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Foto scattata durante E!tate Liberi, camp estivo di sensibilizzazione e impegno contro la mafia e la mentalità mafiosa
LEGALITA' A TEATRO

MAESTRI D’ACQUA

Uno spettacolo che porta in scena l'esperienza dei ragazzi del Corto Circuito in Progetto Mafie
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“Maestri d’Acqua” è il titolo dello spettacolo andato in scena il 28 marzo al Corto Circuito di via Dalmazia. È passata solo una settimana dall’annuale festa di Libera in memoria delle vittime innocenti di mafia e mentre mi dirigo verso il luogo dello spettacolo ripenso a un’esperienza di qualche anno fa, che, seppur indirettamente, mi lega ai ragazzi che vedrò sul palco questa sera: il campo antimafia organizzato da Libera a Cinisi, il paese di Peppino Impastato, a cui presi parte nell’estate del 2014. I ragazzi che si stanno per esibire, invece, hanno preso parte al “Progetto Mafie”, e partiranno il 28 aprile alla volta di Scampia, dove si fermeranno un’intera settimana con il progetto “Scampia on the road”, promosso dal centro giovani Vintola 18. Lo spettacolo di questa sera è frutto di un percorso che ha visto impegnati i ragazzi per più di due mesi, organizzato da Alessia Franzoi (educatrice presso il centro giovani Corto Circuito), che proseguirà anche dopo il rientro dei ragazzi. “L’idea di dar vita ad un progetto che trattasse della legalità,” mi racconta Alessia, “nasce anche dalla nuova gestione del centro, ora affidata al Teatro Cristallo, che da sempre porta avanti iniziative in questa direzione.”

Quando entro nella sala, noto con gradita sorpresa che è piena. Il rischio di iniziative di questo genere, purtroppo, è che non suscitino l’interesse di un pubblico che troppo spesso tende ad arroccarsi sulla convinzione che persone “comuni”, specie dei ragazzi, poco o nulla possano contro un avversario potente come la mafia. Per fortuna non tutti la pensano così. Di certo non la pensava così Giuseppe Impastato, candidato a Cinisi per Democrazia Proletaria e fondatore di Radio Aut, che sfidò il boss Gaetano Badalamenti dalla sua emittente, attaccandolo a colpi di satira e denunciandone gli abusi, e che per questo fu assassinato il 9 maggio 1978. Suo fratello, Giovanni Impastato, venne a farci visita al campo di Libera. Era l’8 luglio 2014 e si trattenne oltre la cena per guardare insieme a noi la storica partita Brasile – Germania, conclusasi 7 a 1 a favore della formazione tedesca. Fu estremamente simpatico, gentile ed emozionato nel raccontarci l’impegno e la passione di suo fratello Peppino e le battaglie che loro madre, Felicia, condusse al suo fianco dopo l’omicidio del figlio. Questa sera Peppino viene raccontato attraverso la mostra fotografica a lui dedicata, riproposizione di quella originale esposta a Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, e attraverso la famosa canzone “I Cento Passi” dei Modena City Ramblers, cantata da Thomas Traversa e musicata dalla band, composta da Maddalena Ansaloni, Leonardo Varner, Luca Padoan, Mattia Santoro, Gabriele Gandolfi.

La figura di Peppino è forse una delle più significative quando si parla di lotta alla mafia a dei ragazzi, in quanto sottolinea un concetto fondamentale: la battaglia all’illegalità non deve essere delegata a pochi uomini probi, solitamente magistrati o membri delle forze dell’ordine, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Boris Giuliano e tutti gli altri che, ricoprendo incarichi istituzionali, pagarono il fio della loro onestà. Al contrario, è una battaglia che deve partire dal basso, che affonda le sue radici nella quotidianità. Lo sapeva bene don Pino Puglisi, assassinato il 15 settembre 1993 con un colpo di pistola alla nuca, che i ragazzi del “Progetto Mafie” ricordano proponendo alcuni estratti da “A testa alta” di Bianca Stancanelli (Einaudi) e “Ciò che inferno non è” di Alessandro d’Avenia (Mondadori). Davide Mariotti, Gaia Kasseroler, Gabriele Galler, Serena Saline, Silvia Romanin si sono alternati al leggio interpretando con grande empatia quanto narrato dai testi. “Goccia dopo goccia, la pietra si spacca,” diceva infatti Puglisi, che nel quartiere Brancaccio, area d’influenza della famiglia Graviano, accoglieva nella sua parrocchia i ragazzi che riusciva a strappare alla malavita. L’esecutore materiale dell’omicidio, Salvatore Grigoli, racconta nelle sue deposizioni che le ultime parole del prete furono “me l’aspettavo”; perché sovente è questa la sorte riservata a chi non china il capo dinanzi ai soprusi di chi annichilisce l’onestà per garantire il proprio potere, chi non finge che questi fatti non abbiano intersecato in più di un’occasione la volontà di chi dovrebbe garantire l’integrità dello Stato, chi si impegna affinché quelle gocce, una dopo l’altra, possano davvero spaccare la pietra.

La reazione alla disillusione e alla paura, però, è (e deve essere) uguale e contraria: questa sera si manifesta nelle canzoni di Fabrizio de Andrè, di Davide Shorty e Johnny Marsiglia, di Giorgio Faletti, di Cisco (Modena City Ramblers) e Roberto Vecchioni, accompagnate dai musicisti e interpretate da Marco Picone, alias Zelda, rapper locale, e nelle parole di don Pino Puglisi, di Peppino Impastato e quelle che Italo Calvino scrisse ne “Le città invisibili”: “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Esco dal Corto Circuito con addosso un entusiasmo – forse puerile – simile a quello che provai quando ero a Cinisi; con la convinzione che dovrebbero essere sempre di più i ragazzi a prendere parte a questo genere di iniziative, a rifuggire l’indifferenza per sentirsi parte attiva della storia del proprio paese; con la convinzione che Peppino aveva ragione quando diceva: “se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.”

 

ALEX PIOVAN

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