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Toblacher Gespräche

Il mondo dei Commons

Intervista con Silke Helfrich.
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Silke Helfrich, da anni attiva nel superare, o meglio bypassare il mercato e lo stato con l’auto-organizzazione sulla base dei Commons, concluderà i Colloqui di Dobbiaco 2017 “Sharing Economy. Che cosa contribuisce la digitalizzazione alla sostenibilità.” (29 settembre – 1 ottobre). Le iscrizioni sono aperte, i posti limitati per un insolito incontro tra makers, nerd digitali, esperti dell’economia della rete, attivisti per un futuro sostenibile. L’intervista è di Karl-Ludwig Schibel.

 

Quali sono i principi chiave del mondo dei Commons?
“Mondo dei Commons” coglie bene il punto. Parliamo infatti di una visione del mondo, di un modo specifico di agire. Ci si può avvicinare al Mondo dei Commons in vari modi. Uno è di vederlo come istituzioni o spazi di azioni comuni, nei quali si producono, curano, gestiscono e sviluppano una grande varietà di cose per la vita. In questi spazi vanno pensate insieme equità, libertà e sostenibilità, cosa piuttosto rara nella storia delle idee politiche. Un concetto centrale per questi spazi è quello dell’auto-organizzazione. Elinor Ostrom, che è stata insignita del Premio Nobel per l’economia nel 2009, ha identificato otto principi per stabilire la corretta gestione di istituzioni Commons. Il settimo afferma che lo stato deve riconoscere il diritto degli appropriatori (di beni comuni), ad organizzarsi. Ostrom sancisce una specie di “diritto all’auto-organizzazione” senza interferenza di autorità governative esterne.

L’auto-organizzazione secondo determinati principi, mi immagino?
Infatti, ve ne sono tre. Il primo sarebbe che vanno visti insieme il diritto all’uso con la responsabilità di contribuire. Il legame tuttavia non è rigido, può partecipare al “mondo dei Commons” anche chi in questo momento non può o non vuole contribuire niente. Questo principio però funziona solo se il mondo non viene tagliato in due: la produzione su un lato, la distribuzione sull’altro. Si tratta, fin dall’inizio di una sola cosa. Se – e questo è il secondo principio – si contribuisce volontariamente, considerando la produzione e riproduzione come due aspetti di un unico processo, la questione della distribuzione non si pone solo in un secondo momento, ma è fin dall’inizio un tema sotto forma della predistribuzione come la chiamano gli economisti. Di cui si può occupare lo stato o le persone stesse. Il che ci porta alla questione della proprietà e al terzo principio: possesso invece di proprietà. Interessano i diritti d’uso – naturalmente anche quelli individuali, non la disposizione individuale illimitata su cose che in linea di principio non dovrebbero essere la proprietà di una sola persona. Seguendo questi tre principi, i Commons possono essere enormemente produttivi.

 …… per produrre cosa?
In linea di principio si può produrre come Commons tutto ciò che si può anche produrre come merce. Infatti si tratta di concetti opposti che seguono logiche diverse. Nell’economia dei Commons il punto di partenza del “pensiero oiconomico” non è la scarsità ma l’abbondanza. Il che richiede principi diversi. Per esempio: produrre localmente ciò che pesa – macchine, materiali edili, cibi – e condividere globalmente quello che è leggero – sapere, idee, codici e design. Sembra banale, ma è radicale in un mondo dove è diventato normale fare del sapere, dei codici e del design “proprietà intellettuale”. Strettamente legato è il principio: Condividere tutto quello che è condivisibile! Tenendo in mente che la condivisione deve essere pensata insieme con il mettere insieme. Produzione e uso devono stare insieme. Mi piace parlare di Pool & Share, dove l’accento e però sul “&”. Si può solo condividere quello che prima è stato portato insieme. Un altro principio sarebbe: aperti ma non illimitati. Semipermeabilità in analogia alla barriera sangue cervello che fa passare solo quello che non nuoce al sistema nervoso centrale (rispettivamente Commons). I Commons non sono quindi senza limiti, dove ognuno o ognuna può fare quello che gli pare. Per tradurre queste riflessioni un po’ astratte in un’immagine che contiene tutti i principi nominati: i Commons sono come un grande buffet collettivo, al quale contribuiscono tutti e tutte e non un paese della Cuccagna dove ognuno può servirsi come gli pare. Il risultato: varietà, abbondanza, volontarietà, apertura.

Che cosa rende queste pratiche di condivisione oggi di nuovo attuali e – per arrivare al tema dei Colloqui di Dobbiaco – qual è l’importanza delle tecnologie digitali?
Stiamo parlando di diverse dinamiche. Una è il Peak Neoliberalismo e una crisi a 360 gradi – ambiente, sistemi politici, coesione sociale, rotture nel sistema economico, energia, etc. Sull’altro lato si verifica un’estensione di strutture Commons, soprattutto in paesi come la Grecia, la Spagna, l’Italia. Le dinamiche più spinte si trovano in questi paesi. I Commons sono quindi una risposta alle gravi crisi di persone che prendono le cose nelle proprie mani. Il secondo punto è il profondo radicamento interculturale e interreligioso dell’idea dei Commons nella storia umana. In fondo tutti sanno di che cosa si parla, lo chiamano solo con nomi diversi. Secondo l’Istituto Robert Koch ci sono in Germania tra 70.000 e 100.000 gruppi di autoaiuto con circa 3 milioni di persone impegnate – solo nel campo sanitario! Tutte loro possono, quando si parla dei Commons, partire dalla propria esperienza, da quello che fanno insieme e quanto gli giova. O se guardiamo i terreni: la ricerca ci dice che in Romania ci sono circa 1.700 comunità di agricoltura o selvicoltura che gestiscono complessivamente un milione di ettari. Esperienze simili si trovano in molti paesi dell’Europa del Sud e dell’Est. Solo che a differenza dell’esempio rumeno non ci sono le statistiche. I Commons sono stati resi invisibili, ma hanno sempre esistiti, esistono tutt’oggi e ci saranno anche nel futuro, cambiando forma e modi. Un terzo punto: mi sembra che si stia rafforzando una certa stanchezza verso la società dello spreco. Un indicatore sono le iniziative del tipo “repair café” – in Germania sono 600 e il numero è in crescita. Esiste inoltre una stanchezza della dipendenza: ci sentiamo e infatti siamo dipendenti dalle valutazioni della nostra performance, dalla situazione sul mercato del lavoro, da un mondo della finanza opaco, da decisioni politiche sopra la nostra testa e dai prodotti dell’industria alimentare. Cresce lo charme di una vita più indipendente dalla logica capitalistica dello scambio che penetra tutto: il mercato della formazione, del lavoro, delle finanze, della politica, dei cibi, etc. L’onnipresenza del mercato stanca. Anche per questo sta crescendo velocemente la rete dell’agricoltura solidale dove non si compra semplicemente un prodotto ma si condivide il rischio della produzione con il coltivatore diretto. Queste idee del Commoning sono condivise da molte persone, soprattutto anche giovani che hanno voglia di sperimentare rapporti sociali più profondi – il che è al centro dei Commons. Il quarto punto è il ruolo delle trasformazioni tecnologiche. Le tecnologie digitali dagli anni Novanta dell’ultimo secolo offrono nuove possibilità di comunicazione. La comunicazione è una capacità chiave per l’auto-organizzazione ed è ovvia la enorme differenza tra una comunicazione attraverso segnali di fumo o attraverso laptop, tablet o smartphone. Le infrastrutture digitali offrono ai Commons il grande potenziale di auto-organizzazione oltre lo scambio diretto inter-personale: comunicazione in reti distribuite, che non necessitano più il contatto diretto.

Un discorso molto attraente che fa però nascere il sospetto di una visione dei Commons e dei loro principi portanti basata sul un concetto molto positivo e forse troppo positivo della natura umana, dove predominano l’empatia e l’altruismo e si perde di vista l’interesse proprio di homo oeconomicus.
Non c’è dubbio, i Commons non sono pensabili e ancora meno praticabili se partiamo dal homo oeconomicus – questo poveretto che si trova solo nel mondo fissato sull’ottimizzazione dei propri benefici. Non dobbiamo discutere che viviamo in un mondo dove regna un tale concetto dell’essere umano. Per questo il discorso sui Commons comprende anche la trasformazione della società e una profonda svolta culturale che fa riemergere la nostra natura come esseri in rapporto con e dipendenza da altri. Arriviamo in questo mondo con il cordone ombelicale che viene tagliato, ma il legame rimane – questo si ripete più volte nella vita. Il punto di partenza sarebbe la comprensione che l’Io e il Noi non sono separati, che il ‘mio’ benessere attraversa il ‘tuo’. Ognuno e ognuna di noi ha fatto anche questa esperienza di vita. Per questo un interesse proprio ben inteso cercherà di creare le condizioni sociali che permettono a tutti di svilupparsi e di contribuire volontariamente, senza doversi piegare agli interessi dell’altro. Ma anche senza oltrepassare i limiti stabiliti dall’uso collettivo delle risorse come il suolo, l’acqua, l’atmosfera. Perché ci sono anche i legami vitali con il mondo naturale che vanno curati.

Un interesse proprio di secondo livello?
Così si può dire senza essere troppo ottimisti, anzi per essere realisti. Il problema è una cultura consolidata che si basa sul un concetto sbagliato della natura umana dove tutti sono separati l’uno dall’altro. Di nuovo: Commons significa battersi per un’altra cultura.

Da dove prende la speranza che i potenziali emancipatori del Commoning si affermeranno in un mondo, che è pervaso dalla logica delle merci, del profitto, del capitale?
Possiamo imparare dal movimento del software libero, che è nato trent’anni fa. Se vogliamo essere indipendenti e liberi dall’intrusione e potere di mercato di multinazionali come Microsoft che ci dicono come e che cosa percepiamo e comunichiamo per poi utilizzare queste forme prestabilite di comunicazione per fare profitto, una possibilità sarebbe di entrare in una lotta di potere. Ma abbiamo anche la possibilità di costruire un sistema parallelo e mondi paralleli. Il movimento del software libero ha imboccato la seconda strada e oggi è la base del 95% di internet. Questa strategia va trasferita in tutti gli ambiti, per renderci più indipendenti dalle strutture di potere e ridurre il loro regno. Si tratta di cambiamenti graduali, che vanno portati avanti coscientemente passo per passo. Pe fare ciò abbiamo bisogno di buoni concetti – come per esempio i Commons – e di spazi liberi, di spazi liberi, di spazi liberi. Nella prassi i risultati si verificano in una grande varietà di iniziative: aziende agricole dell’agricoltura solidale, repair café nelle città, software libero per i nostri computer di casa, fablab che sono in rete con tutto il mondo. Questi spazi liberi possono mettersi in rete e offrire tutto quello di cui si ha bisogno per la vita. Oggi non si deve più comprare un’enciclopedia, e neanche un’automobile perché posso utilizzare il car sharing – ovviamente dipende sempre dalle condizioni concrete – si può fare a meno degli alberghi perché c’è couchsurfing e per una buona parte del cibo non bisogna andare al supermercato, si trova anche nell’agricoltura solidale. Per questa trasformazione non ci vuole una maggioranza. Per capovolgere un sistema non occorre il 51% delle persone, bastano un 15-20% che si mettono in rete. La speranza sarebbe che i Commons crescono come dei cristalli in tutte le direzioni.

Come dobbiamo immaginarci il legame tra Commoning e conversione ecologica? I Commons sono di per sé sostenibili?
Non direi. Ho abbozzato qui l’idea dei Commons in una prospettiva di organizzazione e trasformazione della società che non viene necessariamente condivisa da tutti coloro che si considerano “Commoner”. Inoltre si può spesso osservare nei Commons digitali una certa smemoratezza della sostenibilità. A volte si riduce alla domanda dove trovare i fondi per la prossima fase del progetto. L’enorme zaino ecologico viene dimenticato o tematizzato solo quando diventa evidente che anche dei progetti Commons divorano enormi quantità di risorse. Non esiste un nesso automatico tra sostenibilità e Commons. Allo stesso tempo il principio della distribuzione (non decentralizzazione) racchiude il potenziale di dover mobilitare meno risorse. La condivisione del sapere in reti distribuite rende possibile la produzione locale di cose complicate (bicicletta da carico, hardware, microscopio) secondo il principio “Produrre localmente ciò che pesa”. Non ci vuole molta fantasia per immaginarsi che cosa significherebbe per i flussi globali di merci. Commons quindi contengono il potenziale per la sostenibilità e quelli tradizionali sono infatti più sostenibili di sistemi di mercato o di controllo statale.

Perché ci vuole il concetto inglese dei “Commons”
Perché non esiste un buon concetto corrispondente né in tedesco né in italiano. Nelle mie pubblicazioni ho sperimentato tutto. Il concetto tedesco della “Allmende” è meraviglioso, però lo usano gli storici per una forma giuridica medievale e suona quindi come ieri. Il concetto dei “beni comuni” è stato occupato dalle scienze economiche. In realtà non si tratta di beni, si tratta di noi. La gente può dire “Jeans” e “Shop”, quindi anche “Commons” non può essere troppo complicato.

 

Silke Helfrich è autrice e studiosa, co-fondatrice della Commons Strategy Group e del Commons Institut e.V. Per molti hanno ha diretto l’ufficio per l’America Centrale, Messico e Cuba della Fondazione Heinrich Böll. Pubblicazioni (a cura di): “Wem gehört die Welt. Zur Wiederentdeckung der Gemeingüter” (A chi appartiene il mondo. La riscoperta dei beni comuni” (2009), “Commons. Für eine neue Politik jenseits von Markt und Staat”, (Commons. Per una nuova politica oltre il mercato e lo stato) 2012, e “Commons. Muster gemeinsamen Handelns” (Commons. Modelli di agire insieme) 2015. L’ultimo è anche il tema attuale delle sue ricerche.

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