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Avvenne domani

Il congresso si diverte

Revival minimo di un caposaldo della politica del tempo che fu
Kolumne von
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Maurizio Ferrandi21.11.2020
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Tra gli interstizi lasciati liberi, nel campo dell’informazione, dall’alluvionale produzione di notizie sulla pandemia, si è infiltrato, negli ultimi giorni, qualche richiamo a un avvenimento politico, il congresso del Movimento 5Stelle (ne ha parlato anche Salto), che ha attirato l’attenzione più per il semplice fatto di essersi svolto, con tutti gli accorgimenti necessari in tempi come quelli che stiamo vivendo, che per i suoi contenuti. È apparso singolare infatti che a decidere e a mettere in atto questa sorta di assemblea generale sia stata una forza politica che, rifiutando sdegnosamente qualsiasi apparentamento con la tradizionale forma-partito, aveva sempre messo all’indice qualsiasi modello organizzativo che ad essa potesse richiamarsi.

Il congresso, dunque.

Se in un qualche luogo esistesse un museo della politica d’antan, i visitatori, non molti temo, vi troverebbero sicuramente una sezione dedicata a questo tipo di avvenimenti che hanno segnato irrimediabilmente, nel tempo, la storia dei partiti politici italiani, a livello nazionale a livello locale, nel secondo dopoguerra. Arnesi da museo, per l’appunto, visto che ormai, assieme all’abitudine, se n’è persa anche la memoria.

Nella negletta e famigerata prima Repubblica i congressi di partito erano avvenimenti epocali che segnavano spesso crisi di governo o improvvise deviazioni di quella che allora si chiamava la linea ideologica. Erano momenti drammatici, di grande tensione politica, non senza, visto che in Italia siamo, qualche coloritura farsesca.

A scriverne la storia raccogliendo le cronache e le analisi contenute in molte opere di politologia, ci sarebbero da riempire diversi volumi. Per quanto riguarda la vicenda politica nazionale basterebbe ricordare il congresso di Napoli della Democrazia Cristiana del giugno 1954, con la forzata abdicazione di un Alcide Degasperi, mandato in pensione dai giovani leoni del partito e che si ritira dalla scena per andare a morire nella sua terra natale poche settimane più tardi.

Meno drammatiche ma non meno tumultuose le assise nazionali più recenti del partito dello Scudo Crociato, quelle descritte con impareggiabile capacità giornalistica dal Giampaolo Pansa dei tempi migliori. Come dimenticare il senso di inquieta attesa con cui i pretoriani ciociari di Andreotti, Evangelisti e Ciarrapico (..a Frà che te serve?) attendevano scrutando verso il Mezzogiorno, l’arrivo delle truppe cammellate irpine di De Mita o dei guaglioni campani di Gava. Congressi nei quali oltre i delegati diventavano protagonisti, per l’appunto, gli aficionados di questo o di quel capataz, capaci di trasformare le tribune dell’EUR in un clone dell’Olimpico.

Ed ancora altri scenari, quelli disegnati dall’architetto Filippo Panseca per i congressi del craxiano PSI di Rimini e di Milano (1987 e 1989). Un tempio greco è una piramide sfolgoranti di luci e segni di un progresso vittorioso che appariva, allora, semplicemente inarrestabile.

Di tutto ciò restano solo poche memorie e molte citazioni come quella, celeberrima, di un altro socialista, Rino Formica, che bollò con l’epiteto immortale di “nani e ballerine” una parte del popolo che sotto quelle scenografie sfilava.

Facendo tabula rasa, o quasi, del sistema politico che ha governato il paese nel 1945 e il 1994 la tempesta giudiziaria ha sostanzialmente mandato in soffitta anche il calendario politico su cui quelle forze basavano il loro agire in primo luogo la necessità di tenere, con una certa periodicità, i congressi di partito. Con qualche più o meno robusta eccezione.

Una è sicuramente rappresentata dalla Südtiroler Volkspartei, che ci sembrerebbe ingiusto collocare a priori nel sistema politico locale. Pur avendo una base esclusivamente altoatesina è un partito che si colloca pienamente tra le forze politiche nazionali e che ha trasportato indenne il proprio modello organizzativo dalla prima alla seconda Repubblica. È rimasta, sia pur con qualche acciacco, il partito degli scritti e delle tessere, dell’articolazione locale, dei congressi. Ne tiene da sempre almeno uno all’anno e, per molti anni, sono stati spesso pietre miliari nella storia della politica altoatesina. Da moltissimi anni i congressi della SVP si tengono a Merano, mancando, si dice, a Bolzano una sala idonei a contenere i delegati, che sono spesso più di mille, gli ospiti e i giornalisti. Non è sempre stato così. Nella cronaca è inciso il ricordo di qualche congresso tenuto rigorosamente a porte chiuse, erano tempi difficili, nei locali del cinema Roma di via Cappuccini a Bolzano, al posto del quale sorge oggi il Centro Trevi. A Merano i congressi SVP hanno quasi sempre trovato posto nel salone liberty del Kursaal, ivi compreso quello storico, continuamente citato e commemorato, del 1969 che, dopo un braccio di ferro estenuante, diede il via libera al Pacchetto.

SVP
SVP, per v

Quel congresso può essere ricordato anche per un’altra particolarità. Si prolungò ben oltre la mezzanotte, cosa assolutamente eccezionale per le assise del partito di raccolta che ben difficilmente finiscono dopo l’ora di cena, a costo di tagliare drasticamente la lista degli interventi programmati. Oggi, in qualche caso, si concludono persino prima dell’ora di pranzo.

La SVP dunque non ha perso l’abitudine a tenere i suoi congressi anche se, in tempi recenti, essi hanno finito, molto spesso, per perdere quel carattere di passaggi cruciali della vita politica del partito. Più che in un clima di contrapposizione di battaglia, come avveniva quasi regolarmente nel secolo scorso, si tratta non raramente di una kermesse preelettorale, nella quale i delegati sono chiamati a mettere il sigillo su indirizzi politici o nomine decise ad altri livelli.

Se la costanza nel tenere congressi politici da parte della Südtiroler Volkspartei influenza le abitudini anche da parte degli altri soggetti della politica sudtirolese, come i partiti tedeschi di opposizione, Verdi compresi, in campo italiano anche l’Alto Adige si è adattato ai ritmi della politica nazionale per la quale i congressi sono considerati una grossa scocciatura se va bene e un’avventura rischiosa se va male. D’altronde le assise di partito si alimentano, che si tengano a livello locale o nazionale, con un combustibile che è fornito dalle grandi masse degli iscritti, laddove oggi la tendenza generalizzata e quella di distribuire un numero limitatissimo di tessere ai fedelissimi per evitare colpi di mano e contestazioni da parte di una platea più numerosa o addirittura di mandare avanti le forze politiche senza iscritti, senza sezioni e senza quadri intermedi. Sono i partiti definiti “liquidi”, basati sull’immagine imposta attraverso i social media di uno o più leaders.

Non è sempre stato così e non era sicuramente così prima della rivoluzione maggioritaria del 1994.

Anche in Alto Adige l’abitudine di tenere congressi, quando i partiti erano partiti, aveva i suoi riti, il suo calendario immutabile, i suoi luoghi d’elezione.

La DC altoatesina, ad esempio, teneva congressi piuttosto affollati con un’ampia affluenza di delegati e simpatizzanti anche dalla periferia più lontana e che duravano almeno un paio di giorni. Occorrevano sale capienti e, dopo qualche peregrinazione tra la Sala di rappresentanza del Comune e il salone della Casa del giovane lavoratore di via Castel Weinegg, gli scudocrociati finirono per trovare una location ideale nel nuovo teatro dell’Istituto Rainerum dove gli intervenuti potevano anche adempiere, la domenica mattina, al precetto religioso.

Del tutto laico, ovviamente, ma ispirato ad un rituale non meno preciso il congresso del PCI che si svolgeva in genere in una sala comunale. Da sempre, per le proprie assemblee che avevano un pubblico sicuramente più ristretto, il Movimento Sociale Italiano prediligeva il saloncino situato al primo piano dell’ormai demolito Hotel Alpi. Così, in calare di dimensioni sia per numero dei delegati che degli ospiti, gli altri partiti cercavano sedi più piccole e non tanto per risparmiare sull’affitto, quanto per non evidenziare troppo i limiti del proprio consenso.

PCI
PCI, per v

Si faceva politica ai congressi? Non sempre anche perché, ad evitare il rischio di scontri fratricidi c’erano, per la DC, gli accordi precongressuali con la ripartizione già concordata delle cariche e delle quote di eletti nei vari organismi direttivi e per il PCI l’applicazione abbastanza metodica del principio del centralismo democratico. Negli altri partiti le rotture e le scissioni avvenivano tranquillamente durante tutto l’arco dell’anno senza bisogno di concentrarsi in un’unica occasione.

Tutto questo, si diceva, è finito con la prima Repubblica.

Da allora di congressi si parla poco o nulla. Se ne sono tenuti nel corso del tempo ma senza lasciare tracce troppo evidenti, salvo le solite eccezioni cui conviene, sia pur brevemente, di far cenno. Resta nella memoria l’assemblea del 1999 nella quale si doveva decidere chi dovesse guidare, a livello altoatesino, la formazione politica appena nata dalla fusione tra la Forza Italia berlusconiana e gli ex democristiani di destra del CCD. Questi ultimi forti di un’antica abitudine a contare le tessere a farle pesare nel momento opportuno, conquistarono inopinatamente la maggioranza frustrando, ma solo temporaneamente, le velleità di comando dell’arrembante Michaela Biancofiore, che utilizzando al meglio i vantaggi del partito-azienda teleguidato esclusivamente da Arcore, si prese quasi subito una sonora rivincita.

Altro caso rimasto ben fermo nella cronaca quello del congresso di Alleanza Nazionale nel febbraio 2007 che vide, dopo un tambureggiante tesseramento, la vittoria di misura dell’ala dura guidata da Alessandro Urzì nei confronti di quella più dialogante impersonata dall’allora deputato Giorgio Holzmann. Fu uno scontro al calor bianco, destinato a prolungarsi nel tempo e a risolversi con una diaspora politica e un incattivimento dei rapporti umani che non si è placato nel tempo.

Nel frattempo si annuncia, per un futuro che la pandemia rende incerto, un congresso provinciale del partito che raccoglie la maggioranza dei voti italiani in provincia: quella Lega salviniana che dovrebbe con esso trovare una propria fisionomia locale dopo essere stata a lungo eterodiretta dai vertici lombardi. Staremo a vedere.

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