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Fashion Revolution

La tua maglietta? Odora di sangue

Gli indumenti che indossi non sono fatti da robot. Sono fatti da persone, trattate purtroppo spesso come robot. Intervista alla stilista Marina Spadafora.
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Nel mondo 75 milioni di persone lavorano per realizzare i nostri vestiti. L’80% sono donne tra i 18 e i 24 anni. Spesso quello che guadagnano per il loro lavoro non è sufficiente a garantire una vita dignitosa: cibo, cure mediche, educazione e una casa. Inoltre, l’uso di pesticidi nella coltivazione del cotone e di coloranti tossici per la tintura dei vestiti, uniti all’assenza di misure per tutelare la salute e sicurezza sul posto di lavoro mettono a rischio la loro vita.

Dal 24 al 30 aprile 2017 torna la campagna internazionale Fashion Revolution, che per una settimana chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda. “Chi ha fatto i miei vestiti?”, è lo slogan dell’iniziativa che vuole fare riflettere, chiedendo maggiore trasparenza lungo tutta la filiera. Ogni volta che acquistiamo qualcosa, scegliamo il mondo che vogliamo, questo ciò che ribadisce anche la stilista Marina Spadafora, coordinatrice della campagna Fashion Revolution in Italia e direttrice creativa di Auteurs du Monde, la linea di moda etica di Altromercato.  È a lei che abbiamo fatto qualche domanda per capire come possiamo contribuire a una moda più attenta alle risorse ambientali e alle persone. E abbiamo scoperto che non è poi così difficile.

Nata per ricordare la strage avvenuta nel 2013, quando 1.133 operaie e operai dell’industria tessile, morirono in Bangladesh per il crollo della fabbrica Rana Plaza Factory Complex, la Fashion Revolution Week è ormai un appuntamento fisso. Con le diverse iniziative messe in atto siete riusciti ad aumentare la consapevolezza per una moda etica?
Marina Spadafora: Sicuramente oggi c’è molto più interesse per questa tematica: sia da parte della stampa, che anche da parte dei consumatori e dei produttori stessi. La maggior parte delle aziende della moda si sta attivando in questa direzione, cercando di garantire una maggiore trasparenza nella filiera di produzione. Sono, infatti, consapevoli che i consumatori sono sempre più attenti a queste cose. In Italia, per esempio, molte aziende del settore della moda stanno aderendo al protocollo Detox di Greenpeace, schierandosi a favore di una produzione senza sostanze tossiche. La nostra idea è quella di fare in modo che la moda etica e consapevole diventi la norma e non qualcosa di speciale. Dovrebbe dunque essere normale non inquinare e rispettare i diritti dei lavoratori.

Sotto le macerie del Rana Plaza sono state trovate etichette di diversi marchi famosi, ma non è stato facile e immediato capire in che modo queste aziende fossero coinvolte nella tragedia. Gli incarichi vengono, infatti, spesso subappaltati e viene a mancare la chiarezza riguardo a chi ha prodotto i vestiti. Come possono le aziende di moda garantire una maggiore trasparenza?
Le aziende devono fare uno sforzo per controllare la filiera. L’aver affidato il lavoro a qualcuno che poi lo ha dato a qualcun altro non è una scusa. Ci devono essere più controlli nei paesi in cui vengono prodotti i nostri vestiti. Ma finché l’unico traguardo delle aziende è il profitto, diventa difficile.

Pensa davvero che la gente scelga quale indumento acquistare in base a come e dove è stato prodotto?
Anni fa di queste cose non se ne parlava proprio. Ora sì. I giovani sono molto attenti a queste tematiche. Bisogna puntare sulle nuove generazioni e indurre le persone a fare acquisti che riflettano di più i loro valori.

Quando si va in un negozio di abbigliamento, le etichette ci rivelano ben poco riguardo a chi ha prodotto i vestiti. Cosa si può dunque fare per essere sicuri che il prodotto che acquistiamo non stia consumando l’ambiente e sfruttando le persone?
L’indice di trasparenza, il cosiddetto Fashion Transparency Index di Fashion Revolution può essere un aiuto. Attraverso questo report, pubblicato sul nostro sito, si riesce ad avere un quadro chiaro di come si comportano e cosa stanno facendo le varie aziende della moda: dal punto di vista ambientale, dei lavoratori e di trasparenza nella filiera e nella comunicazione. Inoltre, durante la Fashion Revolution Week tutti sono chiamati a guardare e fotografare le etichette dei propri vestiti e a chiedere alle aziende stesse chi li ha fatti.

Quali aziende sono particolarmente attente alle questioni ambientali e umane?
Il nostro marchio Auteurs du Monde sostiene i produttori del settore tessile e artigianale nel sud del mondo attraverso l’importazione di prodotti a prezzi equi. Garantiamo così non solo una retribuzione adeguata del lavoro, ma affianchiamo anche le comunità di artigiani in progetti di autosviluppo sociale e ambientale. Anche l’alta moda è in genere attenta a questo tipo di problematiche, in particolare il gruppo Kering, al quale aderiscono marchi come Gucci, Stella Mc Cartney e Alexander McQueen. Questi marchi portano avanti una politica di responsabilità sociale d’azienda molto forte. Quello che facciamo noi con il nostro marchio  

Cosa l’ha spinta a impegnarsi per una moda etica e solidale?
Già da più anni mi dedico a questo. Il mio impegno personale è quello di lasciare questo mondo un pochino migliore rispetto a come l’ho trovato.

In Alto Adige la rete delle Botteghe del Mondo e la Organizzazione per un Mondo Solidale - OEW aderisce alla Fashion Revolution Week organizzando diverse iniziative. Si parte sabato 22 aprile con la giornata d’azione “Riparare invece di buttare” a Bressanone. Dalle 9.30 alle 12.00 tutti possono portare i propri vestiti in via Portici Maggiori, davanti alla Banca Popolare di Bressanone, per farli riparare gratuitamente. Sono inoltre in programma uno spettacolo teatrale a Bolzano e la proiezione di film sui falsi e il vero costo della moda.

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Kommentare

Bild des Benutzers gorgias

Tut mir leid, aber ein überteuertes Nischenprodukt mit Schuldgefühlen verkaufen zu wollen hinterlässt einen gewissen Beigeschmack.
Gelöst ist am Ende nicht viel.

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