Benito Mussolini
commons.wikimedia.org
Advertisement
Advertisement
Elezioni

I tranelli del populismo

Verso le elezioni. Populismo, astensionismo e mitologie diffuse.
Kolumne von
Bild des Benutzers Antonio Merlino
Antonio Merlino19.09.2022
Advertisement

Mai come in questi tempi stanno avverandosi le più cupe profezie dei primi interpreti delle democrazie di massa. Astensionismo e populismo sono stati infatti previsti sin dalle origini del mondo politico democratico, quel mondo scaturito repentinamente dalla fiamma della Rivoluzione francese del 1789 e nel quale ancora oggi siamo inclusi.

In che cosa consistono queste due tendenze? Consideriamo per prima cosa l’astensionismo. Nei primi anni del diciannovesimo secolo fu chiaro ad alcuni che il futuro sarebbe stato democratico, giacché la borghesia e le masse non potevano più essere escluse dalla partecipazione politica, prima prerogativa della nobiltà. Fu però anche chiaro che le costruzioni giuridiche e politiche della borghesia – la sola che trionfò con il 1789 – avrebbero favorito una graduale spoliticizzazione della società. Una diaspora collettiva. Si pronosticava cioè che per una specie di paradosso l’individuo delle democrazie – quell’individuo che in teoria si pretendeva essere sovrano – si sarebbe disinteressato della politica. Spoliticizzato, quello stesso individuo avrebbe disertato la partecipazione alla cosa pubblica per rintanarsi nella sua vita privata e per gratificarsi in fondo con i tanti piccoli piaceri materiali offerti dal mondo industrializzato. Similmente si profetizzò un livellamento del pensiero, ossia l’egemonia del pensiero della classe favorita sulle altre. Un conformismo dilagante. Si comprese insomma che non solo il mito dell’eguaglianza, proclamata dalla Rivoluzione, era destinato a rimanere un’astrazione giuridica e formale, senza un corrispettivo sul piano economico, ma che finanche gli oppressi avrebbero accettato le diseguaglianze economiche proprio perché mascherate da una ideologia formale. La conquista storica di essere tutti uguali di diritto avrebbe cioè nascosto le mostruose diseguaglianze di fatto. Questo livellamento si sarebbe tradotto in un graduale deterioramento della lingua e infine in un appiattimento del pensiero (basta guardare come parlano e scrivono non solo i nostri politici, ma anche oggi certi professori universitari per certificare questa tendenza: la classe dirigente è già degradata). Infine si profetizzò anche che il trionfo degli ordinamenti democratici non avrebbero garantito la vittoria del popolo, ma semmai di nuove forme di vile prepotenza, qualora il diritto costituzionale e le leggi elettorali non fossero stati ben congegnati: si avvertì che entrambi potevano legittimare occultamente l’interesse di pochi su quello di molti, ma sotto le mentite spoglie della democrazia. Ed eccoci a noi: ad ogni nuova tornata elettorale, l’astensionismo vince sempre di più e la “casta” politica non fa nulla per modificare un sistema elettorale che in fondo la legittima.

I movimenti populisti non hanno nulla di nuovo, come vogliono invece farci credere

Questa tendenza si combina con l’altra sopra menzionata: il populismo.I movimenti populisti non hanno nulla di nuovo, come vogliono invece farci credere. Crescono nel generale disinteresse per la politica e sono rafforzati dall’inerzia dei partiti tradizionali, che al pari dei nobili della Rivoluzione, riescono a sbagliare tutto quello che possono sbagliare e infine a non impedire il loro declino. L’effetto di questa duplice tendenza è il seguente: partiti politici che ottengono una minoranza di voti ed esprimono una minoranza di consensi raggiungono un successo illusorio, che illude i loro capi di rappresentare una più vasta parte dell’elettorato. No. Non è così: una vasta parte dell’elettorato semplicemente non si è riconosciuta in alcun partito o non ha ritenuto essenziale recarsi alla urne. L’allontanamento dell’elettorato dalle urne rafforza il più grande tranello del populismo, ossia il tentativo di scambiare una parte con il tutto e di autoproclamarsi i soli rappresentanti non di una parte (questo è un “partito”) ma di tutto il popolo.

Succede come ai tempi di Weimar, quando i più colpiti dalla crisi riposero la propria fiducia in un partito di sciacalli che fece precipitare tutto in una irrimediabile catastrofe.

Queste due tendenze si sono avverate in Italia e si rinnoveranno ancora e ancora. Con l’aggravante che il voto del populismo è un voto colmo di illusioni. Recenti studi hanno offerto un triste resoconto statistico delle preferenze elettorali degli italiani. Secondo queste stime, i partiti di centro-sinistra attrarranno i voti dell’elettorato colto e medio-alto, mentre gli ultimi, gli oppressi, i colpiti dalla crisi politica ed economica, consegneranno le loro speranze alle illusioni offerte dal populismo. Proprio come ai tempi di Weimar, quando i più colpiti dalla crisi riposero la propria fiducia in un partito di sciacalli che fece precipitare tutto in un grande spavento e in una irrimediabile catastrofe. Senza tracciare paragoni arditi, ci basti qui dire che democrazia e diritto non sono cose che si trovano in natura, non si affermano una volta per tutte, non vanno da sé. Sono cose sempre esposte al pericolo e alla rovina e al governo degli sciacalli. Cose che vanno difese ogni giorno, protette e custodite. Ma non avverrà da sé.

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement