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Cent'anni di Sudtirolesitudine

Potrebbe intitolarsi proprio così il romanzo sulla società schizofrenica altoatesina, che vive e viaggia su binari paralleli e quasi sempre a ritroso.
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Nel giorno in cui si commemoravano i cento anni di appartenenza del Sudtirolo all'Italia il dibattito pubblico locale si è spaccato ancora lungo la faglia che l'ha frammentato già diecimila volte. Dalla parte dei tedeschi era tutto un pianto, tutto un lamento sul secolo di prigionia insopportabile – dall'ingiusto confine (quello del Brennero) al confine linguistico (quello di Salorno) – vissuto come una catena di lutti e disgrazie. Dalla parte degli italiani si parlava ovviamente d'altro: della votazione della fiducia al secondo governo Conte (il cosiddetto Bisconte rincollato), della sparizione dei profili neofascisti dai social network (Zuckerberg guardiano della Costituzione o più fascista dei fascisti?), degli ignobili femminicidi, e di tutto quello che col Sudtirolo c'entra poco o pochissimo.

La vecchia storia della reciproca solitudine, insomma, cioè quella di una società schizofrenica, che vive e viaggia su binari paralleli e quasi sempre a ritroso. Per raccontarla ci vorrebbe un romanzo possente, visionario. Potrebbe intitolarsi proprio così, Cent'anni di Sudtirolesitudine, Hundert Jahre Südtirolsamkeit per fargli passare anche l'esame di bilinguismo, e certamente farebbe molto rumore. Ci sarebbero quelli a cui piacerebbe tantissimo, che non finirebbero di leggerlo dall'inizio alla fine, dalla fine all'inizio, tra un idillio e una chiazza di sangue che si allarga nel cielo del nostro alpino Macondo; e ci sarebbero quelli che lo troverebbero invece brutto, tirato via, lontano dai giovani, restando presto intontiti dalla quantità esorbitante e interscambiabile degli Aureliano Buendía Tschurtschenthaler che lo popolano. Una solitudine individuale e collettiva, così come solitario e anzi isolato appare il Sudtirolo stesso, inutilmente percorso da carovane di turisti estivi e invernali, tutti incantanti da quel che vedono e non capiscono.

Per raccontare la vecchia storia della reciproca solitudine ci vorrebbe un romanzo possente, visionario. Potrebbe intitolarsi proprio così, "Cent'anni di Sudtirolesitudine", e certamente farebbe molto rumore

Ma di cos'è fatta, insomma, questa sterminata solitudine che, proprio come nel romanzo di Gabriel José de la Concordia García Márquez, avvolge un microcosmo arcano e segregato, in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti è tutt'altro che nitida? In uno dei suoi meravigliosi racconti contenuti nel libro “Divertimenti tristi”, non a caso intitolato “Sudtirolo ideale eterno”, Enrico De Zordo ha scritto: “Il Sudtirolo ideale eterno non è una narrazione cui sia stata sottratta la dimensione del tempo, ma semplicemente un presente in cui troppi tempi sono contemporanei, una storia senza punteggiatura in cui gli eventi, anziché accadere uno dopo l'altro, stanno pigiati l'uno accanto all'altro, come se sedessero nello scompartimento di un Intercity in corsa. Quella che va dal 1919 a oggi è una storia dilatata a dismisura con la brutta abitudine di mandare i suoi tentacoli all'indietro. Ma è anche una cronologia rimescolata, dove gli eventi e i personaggi di più secoli, tutti viaggiatori autorizzati che hanno pagato biglietto e supplemento, occupano di volta in volta un sedile numerato e si scambiano continuamente il posto, premendo il pulsante della funzione random”.

Sarebbe bello se quell'Intercity smettesse di vorticare frullando ricordi e ossessioni. I passeggeri potrebbero allora non leggere più il solito romanzo, magari dimenticare sul treno le valige piene di ammuffiti rancori, scendere alla prima stazione utile e farsi una bella passeggiata all'aria aperta. Così, tutti insieme, mano nella mano. Endlich miteinander. Per lenire almeno un po' la solitudine.

 

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Kommentare

Bild des Benutzers Sigmund Kripp
Sigmund Kripp 11.09.2019, 17:39

Das "endlich miteinander" könnte z.B. ein neuer, kleiner, smarter und trilingualer Staat sein. Wo die Teitschn nicht mehr zu Mama Wien laufen und dort klagen können und wo die Walschen nicht mehr mit dem römischen Zentralismus drohen können. Einfach unabhängig von diesen externen Polen sein können und endlich miteinander die Politik dieses Landes bestimmen können. Ohne Wien und ohne Rom. Es bleibt ja Brüssel....

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Gabriele Di Luca 12.09.2019, 01:20

No, come ho chiarito in un migliaio di altre occasioni - semmai è esattamente il contrario: solo dalla creazione di un effettivo "miteinander" potrebbe scaturire - sul lungo periodo e grazie a una per adesso impensabile ridefinizione degli attori politici - un innovativo desiderio di indipendenza. Siccome però questo effettivo "miteinander" non viene perseguito praticamente da nessuno, la probabilità che un processo del genere possa anche solo lontanamente manifestarsi è pressoché zero. Tra 100 anni ci sarà un'altra estate con gli Schützen che incolleranno qualche adesivo sui cartelli stradali e poi, il 5 settembre, si celebreranno i 200 anni dell'annessione parlando di ingiusto confine, di richieste di scuse da parte dell'Italia e delle solite cose alle quali siamo abituati. Per fortuna la biologia ci impedirà di assistere a questa ennesima replica.

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Sigmund Kripp 12.09.2019, 07:39

Und da beisst sich die Katze in den Schwanz: Unter den gegebenen Umständen, wo das Nebeneinander Landesdoktrin ist, wird sich kein Miteinander bilden können. Solange die Südtiroler zu Mama Wien laufen, wenn einmal zweisprachige Schulen angedacht werden, und die Italiener bei eventuell geforderter Zweisprachenkompertenz sagen: "siamo in Italia", wird es keine Veränderung geben. Ich fürchte, lieber Gabriele, wir haben beide Recht. Und das ist das Unlösbare an der vertrackten Situation!

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Karl Trojer 13.09.2019, 08:22

Ich denke, dass der Weg zum Miteinander einfacher ist als angenommen. Viele von uns arbeiten täglich beruflich problemlos, ja bestens zusammen; daraus können Freundschaften erwachsen, die auch die Freizeit mitgestalten. Wenn wir uns darauf einlassen, den Anderen in seinem Andersein zu respektieren und die Unterschiede wertzuschätzen, werden wir, frei von Angst unsere Idnetität zu gefährden, aufeinander zugehen können. Wertschätzung ist mehr als Tolleranz, sie öffnet Augen und Ohren , macht neugierig und ermöglicht reiches Dazulernen. Ein akutes Problem stellen allerdings die mangelnden Deutsch-Sprachkenntnisse zu vieler italienischsptrachigen MitbürgerInnen dar. Dies ist verständlich, zumal diese Bevölkerungsgruppe vorrangig in Städten lebt und dort der nachbarliche Kontakt zur deutschsprachigen Bevölkerung gering ist, und weiters weil die meisten deutschsprachigen SüdtirolerInnen auch in Anwesenheit italienischsprachiger SüdtirolerInnen Dialekt sprechen. Letztere sollten dann Hochdeutsch reden (was etlichen wiederum schwer fällt). Doch, wo ein Wille da ein Weg... und ... es ist nie zu spät...

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