Dugin
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Finferli e nuvole

La Crimea, Dugin e l’Alto Adige

A Odessa nel 2014 Fabio Marcotto era in mezzo agli scontri tra filorussi e filoucraini: “Violenza inaudita. E nel 2008 Dugin con il mitra ispirava l’espansionismo russo”.
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Fabio Marcotto07.10.2019
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Il due maggio del 2014 a Odessa sparano. Si sentono colpi secchi, esplosioni, schianti, vetri che vanno in frantumi. Provengono dalla piazza Greca e dal centro commerciale Afina. Si fronteggiano due gruppi: filorussi e filoucraini. Saranno le 3 di pomeriggio, la luce è alta. Lo scontro è circoscritto in circa cinquecento metri quadrati, però in via Preobrazhenskaja si ferma il traffico. I tram trovano le rotaie ostruite da macerie e da cassonetti dell’immondizia. Continuano gli spari, arrivano parecchie ambulanze.

Decido di raggiungere mia moglie che è al cinema con i miei due figli. Prendiamo una strada più sicura per il ritorno a casa. Quando stiamo attraversando via Tolstova iniziano ad arrivare decine di giovani in fuga, scappano, si guardano alle spalle, alcuni sono armati di mazze, altri portano caschi, altri ancora maschere che coprono metà del viso. Raggiungiamo di corsa il nostro appartamento. La sera accendiamo la Tv. A Kulikovo Pole, nella Casa dei Sindacati, si sono asserragliati i filorussi. C’è stato un rogo e sono morte più di quaranta persone. Alcuni si sono gettati dalle finestre, altri sono stati finiti a terra a calci e bastonate. Una violenza inaudita, come documentano le immagini choccanti visibili in rete.

Allora insegnavo a Odessa per conto del Ministero degli Esteri, la Crimea era stata annessa alla Russia da due mesi e l’annessione faceva parte di un progetto più ampio. Novorossija era la parola che ricorreva per indicare il territorio che, nei piani di Aleksandr Dugin, sarebbe dovuto tornare a Mosca. Tutta l’Ucraina sud-orientale e quella sud-occidentale, attraverso Odessa, fino alla Transnistria in Moldavia. Il filosofo, che aveva iniziato la sua carriera pubblica come personaggio folcloristico nei talk show televisivi, era ormai assurto a ideologo e seguitissimo ispiratore del Cremlino. Delle sue posizioni ultranazionaliste e reazionarie si è scritto anche su salto. Una rapida consultazione di Wikipedia permette di coglierne immediatamente il pensiero e le frequentazioni. Il fatto che sia stato invitato alla Lub ha dell’incredibile.

Ricordiamo che Aleksandr Dugin nel 2008 si era recato nell’Ossezia meridionale e si era messo in posa davanti a un carro armato con un kalashnikov tra le mani. Poi aveva scritto “Coloro che non sostengono lo slogan ‘Carri armati a Tbilisi!’ non sono russi…Ogni russo dovrebbe scriversi sulla fronte ‘Carri armati a Tbilisi’”. Vergò anche il manifesto del Partito nazional-bolscevico: “Il nazional-bolscevismo è una super-ideologia comune a tutti i nemici della società aperta.”

Il progetto Novorossija si è per il momento fermato al Donbass, con l’aggiunta della Crimea. La cui annessione, giustificata da Mosca come intervento in difesa dei propri connazionali di fronte al “colpo di stato fascista” in Ucraina, ha portato a Putin un picco di consensi inaudito. Nell’occasione si è poi rivisitata la storia. “La Crimea è sempre stata russa”, ha affermato il presidente in più occasioni. Il che è falso. Sciiti, greci, romani furono i primi abitanti della penisola; poi veneziani e genovesi. E, in epoca moderna, i tatari, che vi insediarono un Khanato durato più di tre secoli, fino alla conquista dell’impero russo nel 1783.

Oggi la gran parte della popolazione della Crimea è costituita da russi etnici. Motivo per cui in Russia quasi tutti ritengono giusta e legittima l’annessione. Nemcov, unico politico contrario di un certo peso, è stato assassinato a due passi dal Cremlino nel 2015.

Discutendo con Sergeij, un amico di San Pietroburgo, gli ho detto: in Occidente quasi tutti la pensiamo diversamente; immagina che in Italia ci sia un colpo di stato, il Paese precipita nel caos, l’Austria ne approfitta, corre in soccorso della maggioranza tirolese dell’Alto Adige, lo invade militarmente e, senza sparare un colpo, lo riporta sotto la sua sovranità. Sergeij non conosceva bene la nostra situazione, ha fatto un paio di incursioni in internet e mi ha risposto: “Beh…nessun confine è eterno.”

La citazione e alcune informazioni sono tratte dal raccomandatissimo libro “Il futuro è passato”, Masha Gessen, Sellerio.

 
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