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"Bisogna che tutto cambi"

Intervista a Roberto Galoppini - esperto di tecnologie dell'informazione - per uno sguardo a tutto tondo sull'open source: tra crittografia ed economia
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Open Technologies28.11.2017
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Roberto Galoppini lavora nel settore dell'open source da svariati anni e ha fondato la sua prima compagnia nei primi anni duemila. Ha ricoperto per diverse aziende, tra cui Microsoft e IBM, il ruolo di consulente strategico ed è stato uno degli speaker a prendere la parola ad SFScon, la convention europea del free software che si è tenuta a Bolzano dirca due settimane fa.

Dopo la conferenza, Galoppini ha risposto ad alcune domande che noi di Salto gli abbiamo rivolto in merito al suo intervento riguardo la "blockchain", il modello che sta alla base della tecnologia del Bitcoin e in questa breve intervista ci ha spiegato cosa significa lavorare su un modello economico diverso da quello tradizionale.

salto.bz: Lei si occupa di tecnologie dell'informazione da più di vent'anni e da molti anni si sta occupando del dialogo tra tecnologie open e sviluppo industriale ed è stato un consulente per importanti aziende a livello mondiale. Qual è il suo personale bilancio dello sviluppo di questa dialettica?

Roberto Galoppini: La crescente e rilevante partecipazione di  Microsoft nella realizzazione e condivisione di codice open ha sancito definitivamente l'inizio di un'epoca in cui produrre e condividere codice open è la norma piuttosto che l'eccezione. Non si tratta però di una rivoluzione copernicana, quanto la pragmatica constatazione che condividere costi di produzione e manutenzione del codice è più efficiente ed efficace. Il graduale passaggio dal on-premise al cloud ha favorito il processo di co-creazione, permettendo ai diversi player dell'olimpo digitale di condividere solo ed esclusivamente tutto ciò che non costituisce il vantaggio competitivo dell'azienda.

Rimane e rimarrà proprietaria la loro offerta per ciò che concerne sistemi operativi ed applicazioni, così come non è pensabile che SAP od Oracle decidano di liberalizzare i loro prodotti. Questo non significa che non accada di nuovo che nascano startup che utilizzino l'open source come leva marketing per penetrare più velocemente mercati dove gli incumbent offrono solo soluzioni proprietarie, si pensi ad esempio a JBoss, SugarCRM o Alfresco, come continueremo ad assistere a break-through innovation in salsa open, sia essa il frutto di una sola impresa (Docker) o di un club tecnologico (OpenStack, Hadoop).

Per dirla con le parole di Tancredi nel Gattopardo, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Vale infatti che in ogni caso le aziende IT manterranno o creeranno situazioni di scarsità che favoriscano la commercializzazione dei loro prodotti o servizi. 

Una collaborazione più spontanea ed agile, ancorché sanamente egoista, in quanto volta all'uso più efficiente possibile delle proprie risorse, è e sarà sempre più frequente in tutti quei settori dove il software non costituisce un vantaggio competitivo, o comunque per tutte quelle componenti che possano essere assimilate ad una commodity. Questo fenomeno è favorito dall'esistenza di apposite fondazioni che semplificano gli aspetti organizzativi e legali, prima tra tutte la Linux Foundation. Si pensi ad esempio al settore Automotive, dove accade da tempo, o più recentemente il sistema bancario.

Alcuni settori invece, come ad esempio quello della Pubblica Amministrazione, prediligono soluzioni aperte, in qualche modo favorendo la nascita ed il prolificare di soluzioni aperte dedicate a questo segmento.

"Il software libero non nasce in contrapposizione al diritto d'autore"

Le grandi aziende sembrano essere sempre di più interessate a questo tipo di sviluppo tecnologico, eppure la battaglia per le proprietà intellettuali è sempre più ardua, come mai?

Il software libero non nasce in contrapposizione al diritto d'autore, ne é al contrario figlio naturale, come del resto non è in contraddizione con l'istituto dei marchi. Il fatto che sia possibile usare, copiare e modificare un programma non solleva dal fatto che ci siano precisi obblighi, e che ignorarli comporta rischi.

Altra cosa è l'istituto del brevetto, la cui validità nel territorio europeo è dubbia, e verso il quale iniziative come Open Innovation Network fanno molto per mitigarne rischi ed implicazioni.

Più rare situazioni quali, a titolo d'esempio, quella relativa al copyright delle API o il copyright trolling, la cui complessità e specificità non ne permette una rapida disanima, ma che comunque non possono considerarsi al momento rappresentative del panorama legale.

All'SFScon lei si è occupato di Blockchain, potrebbe spiegare brevemente ai nostri lettori cosa s'intende per blockchain e quali possibili vantaggi o possibili rischi potrebbe avere se questo tipo di tecnologia diventasse uno standard?

Tecnicamente la block chain è un pubblico registro a cui vengono aggiunti blocchi collegati e resi sicuri grazie a procedimenti crittografici. Si tratta di un database non manomissibile che tiene traccia di tutte le transazioni avvenute tra nodi della rete. L'elemento innovativo risiede nel fatto che quanto riportato nella blockchain può correttamente considerarsi una 'verità condivisa', basata su un consenso ottenuto grazie all'incentivo economico erogato a chi partecipa al processo di certificazione delle transazione.

"Le applicazioni di questa nuova forma di contabilità sono potenzialmente infinite"

La blockchain costituisce un'implementazione pratica di un sistema di contabilità in partita tripla, un modello di contabilità che grazie alla cifratura consente di certificare tutte le transazioni avvenute.

Le applicazioni di questa nuova forma di contabilità sono potenzialmente infinite, dal Bitcoin che si è progressivamente affermato come 'oro digitale' ad Ethereum, che introducendo il concetto di 'stato' permette di associare un significato alle transazioni e scrivere programmi che eseguano automaticamente dei contratti ('smart contracts'), fino alle più recenti ICO (Initial Coin Offer) utilizzate come sistema di crowdfunding per realizzare e commercializzare servizi e prodotti digitali.

All'innovazione si accompagno evidentemente rischi e pericoli, come ad esempio quello associato all'acquisto di cripto-monete il cui valore è soggetto a notevoli oscillazioni, le tecnologie più recenti quali Ethereum non sono ancora sufficientemente stabili da essere completamente scevre da rischi, come le ICO non essendo approvate o certificate da alcun organismo devono essere analizzate approfonditamente, pena veder il proprio investimento andare completamente in fumo.

Di recente ha fondato una nuova compagnia, la Business Follows, di cosa si occupa? E secondo lei, cosa potrebbe realmente cambiare?

Business Follows nasce dall'esperienza maturata nell'aiutare centinaia di progetti Open Source a crescere, essere più visibili e valorizzare le loro soluzioni. Il nome sottolinea la scelta di voler aiutare progetti ed organizzazioni a fare in modo che il business sia la naturale conseguenza dell'aver prodotto soluzioni di valore ed averle promosse opportunamente. Le linee di sviluppo più promettenti al momento vedono l'utilizzo della tecnologia blockchain per attuare modelli di disintermediazione virtuosi, in grado cioè di premiare la partecipazione alla co-creazione di valore. Se vuole potremmo definire questa nuova opportunità il Graal dell'Open Source!

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