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“Radio radicale, ci piange il cuore”

In tre nello sciopero della fame per salvare l’emittente. Muzio: “Speriamo in altre adesioni. La radio è un patrimonio di tutti, si faccia la gara”.
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In tre, da percorsi politici differenti, tutti comunque di area progressista, uniti nello sciopero della fame per chiedere la garanzia di sopravvivenza per Radio radicale. Giuliano Muzio, ex segretario del Pd trentino, Maurizio Migliarini, ambientalista, consigliere di quartiere a Rovereto, e Fabio Valcanover, avvocato e esponente dei radicali, con la staffetta avviata lunedì si sono uniti alla mobilitazione nazionale rivolta a governo e Parlamento. Un’iniziativa che mira ad ottenere una risposta strutturale per il futuro dell’emittente, oltre la mozione con cui si è detto sì alla convenzione, ma solo per la digitalizzazione dell’archivio. “Per ora siamo in tre, speriamo in altre adesioni” dice Muzio, che aggiunge: “Già a giugno la radio avrà problemi per gli stipendi. Serve la gara per il servizio pubblico, in tempi brevi”. 

 

Lo spettro della chiusura

 

Valcanover, Migliarini e Muzio si sono impegnati in uno sciopero della fame individuale a staffetta di due giorni, “per sostenere - spiegano - con un gesto simbolico e non violento una battaglia nella quale non da oggi, ma da molto tempo crediamo”.

Radio radicale è un esempio di educazione civica quotidiana. A chi dice che c’è già Rai Parlamento, rispondo che è un’altra cosa. Io la ascolto da 40 anni, mi piange il cuore sapendo che potrebbe non esserci più (Giuliano Muzio)

“Le prossime settimane - proseguono - saranno cruciali per il servizio pubblico trasmesso da Radio radicale. Si dovrà infatti decidere se il patrimonio di conoscenze accumulato e lo straordinario esempio di educazione civica quotidiana fornito dall’emittente avrà una speranza di sopravvivenza oppure no”. A salto, Muzio aggiunge: “A chi dice che c’è già Rai Parlamento, rispondo che è un’altra cosa. Io Radio radicale la ascolto da 40 anni, mi piange il cuore sapendo che potrebbe non esserci più”.

Radio Radicale

Attualmente, la radio sta proseguendo la sua attività (avviata 43 anni fa) fuori dalla convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute integrali del Parlamento italiano, dietro il finanziamento di dieci milioni di euro annuali. La mancata proroga dell’accordo sancito nel 1994 è motivata dalla volontà dei 5 stelle, ribadita dal sottosegretario Vito Crimi, che sta lavorando alla riforma dell’editoria, e dal leader Di Maio, di abolire i finanziamenti pubblici al settore. La probabile se non certa chiusura del presidio informativo in cui lavorano una quarantina di persone e che è profondamente intrecciata alla storia politica e culturale dei radicali italiani (con un endorsement addirittura da Jean-Marie Le Pen, amico di Pannella) ha provocato un’ampia mobilitazione in difesa del pluralismo

 

Campagna trasversale

 

“La grande mobilitazione che ha interessato il Paese - aggiungono Muzio, Migliarini e Valcanover - è la testimonianza di una volontà di salvaguardare questo enorme patrimonio da parte di ampi strati della popolazione, di diversa estrazione politica. Chiediamo che tutto questo non venga ignorato e che il governo predisponga una gara per l’erogazione del servizio pubblico garantito fino ad oggi da Radio radicale, così come la stessa emittente chiede da anni. Al contempo, sollecitiamo una soluzione ponte per i prossimi mesi, in attesa di misure più organiche e strutturali”.

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Kommentare

Bild des Benutzers Karl Trojer
Karl Trojer 11.06.2019, 16:22

Chi impone la chiusura, la fine di Radio Radicale, ha paura delle verità... Radio Radicale, per oltre 40 anni è stata una importante voce dei cittadini e del Parlamento per i cittadini italiani, e non solo, è stata ed è ancora "democrazia mediatica pura" ! Imporrne la fine, è censura radicale...

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