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Se a pagare la crisi sono le donne

Senza occupazione e relegate alla sfera domestica e della cura. Il 2020 presenta un conto salato alle cittadine altoatesine: “Come fossimo tornate negli anni cinquanta”.
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Elisa Brunelli10.06.2021
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La Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro a cura di Astat ha evidenziato per il 2020 le nette conseguenze della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro altoatesino, che retrocede notevolmente dopo la crescita record registrata negli ultimi tre anni. A pagare il prezzo più alto sono però le donne: a fronte di una diminuzione della forza lavoro di 4.500 unità, la componente femminile è pari a 4.000 unità. Gli occupati scendono a quota 252.900, facendo registrare un calo medio di 6600 unità di cui 5300 donne in meno impiegate rispetto al 2019.
Il crollo più consistente si può osservare tra le classi di età 15-34, che calano di 3.200 unità mentre i maschi rimangono invariati, e 35-49 dove si collocano il 36,8% dei lavoratori altoatesini. In quest’ultima fascia si registra un calo di 2600 lavoratrici, gli uomini scendono invece a -1400 unità.

Nell’anno della pandemia sono soprattutto i lavoratori e le lavoratrici part time, che rappresentano il 22,3% del totale degli occupati, a diminuire rispetto il 2019. Anche in questo frangente notevole è il divario di genere: -1700 maschi contro le -3600 femmine.

disoccupazione femminile
Il tasso di disoccupazione femminile in Alto Adige è del 4,4%. Per le donne di origine straniera arriva al 13,4%

 

Le fluttuazioni più negative in termini di occupazione riguardano soprattutto i possessori di bassi titoli di studio: gli occupati con licenza media e qualifica professionale calano rispettivamente di 3800 e 3400 unità. Anche in questo caso a perderci sono soprattutto le donne che vengono penalizzate anche quando risultano in possesso del diploma di maturità (-1500 occupate rispetto al 2019).

In media, nel 2020, il tasso di disoccupazione in Alto Adige risulta pari al 3,8%, con  4700 uomini e 5200 donne, il cui tasso ammonta al 4,4 contro il 3,2% degli uomini, in cerca di occupazione. Dalle rilevazioni ASTAT risulta che delle 9900 persone in cerca di lavoro 2020, il 16,6% è rappresentato da disoccupati di lungo periodo (ovvero da almeno dodici mesi) mentre i rimanenti 8700 versano in questo stato da un periodo più limitato (inferiore o ugale agli 11 mesi).

L’aumento della disoccupazione nel 2020 ha toccato particolarmente anche la popolazione di origine straniera, soprattutto extracomunitaria. Con un tasso già elevato nel 2019, pari all’8,1%, nell’anno della pandemia ha raggiunto picchi del 12,2%: quella maschile è passata dal 7,4% all’11,2%, mentre quella femminile dall’8,9% al 13,4%.

 

La pandemia ha cristallizzato i ruoli di genere

 

Un nuovo studio a cura di Eurac Research e della Libera Università di Bolzano è andato ad indagare le esperienze, l’impegno e i tentativi di riscatto e di autodeterminazione delle donne durante la pandemia. La ricerca, intitolata “BELOW – Being locked up? Esperienze e impegno collettivo delle donne durante la pandemia di Covid-19”,  è andata a confermare la suddivisione tradizionale e patriarcale dei ruoli tra uomini e donne, ricercando in particolare il modo in cui queste ultime hanno vissuto il primo lockdown, in particolare le modalità con cui hanno affrontato il carico di lavoro improvviso costituito tra didattica a distanza, assistenza di bambini o anziani e cura della casa.
Le interviste portate avanti dalle ricercatrici hanno confermato in primis che la cosiddetta romanticizzazione della quarantena è assimilabile a una mera questione di classe: le persone che hanno dichiarato infatti di aver vissuto positivamente quel particolare momento di vita messo in stand-by dalle prime fasi del lockdown si sono dimostrate inserite in un contesto familiare stabile, senza problemi economici e con una condizione abitativa favorevole. 

Durante il lockdown mi sono sentita come se fossimo tornati negli anni cinquanta

(Un' intervistata dello studio BELOW)


Nonostante questo, nella maggior parte dei casi le donne intervistate hanno affermato di aver vissuto un “momento terribile”, soprattutto quando fu annunciata da parte del governo la chiusura delle scuole per l’intera durata dell’anno scolastico. In questo frangente le donne si sarebbero trovate improvvisamente divise, quando c’era, tra smartworking e un’ulteriore mole di lavoro non retribuita ma non per questo meno impegnativa: dalla cura dei bambini a quella degli anziani, assieme all’affiancamento dei figli durante la didattica a distanza e alla presa in carico delle faccende domestiche.
Le donne intervistate hanno lamentato “un mix di rabbia, tristezza, rassegnazione e anche paura per come questa situazione andrà avanti”. Un’altra ha descritto il lockdown come “un peso che non aveva mai dovuto sopportare in tutta la sua vita”.

L’impegno civico è diventato una parte importante delle loro strategie per affrontare l’impotenza, la rassegnazione, la rabbia e la sensazione di essere state abbandonate dal sistema

Lo studio ha rivelato inoltre che le donne intervistate abbiano deciso di intraprendere due strade diverse per fronteggiare la situazione che stavano vivendo: da un lato si sono ritirate e isolate dal resto del mondo esterno e dagli input negativi che provenivano anche dei media ma dall’altro lato si è invece dimostrato come sia sostanzialmente aumentato il loro protagonismo e attivismo sociale:  “Gran parte delle donne intervistate non era impegnata socialmente prima della pandemia - spiega la sociologa Claudia Lintner della Libera Università di Bolzano che ha condotto lo studio insieme alla politologa Verena Wisthaler di Eurac Research -. Nonostante questo, l’impegno civico è diventato una parte importante delle loro strategie per affrontare l’impotenza, la rassegnazione, la rabbia e la sensazione di essere state abbandonate dal sistema”.

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