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Politik | Avvenne domani

Interetnico. È bello?

Quando la storia si ripete

Pochi giorni or sono la svolta interetnica dei socialisti altoatesini, che cambiano addirittura nome all'articolazione locale del loro partito. Cade il termine "italiano" e rimane solo la dizione Partito Socialista con la relativa traduzione in lingua tedesca. Poche ore dopo arriva anche l'annuncio di uno degli animatori locali del movimento delle sardine che, dice, in Alto Adige nuoteranno in direzione rigorosamente interetnica. Di vocazione interetnica del loro partito avevano parlato infine, alcune settimane or sono, anche i dirigenti del Partito Democratico altoatesino per motivare la scelta annunciata di proporre una candidata di madrelingua tedesca come possibile sindaco di Bressanone.

Tutti interetnici dunque?

Staremo a vedere se e come queste vocazioni resisteranno alla prova del tempo e dei risultati politici ed elettorali. Per intanto ci limitiamo ad osservare come il fenomeno si ripresenti ciclicamente nella storia politica dell'Alto Adige di questi ultimi decenni.

Il fatto di rivolgersi o meno agli elettori di questo o di quel gruppo linguistico rappresenta infatti uno dei dati identificativi delle forze politiche altoatesine, accanto all'ideologia, al simbolo, ai programmi elettorali.

In un ipotetico ventaglio delle varie posizioni troviamo sicuramente ad un estremo la Südtiroler Volkspartei che ha imbullonato saldamente nel proprio statuto la vocazione a rappresentare solo e unicamente e componenti dei gruppi tedesco e ladino. Alla SVP agganciamo per analogia tutti i vari partiti che si sono succeduti nel tempo alla sua destra, ivi comprese le attuali informazioni secessioniste. Sul lato completamente opposto i Verdi, eredi diretti di quella Nuova Sinistra - Neue Linke che aveva proprio nell'interetnicità uno dei propri caratteri fondamentali, e che hanno continuato a praticarla con coerenza, nonostante qualche momento di difficoltà.

Nel mezzo tutta una serie di posizioni che hanno subito profonde variazioni nel tempo e che si sono articolate in maniera diversa.

Era sicuramente interetnico, ad esempio, il PCI altoatesino che, sin dai tempi dell'immediato dopoguerra si rivolgeva indifferentemente, in nome della teoria marxista leninista, ai proletari di lingua italiana, tedesca e ladina. Una vocazione coltivata anche attraverso il lavoro di numerosi esponenti politici. Ricordiamo solo, ma non è certamente l'unico, Josef Stecher, eletto per due legislature in consiglio provinciale.

La notizia meraviglierà forse qualcuno ma anche la Democrazia Cristiana altoatesina ebbe una sua fase interetnica, rivolta non tanto al mondo di lingua tedesca quanto a quello di lingua ladina. Era forte di consensi, la DC, soprattutto nella Gardena, dove mandava rappresentanti nei consigli comunali e dalla quale proveniva quel giovane esponente, Josef Martiner detto Pepi, che riuscì a conquistare, nel 1973, addirittura l'elezione in Provincia nella lista dello Scudo Crociato e che però comparve tragicamente poco dopo in un incidente stradale. Anche la sua assenza, forse, fu tra gli elementi che contribuirono alla progressiva scomparsa della presenza democristiana nelle valli ladine.

I dirigenti altoatesini del PSI, nel rivendicare la svolta interetnica, non hanno voluto forse ricordare, con un pizzico di scaramanzia, l'esperimento lanciato proprio dal loro partito negli anni 70, con l'apparentamento non solo elettorale ma anche strategico con il piccolo partito socialista sudtirolese guidato all'epoca dal consigliere provinciale Willy Erschbaumer. Non fu l'unico esperimento di questo tipo varato in quegli anni anche un altro piccolo partito di opposizione alla Südtiroler Volkspartei, l'SFP di Egmont Jenny provò in alcune occasioni ad avvicinarsi ai partiti del centro laico italiano per dare più concretezza alla propria consistenza elettorale. La storia politica non ha benedetto queste operazioni.

Mentre va ricordato che le varie formazioni che si sono nel tempo collocate alla sinistra del PCI e dei partiti che lo hanno sostituito nel tempo, hanno sempre avuto, sia pur in varia misura, componenti di madrelingua tedesca, il discorso è abbastanza diverso per quanto riguarda la vasta area del centrodestra di lingua italiana.

Qui la vocazione a rappresentare l'elettorato tricolore si è sempre espressa in maniera abbastanza chiara, pur non trovando magari espliciti riferimenti negli statuti. La presenza occasionale di qualche candidato non italofono non cambia il quadro complessivo.

Un discorso particolare, infine, ha fatto per la Lega che, sin dai suoi esordi, più di un quarto di secolo fa, ha sempre vantato, e non solo con le parole, una pretesa di interetnicità piuttosto robusta. Basti pensare alla scelta fatta a suo tempo di candidare due ex esponenti della Südtiroler Volkspartei come Elena Artioli e Roland Atz.

In ordine di tempo il quadro si completa con le circonvoluzioni dell'area nata attorno al Movimento 5Stelle che, nel 2013, mandò in consiglio provinciale un candidato di madrelingua tedesca, che poi ha abbandonato il movimento per fondare uno tutto suo, anch'esso in teoria assolutamente interetnico, ma che ha portato nell'aula consiliare solo eletti di madrelingua tedesca.

La vocazione interetnica continua ad essere così come l'araba fenice, inseguita sempre con tenacia, raramente raggiunta nei fatti.