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Il sondaggio

Giovani speranze perdute

La fotografia di Demos: la carriera si fa all’estero secondo la fascia di età compresa fra i 15 e i 34 anni. E la parola 'speranza' scompare dal loro futuro.
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Trasferirsi all’estero. Resta questa, per molti giovani, l’unica concreta occasione per realizzarsi sul piano professionale. È così, nello specifico, per il 59% dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni e per ben il 73% fra i 25 e i 34 anni. Ad attestarlo è un sondaggio realizzato dall’Osservatorio di Demos-Coop per Repubblica che parte da un dato: sono mediamente 100mila gli italiani che ogni anno espatriano, 106mila nel 2016, e la maggioranza sono giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, con titolo di studio e livelli professionali elevati. Se ne vanno soprattutto per l’assenza nel nostro Paese di sbocchi occupazionali adeguati.

“Ormai - scrive Ilvo Diamanti - si tratta di una convinzione diffusa e consolidata: circa 6 persone su 10, infatti, pensano, realisticamente, che i figli - a differenza del passato - non riusciranno a riprodurre o, a maggior ragione, a migliorare la posizione sociale dei genitori. Mentre 2 italiani su 3 ritengono che, per fare carriera, i giovani se ne debbano andare altrove. E si comportano di conseguenza. Se ne vanno e non ritornano. Per questo, la rappresentazione del mondo delineata dai giovani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione”. Il futuro è dunque una bolla di incertezza nella quale aumenta il senso di disagio.

Da segnalare le risposte alla domanda “Rispetto ad oggi che importanza avranno le seguenti parole?” Si parla di termini come “speranza”, “ripresa”, “social media”, “meritocrazia”, “famiglia”, “terrorismo”. Analizzando i dati Diamanti spiega che i giovani guardano indietro. “Ancor più dei loro genitori. La parola ‘Speranza’, nella popolazione, è proiettata nel ‘futuro’, da quasi due persone su tre. Ma fra i giovanissimi (15-24 anni) la proporzione si riduce sensibilmente: 57%. E fra i giovani-adulti (25-34 anni) crolla al 41%. La nostra gioventù: ha poca speranza. Tanto più nella transizione verso l'età adulta. Più che in avanti, pare scivolare indietro. Verso il passato prossimo. Per questo i giovani non credono molto nella ‘ripresa’. I giovani-adulti ancor di meno. Più che a ‘riprendere’ pensano a ‘resistere’. Perché sono disillusi. Secondo loro, il ‘merito’ conta poco, nel lavoro. E, in generale, nella vita. Oggi. E tanto più domani. Per questo di fronte all'Italia appaiono disillusi. Anche se non delusi”.

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