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Assenza per malattia

Cosa ci porta in ufficio con l’influenza

Di recente uno studio dell’Afi/Ipl sul “presentismo” in caso di malattia ha creato qualche malumore. Una questione con molte sfaccettature.
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Riteniamo che non possa di certo essere letta come una condanna senza appello per le aziende. Parimenti non esistano pregiudizi, strumentalizzazioni o una precisa volontà di creare tensioni da parte dell’Afi/Ipl con Assoimprenditori. I collaboratori sono ricercatori che lavorano in maniera professionale e con i criteri scientifici normalmente usati per questo tipo d’indagini. Ovviamente i dati che emergono da interviste e da sondaggi hanno sempre un margine d’incertezza, ma esistono anche criteri rigorosi per ridurli il più possibile. Poi è indubbio che ogni indagine di questo genere si presti a interpretazioni e considerazioni anche molto diverse tra di loro.

Tornando al merito. Lo studio sulle malattie dei dipendenti altoatesini ha fornito un dato che non ha nulla di sconvolgente, se non una percentuale di persone senza assenze per malattia pressappoco nella media europea. Ha invece provocato polemiche il fatto che la metà dei dipendenti, con ovvie differenze tra settore e settore, si sia recata al lavoro malata, rinunciando all’opportuna convalescenza, anche se in assenza di una diagnosi o di un certificato medico la valutazione del proprio stato di salute è spesso soggettiva. Nonostante ciò, il dato è significativo, anche se i motivi per presentarsi al lavoro non in buona salute possono essere diversi.  Tra i principali vanno citati alcuni condizionamenti sociali, culturali e formativi che spingono le persone a sorvolare su alcuni problemi fisici. Visto l’andamento della nostra economia, la paura di conseguenza negative sull’occupazione, invece, non dovrebbe incidere molto. In Austria, per esempio, solo un lavoratore su sei dichiara di andare al lavoro ammalato per paura di perderlo. In Alto Adige la situazione non dovrebbe essere molto diversa, ovviamente tenendo conto delle diversità esistenti a livello settoriale e al tipo di occupazione presa in considerazione. Che lavoratori precari, parasubordinati e senza particolari coperture assistenziali siano meno propensi a mettersi a letto, mi sembra cosa assodata.

La motivazione più gettonata sta però con ogni probabilità nella compressione del lavoro. Oggi gli organici sono di solito ridotti all’osso e spesso diventa difficile sostituire le assenze. Il rischio di far gravare sui colleghi il proprio lavoro diventa allora un motivo centrale per presentarsi al lavoro. Altre volte non è neppure possibile sostituire l’assente perché nessuno può svolgere un determinato compito. Ma anche i ritmi di lavoro sempre più frenetici, dettati dalla competizione ai vari livelli, incidono su questo terreno. Qualcuno preferisce presentarsi al 50% delle sue potenzialità per non trovarsi, dopo un’assenza per motivi di salute, di fronte a una mole eccessiva di lavoro inevasa. Su questi temi andrebbe fatta una riflessione comune, partendo anche dalla considerazione che il clima aziendale non dipende solo dal datore di lavoro, ma a volte anche dai colleghi e se non è dei migliori può far ammalare le persone.

In linea di massima possiamo dire che il “presentismo” è condizionato meno dalla paura di conseguenze negative, ma dal senso di appartenenza all’impresa o dal senso di responsabilità dei dipendenti. Poi andrebbe fatta un’analisi sulla convenienza per l’azienda stessa. Da studi autorevoli emerge, infatti, con chiarezza che i costi di norma superano i vantaggi. Una minore qualità del lavoro, un’aumentata quota di errori, una convalescenza più lunga, un incremento degli infortuni e una cronicizzazione di alcune malattie sono effetti da valutare con attenzione. Per non parlare poi del rischio di trasmettere malattie ai colleghi.

Ma anche il sindacato è chiamato in causa. Erogare premi in base alla presenza, escludendo i periodi di malattia, è certamente controproducente per ridimensionare il fenomeno. Alle aziende invece spetta il compito di analizzare i costi e i rischi derivanti dalla presenza di persone fisicamente debilitate sul lavoro. In caso di malattie legate al lavoro stesso, come ad esempio patologie dell’apparato motorio, serve una formazione mirata per prevenire i problemi di salute.  Non per ultimo servono misure concrete sul posto di lavoro per rimanere in forma anche con il passare degli anni, visto l’allungamento dell’età di pensionamento, che tiene molte persone anziane sui posti di lavoro, più esposte, per ovvi motivi, non solo a molte patologie, ma anche sul mercato del lavoro.

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