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Disuguaglianza r

Un salario minimo per la provincia

A ragione l’IPL chiede maggior equità fiscale, ma la disuguaglianza dei redditi dichiarati per l'IRPEF deriva dalla disuguaglianza dei redditi e salari percepiti.
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A ragione l’IPL chiede maggior equità fiscale (vedi IPL-zoom 5/2017), ma la disuguaglianza dei redditi dichiarati che emerge dalle dichiarazioni IRPEF – scontato il fattore da tanto tempo non più rilevato a livello locale dell’evasione fiscale – deriva dalla disuguaglianza dei redditi effettivamente percepiti. Come emerge anche dai dati sull’IRPEF, elaborati dall’AFI-IPL, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati a pagare proporzionalmente più imposte sul reddito rispetto il reddito in media percepito.

Negli ultimi decenni l'economia altoatesina è cresciuta più rapidamente rispetto a quella delle altre regioni italiane. Lo stesso vale per il costo della vita. I salari, al contrario, dal 2009 non sono cresciuti, anzi: i 28.262 euro lordi percepiti dai lavoratori dipendenti in media nel 2009 fino al 2014 si sono ridotti del 2,8% (ASTAT 2016). Considerando anche il drenaggio fiscale, i redditi da lavoro dipendenti sono ancora penalizzati come dimostrano le analisi dell’AFI-IPL e dell’ASTAT (Distribuzione dei redditi e del patrimonio 2014). Un quinto dei dipendenti del settore privato percepisce salari molto bassi. I meccanismi di redistribuzione del reddito non riescono a compensare la crescente disuguaglianza sociale. Nel 2013 la percentuale di persone a rischio di povertà aveva raggiunto il 19%. Aumenta la forbice fra ricchi e poveri: il Sudtirolo diventa più ricco, ma la ricchezza è distribuita in modo sempre meno equo. Dove potrebbe intervenire lo Statuto di autonomia per correggere questi squilibri?

Un salario minimo previsto per legge e decretato dal governo, come è il caso nella maggior parte dei paesi europei, non sarebbe sbagliato per tutta l’Italia. Nel 2015 la Germania ha introdotto un salario minimo di 8,50 euro netti all'ora, che i sindacati e partiti di sinistra chiedono di portare a 10 euro. L’Italia, al contrario, è uno dei pochi paesi comunitari che non preveda una regola analoga. La definizione del salario minimo viene demandata alla contrattazione collettiva dei vari settori, mentre la Provincia autonoma oggi non può intervenire nella contrattazione per garantire contratti collettivi che tengano conto di questa necessità.

Naturalmente in Alto Adige vengono conclusi contratti che prevedono miglioramenti di vario tipo, ma in molti settori importanti non vengono stipulati contratti integrativi. In un’economia come la nostra, ricca di piccole aziende, questi accordi territoriali sarebbero decisivi per adeguare i salari alla crescita della produttività e al costo della vita. I sindacati provinciali purtroppo non sembrano in grado di imporli.

Questo problema potrebbe essere risolto con un salario minimo fissato dalla Provincia. Questa potrebbe ottenere la competenza legislativa per introdurre salari minimi specifici per i singoli settori. Questi dovrebbero comunque essere superiori a quelli minimi previsti dalla contrattazione nazionale. Di conseguenza sarebbero superiori anche i salari fissati da eventuali contratti integrativi. ll sistema di contrattazione collettiva verrebbe così stabilizzato. Questo tutelerebbe molti lavoratori con salari bassi, presenti nel settore alberghiero, nel commercio e in altri servizi privati. Il Sudtirolo, indipendente dal regolamento nazionale, potrebbe seguire un proprio percorso di equità sociale, come peraltro fa già per l’apprendistato. Naturalmente tutto questo, proposto anche in una recente pubblicazione di POLITiS (La nostra autonomia oggi e domani 2017) andrebbe inserito nello Statuto come una nuova facoltà legislativa autonoma. Purtroppo la Convenzione sull’autonomia non ha ripreso questa idea.

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