bologna e intervistando le donne del movimento femminista. Secondo il loro punto di vista il nostro paese non ha mosso alcun passo in avanti in fatto di emancipazione e di pari opportunità. E i dati, di cui parleremo più avanti, lo dimostrano.

 

Nel frattempo le donne si riorganizzano e nell'era di internet cercano di fare rete attraverso la nascita di movimenti 2.0 come quello di "Se non ora quando", nato da un'idea della giornalista de L'Unità, Concita De Gregorio, che lancia una petizione on line a favore di una politica e di una cultura sensibili al rispetto delle donne.

La petizione raccoglie 40.000 firme ed avvia una serie di iniziative e di dimostrazioni di piazza seguite da migliaia di donne.

 

Il movimento di Concita De Gregorio perde entusiasmo, ma nello stesso anno nasce il primo "feminist blog camp", un evento autogestito ed autofinanziato da donne blogger femministe che attraverso documentari, seminari, laboratori, spettacoli musicali e teatrali mette al centro del dibattito e del confronto la donna e la società. Attraverso il feminist blog camp è stato possibile creare una vera rete informativa a disposizione di tutte le donne in difficoltà e delle associazioni che operano nel settore della consulenza e dell'aiuto alle donne.

Ad oggi sono stati organizzati due feminist blog camp, il primo a Torino e il secondo a Livorno con l'impegno rinnovato di cercare soluzioni per le donne nell'ambito della famiglia, del lavoro e della società.

 

"Non una di meno" è un'altra piattaforma nata dal basso su ispirazione del movimento argentino e messicano "Ni una menos" (2015), che riunisce diverse realtà femminili composte da età e biografie diverse. "Non una di meno" rappresenta una sorta di movimento femminista internazionale con un percorso e un programma ben definiti: la lotta contro tutte le forme di violenza di genere (oppressione, sfruttamento, sessismo, omofobia e transfobia e razzismo) e la riappropriazione del ruolo delle donne in società. Non una di meno continua ad essere molto attiva sul nostro territorio attraverso manifestazioni ed incontri di piazza e nelle università, dove vengono allestiti tavoli tematici per lo studio di proposte anche di legge da inoltrare alle istituzioni. Questa grande partecipazione rappresenta qualcosa di imprevisto e inedito nella storia dei movimenti italiani degli ultimi decenni, un evento che di fatto ha riscritto le forme della partecipazione di piazza e dei movimenti femministi internazionali.

 

Il termine "femminicidio" come forma di violenza nei confronti della donna in quanto donna lo abbiamo mutuato dal Messico; questa parola è entrata solo di recente nel nostro vocabolario e ha cominciato a circolare nella stampa a partire dal 2008. In Messico fu l'antropologa Marcela Lagarde ad usare la parola femminicidio per ricordare le numerosissime vittime tra il Messico e gli Stati Uniti. La situazione in Messico è particolarmente drammatica: ogni due ore muore una donna, quasi 2500 omicidi ogni anno. I numeri in Italia non sono confortanti: dal 2000 al 2016 ci sono stati quasi 2800 femminicidi con Lombardia e Veneto prime in classifica. Nella maggiorparte dei casi gli omicidi avvengono all'interno dell'ambito familiare e della coppia ed hanno quasi sempre un movente passionale.

I numeri dei femminicidi ci restituiscono l'immagine di un paese che sta tornando letteralmente indietro. Le donne perdono punti nel lavoro, nei diritti, nella cultura e nella società.

La drammaticità della situazione ha sollecitato il Parlamento affinché fosse convertita in legge con modifiche il decreto del 1993 sul contrasto della violenza di genere.

 

La legge 119/13 prevede una serie di nuovi elementi che vanno a favore della tutela della vittima già a partire dalla definizione stessa di violenza e cioè “uno o più atti, gravi ovvero non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare, o tra persone legate, attualmente o in passato da un vincolo di matrimonio o da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima” (legge 119/13, www. altalex.com).

 

Inoltre con questa legge lo Stato approva il finanziamento delle case-rifugio per le donne vittime di violenza.

Al momento in Italia ci sono 80 centri antiviolenza che assisitono più di 14 mila donne che chiedono ospitalità o semplice aiuto. Vengono gestiti da operatrici donne specializzate che attivano percorsi individualizzati per donne vittime di violenza. Uscire dall'isolamento, riconquistare la propria indipendenza economica, ritrovare la propria autostima è possibile, anche se possono passare diversi anni.

Certo, va detto però, che molte associazioni attive sul territorio italiano non ricevono gli adeguati finanziamenti per garantire i servizi e gli operatori devono continuare a lavorare senza essere retribuiti per evitare che i centri chiudano del tutto. Inoltre i fondi statali non vengono assegnati alle Regioni che a loro volta devono pubblicare bandi di concorso per le assegnazioni. Oppure non sempre le Regioni indirizzano le sovvenzioni alle associazioni davvero bisognose.

Diversa è la situazione in Alto Adige, dove la Provincia sostiene con importanti finanziamenti le Case delle Donne, le Frauenhäuser, e i centri di ascolto antiviolenza.

 

Anna Maria Spellbring della Casa delle Donne di Bressanone e Sigrid Pisanu della Casa delle Donne Merano spiegano che la situazione in Alto Adige per quanto riguarda i casi di violenza contro le donne è stabile, grazie anche ad una politica locale lungimirante, attenta e sensibile alla tematica.

Grazie alle campagne di informazione e di sensibilizzazione le donne in difficoltà vengono a conoscenza delle strutture di accoglienza e dei servizi di assistenza e consulenza: questo ha sicuramente arginato il fenomeno. La Provincia è intervenuta con un impegno finanziario pari a 1,7 milioni di euro a favore dell'Ufficio Famiglia Donna e Gioventù per attivare i vari servizi di assistenza tra i quali anche quello psicologico e legale.

 

I numeri ci raccontano un Alto Adige che ha ancora molta strada da percorrere in fatto di superamento delle disparità di genere.

In Alto Adige le donne assistite per maltrattamenti presso le strutture di accoglienza sono state 621 (dati del 2015), subiscono violenza nella maggior parte dei casi dai mariti, compagni o ex mariti o ex compagni. Il fenomeno della violenza domestica investe le donne tra i 30 e i 40 anni. Dal 2006 hanno perso la vita 6 donne per femminicidio.

Secondo i dati INPS le donne nella nostra Provincia guadagnano meno degli uomini, il 27% in meno. Il 42% lavora con un contratto part-time per dedicarsi alla maternità e alla cura dei figli.

 

Dopo la presentazione delle relatrici abbiamo potuto fare qualche domanda per approfondire alcuni punti del fenomeno e confermare quanto già sapevamo e cioè che la violenza contro le donne è un fenomeno brutale, ma trasversale che non conosce età, provenienza geografica ed estrazione socio-culturale.

Sono tornata a casa con la mia bicicletta; durante il tragitto ho pensato alla mia classe, la 2C, con la quale ho realizzato un contributo video sulla violenza contro le donne premiato dall'Ufficio delle Pari Opportunità. Credo che i ragazzi abbiano fatto un buon lavoro di elaborazione: il tema è complesso e non di immediata comprensione.

 

Chi non vive la violenza in casa, non può capire. Chi non l'ha mai subita, farà fatica ad immaginare un giorno di poter esserne vittima. Chi non si guarda attorno, sarà impreparato a cogliere i segnali del non rispetto prima e della violenza dopo. E chi non si indigna ora, adesso difronte a questo imbarbarimento, vuol dire che mentalmente ritiene che tra donne e uomini debbano continuare ad esserci differenze.

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