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Avvenne domani

Imitazione o originale?

In politica, l'inseguire in modo strumentale le posizioni più estreme può far perdere consensi più che guadagnarne.
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Trent'anni or sono, giorno più giorno meno, si votava per una delle ultime tornate di elezioni politiche della prima repubblica. In Alto Adige, un politico democristiano preoccupato (non a torto) di poter perdere il suo seggio per effetto dell'ondata di consensi raccolta in quegli anni dal Movimento Sociale, decise di scendere in campagna elettorale sul terreno degli avversari. Girava la provincia con un'auto tappezzata di manifesti col tricolore e si presentava con lo slogan "il deputato degli italiani". Finì come doveva finire. Il democristiano perse il seggio a favore di un esponente missino.

Rievocare quel lontano episodio ha un senso perché dimostra che ci sono regole precise anche nel mondo della politica. Una di esse dice che, soprattutto quando i temi in gioco sono di quelli sui quali si ragiona più con la pancia che con il cervello, i cittadini-elettori disdegnano in genere di apprezzare le scopiazzature ideologiche e si rivolgono ai prodotti originali, anche se estremi e radicali.

Una lezione che viene evidentemente troppo spesso dimenticata. Lo testimoniano, in questi giorni, a livello nazionale, i goffi tentativi dei partiti di governo di inseguire, sullo scivoloso terreno della lotta alla piccola criminalità, i partiti e i movimenti che sull'insicurezza individuale, più percepita che reale, hanno costruito gran parte delle loro attuali fortune politiche. Articoli di legge scritti in modo confuso non bastano certamente a recuperare i consensi persi, ma servono indubbiamente ad accreditare nell'opinione pubblica una visione delle cose molto spesso ben lontana dalla realtà. A quel punto, in genere, il consenso si indirizza non verso chi propone confuse mediazioni, ma  su coloro che possono vantare maggiore anzianità di servizio e soluzioni più drastiche nella loro cassetta degli attrezzi.

Gli esempi abbondano.

È di queste ore l'avvio di una fase assai confusa nella vita politica della vicina Repubblica austriaca. Appena riemerso dal lungo e tormentato iter per l'elezione del presidente della Repubblica, che ha visto il verde Van der Bellen prevalere con un esiguo scarto di voti sul rivale della destra xenofoba e antieuropeista, il mondo politico viennese è scosso da un nuovo terremoto. Le fulminee dimissioni del vice cancelliere e leader del Partito Popolare Reinhold Mitterlehner, prima ancora del governo di coalizione con i socialdemocratici che regge il paese, hanno destabilizzato il suo stesso partito, alle prese ora con complesse questioni di tattica e di strategia. Anche in Austria, come in Italia, la legislatura dovrebbe concludersi naturalmente il prossimo anno, ma a questo punto sono in parecchi a scommettere sull'ipotesi di elezioni anticipate ed ancor più folto è il  gruppo di chi, tra i popolari, punta ad un rovesciamento di alleanze, gettando a mare la Grosse Koalition con la sinistra per abbracciare i Freiheitlichen, versione austriaca di quel fronte xenofobo, antieuropeista di ultraconservatore che in Italia è rappresentato in primis dalla Lega e in Francia ha appena incassato, con Marine Le Pen, una sonora sconfitta nelle presidenziali.

Anche in questo caso i moderati cattolici della ŎVP rischiano grosso. Potrebbero perdere comunque consensi sulla destra, quelli che già hanno premiato la candidatura liberal nazionale alle presidenziali, ma anche quelli dell'elettorato più moderato, poco incline ad un matrimonio così estremo. In un futuro governo con l'estrema destra, rischiano di diventare l'azionista di minoranza, costretto eternamente ad inseguire e a subire i diktat di un alleato più che scomodo.

E nel nostro piccolo Alto Adige?

Anche qui tutti i giochi sono proiettati verso le tornate elettorali del prossimo anno. Non tanto su quella, pur significativa delle politiche di primavera (salvo ovviamente sorprese "anticipate"), quanto sulle provinciali d'autunno, quelle nelle quali si giocheranno gli equilibri politici per gestire l'autonomia sino al 2023. Anche da noi, sia nel mondo tedesco che in quello italiano, c'è una destra magari divisa al suo interno, ma molto unita e aggressiva nel giocare sulle paure, sulle insicurezze, sui timori prodotti dalla crisi economica, dai cambiamenti sociali, dall'arrivo di nuovi soggetti. Poi, come sempre avviene da queste parti, a condire una pietanza già poco digeribile di suo, c'è il peperoncino costituito dalle questioni etniche che le varie forze politiche di destra utilizzano con maggiore o minor impegno a seconda del gusto individuale.

Anche da noi ci si domanda se chi ha responsabilità di governo, e quindi in primo luogo la Suedtiroler Volkspartei, riuscirà, in questi mesi, a resistere alla tentazione di inseguire i rivali lungo gli scivolosi sentieri che conducono alla chiusura totale verso tutto ciò che è nuovo, diverso e problematico oppure verso le ben note caverne dove ancora si celebrano i riti dell'identitarismo etnico, nella guerra di religione linguistica, del rifiuto di accettare un presente fatto di serena convivenza in un'Europa sempre meno divisa in Stati nazionali. Il partito di raccolta, questo è chiaro a tutti, si gioca parecchio nelle prossime elezioni comunali. Il suo giovane Obmann fa un atto di doverosa fiducia nell'indicare come obiettivo quello della riconquista della maggioranza assoluta, ma sa per primo che il traguardo sarà assai difficile da tagliare, in un mondo politico nel quale il richiamo all'unità etnica che è bastato per decenni anche garantire il successo elettorale per la SVP, ha sempre meno presa, specie quando si vota per i comuni o per la Provincia.

Ed allora potrebbe spuntare in qualcuno la tentazione di correre dietro ai deliri secessionisti o alle grida di allarme di chi vive l'arrivo di qualche centinaio di poveracci sfuggiti per miracolo all'annegamento nel Mediterraneo, come se si trattasse delle armate di Solimano sotto le mura di Vienna. Salvo poi finire come quel deputato di trent'anni fa, tradito da un'incauta scelta.

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