Politik | Lavoro

“Decreto dignità, manca il coraggio”

Alfred Ebner, segretario della Cgil-Agb, incalza il governo: “Bisogna creare lavoro e garantire la pensione ai giovani. Sui migranti propaganda a costo zero”.
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Alfred Ebner, segretario generale della Cgil-Agb dell’Alto Adige, il decreto dignità è stato varato con grande clamore dal governo guidato da M5s e Lega, ma ha subito incontrato le perplessità di Confindustria e delle altre associazioni dei datori di lavoro. Che ne pensa il sindacato?
Diciamo in premessa che purtroppo si lavora molto sugli slogan. È un testo che cerca di intervenire su alcuni aspetti, ovvero su problemi che ci trasciniamo da tanto tempo e per i quali sinora sono mancati la volontà o il coraggio di intervenire. Poi noto purtroppo che si torna a parlare di voucher. Quindi, direi che si procede così: un passettino avanti e un passo indietro, senza risposte efficaci e definitive.
 
Cosa si può dire, nel merito, ad esempio sulla stretta ai contratti temporanei?
Quello dei contratti a termine è diventato un problema conclamato, da tempo. Il fatto che ora lo Stato intervenga sull’utilizzo esagerato di questa tipologia di assunzioni è positivo, perché con questa situazione le prospettive per i giovani non sono floride. La modifica che riguarda l’obbligo di specificare la causale va sicuramente nella direzione giusta. È un tentativo, seppure timido, di mettere un argine alla precarietà. In generale manca il coraggio, perché si tratta di ritocchi leggeri. Insistono su alcuni aspetti, ma ci sono altre cose che mancano, molto importanti, direi fondamentali, come gli investimenti per creare lavoro.
 
Per scoraggiare i licenziamenti è stato aumentato il costo per il datore di lavoro. Corretto?
Anche in questo caso, si è partiti dal “reintrodurremo il diritto di essere riammessi in caso di licenziamento senza giusta causa”, e poi si è finiti per aumentare l’indennizzo. Siamo ben lontani da quello che è stato detto in campagna elettorale sul Jobs act di Renzi. E il decreto non è stato discusso più di tanto con le parti sociali. Nel dibattito pubblico sono emerse peraltro solo le posizioni delle associazioni imprenditoriali. Oggi poi torna la discussione sui voucher, che sono la cosa più precaria in assoluto.
 
Non vi convince quindi il decreto?
Ci sono alcuni aspetti positivi, altri che non ci convincono. Non buttiamo tutto a mare, ma la gran parte non risulta per noi convincente. Bisogna adesso vedere cosa uscirà realmente dal Parlamento.
 
Per l’Alto Adige si è parlato dell’impatto della norma sulle delocalizzazioni che vuole colpire “i furbetti”, gli imprenditori che prendono contributi pubblici e poi spostano la produzione all’estero. Quali conseguenze avrà sulla provincia di Bolzano?
Se si vogliono effettivamente colpire i furbi, a patto di riuscire poi veramente a intervenire, ok. Il testo interviene solo su chi ha avuto soldi pubblici. Chi invece non ne ha presi è libero di fare quello che vuole. Nell’Unione i capitali possono girare liberamente. Quindi, si rischia di sopravalutare tutto l’impianto. In relazione al nostro territorio abbiamo avuto aziende che se ne sono andate ma spesso e volentieri hanno aperto anche filiali o nuovi insediamenti all’estero. Poi le nostre sono piccole aziende. Dunque in Alto Adige il problema non è così sentito, vale di più per le imprese grosse e le multinazionali.
 
Almeno un punto positivo del decreto esiste?
Non ci sono grossi dubbi sulla ludopatia. Gli interventi forti sul gioco d’azzardo li ho sempre auspicati. È un  problema sociale, sia fra chi lavora che fra i pensionati. Non permettere la pubblicità mi sembrava il minimo che si potesse fare. Se è proibita per alcol e sigarette, non vedo perché non estendere il divieto al gioco d’azzardo, una malattia che rischia di rovinare i singoli e le famiglie. Su questa parte del decreto sono d’accordo. Visto che l’intervento ha dei costi, bisogna poi vedere cosa si riuscirà ad attuare nel concreto.
 
Cosa si aspetta in più dal governo Lega e 5 stelle che hanno insistito molto in campagna elettorale, soprattutto i grillini, sull’occupazione?
Primo, bisogna creare lavoro. Invece nel decreto non si vedono investimenti per nuova occupazione, interventi sugli ammortizzatori sociali e nemmeno sulle politiche attive del lavoro. So che sono manovre che costano, ma se non c’è lavoro possiamo fare tutte le leggi che vogliamo, saremmo comunque messi sempre peggio di altri Paesi che su quel terreno investono di più. Vale per la ricerca, per la formazione. Sono diversi i capitoli che vanno affrontati in fretta. Con Industria 4.0 al di là degli slogan i cambiamenti sono una realtà. Se si procede per pezzettini non si va da nessuna parte.
 
Un altro grande tema che sta a cuore alla Cgil è quello delle pensioni. La legge Fornero è sparita dal dibattito.
Sì, interventi anche se solo annunciati finora non ne abbiamo visti e se si va avanti su questa strada la confusione aumenterà. Dico subito che è sbagliato parlare di ricalcoli, come ho sentito. Se ci sono pensioni molto alte si può discutere di un contributo di solidarietà, ma è altra cosa dal ricalcolo. Il principio dei diritti acquisiti non va toccato: se si scardina non si sa dove si va a finire. Chi ci garantisce che domani, per una qualche crisi non si toccheranno, anche le pensioni  più basse? Perché è questo che va sottolineato: il ricalcolo potrebbe toccare anche chi ha mille euro e potrebbe non  fermarsi a quelle d’oro.
 
Ma le pensioni da nababbi non è giusto tagliarle, per dare equità ai lavoratori?
Il problema non è tagliarle, ma chiedere un contributo di solidarietà da mettere per esempio su un fondo per garantire ai giovani le pensioni del futuro. Come dicevo il ricalcolo potrebbe toccare anche le pensioni di tantissime persone che non sono certo ricche. Vedo che sui vitalizi, tagliati alla Camera e non al Senato, un po’ di confusione c’è. Ma sulle pensioni bisogna essere cauti. Non si può scherzare.
 
La Fornero è insuperabile, altrimenti schizza il debito?
Sulla legge abbiamo fatto delle proposte, come andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 di età. Poi bisogna rivedere la partita dei lavori usuranti e il riconoscimento del lavoro di cura. Un conto è il professore universitario che arriva tranquillamente a 70 anni, un altro è un operaio. Bisogna tornare a un sistema più equo. E qui c’è un problema grande da affrontare subito: i giovani non hanno una grandissima prospettiva con il contributivo. Dovranno lavorare tutta la vita. Diventa difficile giustificare questa sperequazione. Questa è una partita importante su cui noi vogliamo discutere. Non ci fermiamo solo ai pensionati, ai quali va garantita unna pensione adeguata, o a chi sta per andare a riposo, ma pensiamo anche ai giovani e alle loro pensioni. Una partita importantissima.
 
Questi temi sono lasciati in secondo piano dalla propaganda sulla stretta alle migrazioni?
Sicuramente con i migranti si possono fare campagne elettorali che portano consenso senza correre il rischio che la Ragioneria dello Stato si muova. Sono campagne a costo zero ma che permettono di ottenere voti. Che poi sull’argomento esista un problema a livello nazionale ed europeo è fuori dubbio. Meraviglia l’alleanza dell’Italia con il gruppo di Visegrad che si rifiuta di accogliere immigrati. Se questi paesi bloccano la redistribuzione da qualche parte il problema esplode e l'Italia e ovviamente coinvolta. Non vedo in Europa la volontà di fare passi in avanti, ma ognuno procede egoisticamente per conto suo. Così non si andrà da nessuna parte. Che facciamo, siamo in grado di blindare tutte le frontiere se il flusso di disperati aumenterà di molto? Non funziona, il problema va affrontato da tutto il continente. È difficile, ma non esiste alternativa.
 
Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha detto che gli immigrati sono necessari per la tenuta dell’economia e del sistema pensionistico.
Questo lo sappiamo. Prendiamo l’economia dell’Alto Adige: senza persone da fuori avremmo difficoltà a coprire tutti i posti di lavoro, soprattutto quelli più umili, ma comunque necessari. È una cosa nota e bisogna avere il coraggio di dirlo. Va anche detto che gli accordi internazionali garantiscono il diritto a chiedere l’asilo per le persone perseguitate o perché sfuggono da guerre e terrorismo. E non vanno soprattutto bene le parole usate per porre il problema. Se una persona pubblica o un  ministro parlano con toni forti, anche il singolo si sente autorizzato a fare altrettanto? Oggi, a differenza del passato, parole come “schedature” o  come "lager" ai confini non indignano più. Al momento sono solo parole, ma chi conosce la storia recente dovrebbe preoccuparsi. L’unica strada è affrontare i problemi rispettando e facendo rispettare le leggi che ci sono e lavorare sull'integrazione: è difficile ma non esistono scorciatoie!