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Avvenne domani

La Belva

In morte di Marco Bergamo, assassino seriale di donne indifese.
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La Belva è stata, purtroppo, fortunata quanto abile e spietata. Quanta fortuna ha avuto, quel pomeriggio del 3 gennaio del 1985, quando è riuscita a salire, senza essere vista da nessuno, le scale del condominio all'angolo tra viale Europa e via Palermo. Sarebbe bastato un incontro casuale per bloccare forse il progetto omicida, per cambiare tutta la storia. Ed invece, invisibile, la Belva si fece aprire la porta di casa da una ragazzina che non conosceva il Male. Sarebbe bastato anche che qualcuno vedesse la Belva mentre se ne andava dopo aver compiuto il delitto. Lo strazio era già avvenuto, ma almeno se ne sarebbero evitati altri.

Ed invece la Belva svanì indisturbata nel buio precoce di quel pomeriggio. Faceva un freddo terribile e la gente, appena trascorse le feste natalizie, se ne stava rinchiusa nelle case, negli uffici, nei negozi. Nessuno vide nulla. La Belva non fu nemmeno sfiorata dalle indagini che andarono avanti per mesi e mesi in tutte le direzioni, comprese alcune francamente ignobili.

La Belva intanto faceva la sua vita. Andava a scuola e poi si trovava un lavoro. Era un ragazzone anche troppo robusto, dal carattere chiuso, senza amici e, ovviamente, senza relazioni sentimentali. Diventava uomo portandosi dentro il marchio di quel delitto compiuto, un ricordo che, secondo uno schema classico riportato in tutti i manuali di criminologia, divenne ad un certo punto l'ansia bruciante di ripetere l'atto omicida.

La Belva, feroce e vile come molti predatori, decise di scegliere le sue vittime tra le donne più deboli, più indifese, più facili da raggiungere, le donne che le vicende della vita hanno portato a dover accettare qualunque tipo di approccio, ad aprire la porta di casa agli sconosciuti, a salire sulla loro macchina.

La Belva aveva una predilezione per le ragazzine tossicodipendenti che a quell'epoca circolavano numerose attorno alla Stazione di Bolzano, pronte a qualsiasi richiesta per una dose di eroina. Le caricava in macchina, le portava in un luogo appartato e le azzannava col suo coltello.

La Belva era cauta, attenta a non lasciare tracce, a muoversi solo quando era sicura di non esser vista. Per gli investigatori continuava ad essere un fantasma, ma ormai era chiaro a molti che in città si muoveva un assassino seriale. La presero appena dopo l'ultimo delitto, quando qualcuno finalmente vide e sentì qualcosa. Finì nella rete dei controlli, mentre stava per ripulire la macchina da ogni traccia dell'ultima vittima.

Ammise solo quello che non poteva negare e per il resto si chiuse nel consueto mutismo. Una regola di vita più che una strategia difensiva. A presentarle il conto di cinque omicidi gli inquirenti arrivarono solo dopo un paziente lavoro di ricostruzione a posteriori.

Giudicata perfettamente sana di mente, la Belva finì davanti alle Assise. Avevo purtroppo dovuto raccontare quasi tutte le sue imprese, ma non volli assistere al processo. Mi disturbava il clima di quell'aula, trasformata nel set televisivo di "Un giorno in pretura". Penso siano state trasmissioni come quella, spacciate dai responsabili come esempi luminosi di servizio pubblico, a spalancare le porte a quella pornografia del dolore che oggi imperversa senza più limiti e dignità alcuna, mortificando il concetto di diritto di cronaca in nome di una forsennata ricerca dell'audience a tutti i costi.

Il processo, comunque, si fece e terminò come altrimenti non poteva. La Belva iniziò a scontare in carcere tutti gli ergastoli ai quali era stata condannata. Dicono che in questi lunghi anni sia stata un detenuto modello, allo stesso modo, c'è da credere, di come era stata un alunno disciplinato e un lavoratore diligente. L'ambiente del carcere, d'altronde, mancava per sua natura dell'unico elemento, quello femminile, capace di azionare nel suo animo quello spaventoso interruttore, di scatenare la furia omicida.

Si venne a sapere, ad un certo punto, che la Belva era disponibile ad essere intervistata, ma voleva in cambio dei soldi. Ovviamente rifiutammo, ma qualcun'altro non si fece troppi scrupoli. Non disse comunque nulla che non fosse già stato scritto. Ispirata da un fantasioso legale, cercò di abbreviare considerevolmente i tempi della sua pena. Non ottenne assolutamente nulla, ma per effetto della legislazione premiale, prima o poi sarebbe sicuramente uscita.

La Belva è Marco Bergamo, morto improvvisamente nei giorni scorsi, a 51 anni d'età.

Non rimane che sottoscrivere in pieno quello che ha scritto la madre inconsolabile della prima delle sue vittime. Non c'è mai da rallegrarsi della morte di un essere umano, ma è profondo il sollievo per non doversi chiedere se, liberata un giorno dalle catene, la Belva tornerà a colpire ancora.

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