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Avvenne domani

Arriva la bomba!

E' il passato che ritorna
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Mi stupisco altamente dello stupore di coloro che si sono meravigliati del fatto che, durante gli scavi per la predisposizione della nuova viabilità in vista della realizzazione del complesso Benko, sia stata trovata una bomba inesplosa risalente all'ultimo conflitto mondiale e che ora mezzo centro storico sia bloccato, per ragioni di sicurezza, in attesa del necessario disinnesco. Mi meraviglio invece davvero che ritrovamenti del genere non fossero già avvenuti appena iniziati i lavori nella zona di Ponte Loreto. Per capire la questione occorre ritornare indietro nel tempo ai terribili anni di guerra. Dal settembre del 1943 all'aprile del 1945 Bolzano fu colpita dall'aria almeno una ventina di volte con incursioni di formazioni più o meno ampie di bombardieri inglesi e soprattutto americani. Il bersaglio da colpire era costituito essenzialmente dalle strutture ferroviaria dello scalo bolzanino che in questo ebbe sorte analoga a quelli di Trento, di Verona soprattutto, di tutti i punti sensibili lungo la ferrovia che legava l'Italia al Reich e che costituiva la vena giugulare attraverso la quale le armate naziste che combattevano sul fronte sud ricevevano rifornimenti, mentre invece verso nord viaggiavano convogli con i manufatti prodotti dall'industria italiana e necessari allo sforzo bellico tedesco e, purtroppo, anche i vagoni piombati con un'umanità dolente destinata allo sterminio dei lager. Bloccare il traffico su quelle rotaie era un imperativo categorico per gli strateghi della guerra dell'aria inglesi e americani che vi si applicarono con terribile metodicità. Va detto che, nonostante le tonnellate e tonnellate di bombe scaricate su binari e stazioni, l'obiettivo non fu mai completamente raggiunto. La ferrovia continuò a funzionare anche se a ritmo ridotto sino agli ultimi giorni di guerra. Distrutte le linee elettriche vennero utilizzate locomotive alimentate a nafta. I binari danneggiati venivano riparati rapidamente e i treni viaggiavano durante le ore notturne per evitare gli attacchi dei cacciabombardieri che sorvolavano costantemente le valli alpine alla ricerca di bersagli. Uno degli obiettivi strategici fondamentali era costituito, poco a nord di Trento, dal viadotto ferroviario che supera il fiume Avisio, conosciuto più comunemente come Ponte dei Vodi. Fu bombardato talmente tante volte e in maniera così selvaggia che, tra gli abitanti della zona, coniato un macabro proverbio: "Magna, bevi e godi, ma sta lontan dal pont dei Vodi". Basti sapere che in una delle ultime incursioni, a pochi giorni dalla fine del conflitto, ben 185 Liberator sganciarono sul viadotto ben 350 tonnellate di esplosivo. Anche quel caso, tuttavia, i danni non furono proporzionati all'enorme quantità di bombe cadute. Tutto questo per capire un primo fondamentale elemento: specie su obiettivi abbastanza difficili perché parzialmente "coperti" dalle montagne circostanti, la precisione dei bombardamenti era molto inferiore a quella che ci possiamo immaginare noi oggi in un'epoca di bombe "intelligenti" e di puntamenti satellitari o laser. Gli aerei sganciavano grappoli di ordigni i quali avevano, normalmente, una caratteristica precisa: i detonatori che provocavano l'esplosione erano tarati volutamente in modo da attivarsi solo al contatto con una superficie solida e con un urto abbastanza robusto. Se, al contrario, fossero stati troppo sensibili sarebbe stato enormemente pericoloso trasportare le bombe, immagazzinarle, caricarle sugli aerei. Questo dava luogo ad un fenomeno che coloro che si occupano in maniera scientifica di questi problemi conoscono bene. Le prime bombe cadute esplodevano provocando ampi crateri e fontane altissime di terreno che ricadeva generando una superficie assai morbida. Era tutt'altro che raro che gli ordigni successivi, non incontrando un ostacolo così deciso, rimanessero inesplosi. Su Bolzano non furono effettuate incursioni così massicce come quella di cui abbiamo parlato più sopra, ma i bombardamenti furono numerosi e tutti avevano, come detto, lo stesso obiettivo e cioè la stazione ferroviaria, il vicino scalo merci e, ca va sans dire il ponte sull'Isarco. È per questo che i gravissimi danni provocati dai bombardamenti riguardarono quasi esclusivamente il centro storico di Bolzano e le zone immediatamente limitrofe. Parecchie bombe andarono a cadere, non senza provocare vittime, persino nella zona del Colle, dove non pochi bolzanini si erano rifugiati per sfuggire ai bombardamenti, non pensando che quei prati e quei boschi erano in linea d'aria a poche centinaia di metri dal grande scalo ferroviario. I bombardieri sparsero il loro carico di morte su un'area piuttosto vasta, dunque, ma furono comunque attenti, ed è un particolare che in genere non viene abbastanza sottolineato, ad evitare di colpire gli stabilimenti della zona industriale che pure erano strutture di non scarsa importanza nella produzione destinata a sostenere lo sforzo bellico tedesco. Acciaio, alluminio, magnesio, autocarri uscivano dalle fabbriche della Zona, per essere impiegati, fino agli ultimi giorni di guerra, nella produzione industriale del Reich, ma le fabbriche come tali non furono mai obiettivi specifici dei bombardamenti, come del resto avvenne per quasi tutta l'industria pesante e leggera del nord Italia e per tutti gli impianti di produzione idroelettrica che quelle fabbriche alimentavano. Ma torniamo alle nostre bombe. Terminato il conflitto si pose immediatamente un duplice assillante problema: quello di ripristinare al più presto l'efficienza delle linee ferroviarie per consentire la ripresa economica e sociale del paese e quello di sgombrare, assieme alle macerie che coprivano una vasta parte delle zone bombardate anche gli ordigni inesplosi. Sulla linea del Brennero, ad esempio, un ruolo fondamentale nel riattivare del tutto i binari e nel permettere la ripresa, almeno parziale, della circolazione dei treni, svolto ad esempio dagli stessi tecnici germanici del genio ferrovieri e dell'organizzazione Todt, che continuarono a fare, divenuti prigionieri, le stesse cose che avevano fatto nei mesi precedenti e cioè a riparare i danni prodotti dalle bombe. Gli artificieri, dal canto loro, misero mano al disinnesco delle bombe inesplose rimaste in superficie. Qui però occorre fare un discorso che ci riporta in pieno alle piccole emergenze che Bolzano sta affrontando e che dovrà affrontare, con ogni probabilità, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Erano, quelli dell'immediato dopoguerra, tempi cupi e disperati. C'erano delle priorità assolute, come quella di ripristinare le ferrovie. Mancavano i mezzi soprattutto mancava il tempo per poter intraprendere una colossale opera di bonifica andando a cercare tutti gli ordigni che erano piovuti dall'alto, non erano esplosi, erano rimasti sepolti sotto terra. Eliminate le bombe rimaste in superficie, ci si limitò dunque a stendere su tutto un robusto strato di terreno e un altrettanto cospicuo velo di oblio e rinviando la soluzione del problema le future generazioni. Ecco, noi adesso siamo le future generazioni che, avendo deciso di mettere mano all'area dove si scaricarono con maggior violenza ai bombardamenti, dovremo fare i conti con il lavoro che non fu compiuto nel 1945. La bomba trovata nei giorni scorsi non è la prima e, purtroppo, non sarà, temiamo, neppure l'ultima. Le zone maggiormente a rischio, ovviamente, sono quelle sulle quali, nel dopoguerra, non si sono costruiti edifici per i quali sia stato necessario lo scavo di fondamenta abbastanza profonde. A naso i problemi potrebbero nascere sull'area che ha ospitato la stazione delle autocorriere, sulla parte da edificare del Parco della Stazione, ma soprattutto sulla zona che, spostati i binari, dovrà accogliere gli edifici previsti dal progetto per il nuovo areale ferroviario. Nessuno sa con precisione se e quante bombe inesplose nasconda ancora quel sottosuolo. La ditta che sta svolgendo i lavori a Ponte Loreto afferma di aver esaminato il sottosuolo con gli appositi sensori, ma evidentemente anche un aggeggio così robusto come una bomba può sfuggire alle ricerche più sofisticate. Quel che è certo è che i protocolli di sicurezza imporranno, ogni volta che ne verrà trovata una, il blocco dei lavori, la messa in sicurezza della zona l'eventuale sgombero degli abitanti delle zone circostanti durante le operazioni disinnesco. Sarebbe bene tenerne conto nel programmare tutto l'iter dei lavori invece che nascondere la testa sotto la sabbia e prendersela con chi si limita a segnalare il pericolo. Ricordo ancora con un certo sgomento che, un collega caposervizio della RAI che, anni orsono, in occasione di un altro disinnesco, aveva osato descrivere questo tipo di situazione, sia pur con toni assai moderati, fu pesantemente minacciato da un dirigente delle forze dell'ordine di essere denunciato per diffusione di notizie allarmistiche. Delle bombe nascoste sottoterra Bolzano non si doveva parlare. Solo che le bombe ci sono e ogni tanto spuntano da un passato poco felice, a ricordarci che i conti con quegli anni di morte e di violenza non sono ancora del tutto saldati.

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