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Romano Prodi al teatro di Pergine Valsugana il 21 settembre 2016

Europa

Romano Prodi e le caravelle di oggi

Il professore a Pergine Valsugana parla di 35 ore di lavoro settimanali, Europa dalle politiche rinazionalizzate, grandi imprese.
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L’ex presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea ha l’età (77 anni) per dire ciò che vuole. Scherzosamente si autodefinisce “rottamato”, dà vigorose pacche sulle spalle a Roberto Oss Emer, sindaco di Pergine e Luigi Senesi, presidente della Cassa Rurale Alta Valsugana e parla da economista appassionato di industria. Che legge i giornali sull’iPad ed in banca è andato l’ultima volta 6 mesi fa. Un po’ come i trentenni di oggi.

E sul referendum? «Non rispondo neanche sotto tortura» scherza.

Il tema degli incontri promossi dalla banca fra Pergine e Levico è “Il mondo rallenta: esiste il piano B?”. Prodi non è certissimo di avere un piano B, anzi è molto preoccupato per le nuove tecnologie labour saving tanto che parlando con dei direttori di banca si è chiesto se «i vostri dipendenti saranno meno della metà di oggi». Google Italia ha lo stesso numero di dipendenti della Cassa Rurale Alta Valsugana, 200.

Lo sguardo di Prodi è di unica apertura internazionale, così come è lucidissima l’analisi. Tanto che in alcuni passaggi viene da chiedersi “ma tu che eri lì perché non hai provato a cambiare il corso delle cose?”. Il fascino del dire e del sapere, l’ardua missione del fare.

Dal sapere parte la discussione moderata dal giornalista Gabriele Buselli e stimolata da Michele Andreaus, economista dell’ateneo trentino. Nella famiglia reggiana di Prodi (9 fratelli, 7 maschi e 2 femmine) tutti hanno frequentato il liceo classico e poi hanno proseguito con notevoli carriere accademiche nei campi più svariati.

Ma il sapere è ancora così importante? «Lo è meno, perché dagli anni Ottanta in poi sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea sono aumentate le disparità di distribuzione della ricchezza».

Prodi alle scuole medie non aveva voglia di studiare.

«Quando ripasso da Reggio Emilia guardo la buca dove ho buttato la lettera di una professoressa che mi sconsigliava di fare il liceo. Finita l’adolescenza tutto è andato bene. Magari – scherza – avrei fatto il camionista e sarebbe stato un bene per l’Italia».

Le previsioni, soprattutto per gli economisti, trovano il tempo che trovano. Lo ricorda anche Michele Andreaus, in Erasmus a Bonn nel giugno 1989, quando venne in visita Gorbaciov ed il suo professore sosteneva che avrebbe detto che l’Europa doveva rimanere divisa.

La metafora rimasta in testa a chi è venuto ad ascoltare Prodi al Teatro di Pergine è quella delle caravelle. Secondo il professore l’Italia si trova un po’ come alla fine del Rinascimento, quando «per quattro secoli è poi scomparsa come paese e sulla scena internazionale». Allora ci furono le caravelle degli spagnoli, mentre oggi le caravelle si chiamano Google, Apple, Facebook, Amazon, Alì Babà. Qualche secolo fa si coniò il “Francia o Spagna purché se magna”, «oggi rimaniamo indietro rispetto ad esempio a Cina, Russia, Stati Uniti, perché sono loro che hanno la proprietà delle reti».

 

 

Nordrhein Westfalen pesa politicamente più della Grecia

Piccola Europa, con l’aiuto alla Grecia che «slitta di tre mesi – spiega Prodi – perché la Merkel aveva paura delle elezioni in Nordrhein-Westfalen». Più di una volta il professore cita Helmut Kohl per il suo coraggio, quando sfidò anche il suo elettorato «volendo l’euro, anche perché suo fratello era morto in guerra».

Si passa dal non piccolo problema geografico, con «l’Italia a metà del secolo che perderà circa 6 milioni di abitanti, la Germania 12». Quindi dal disequilibrio fra i redditi, che crea un problema di crescita, perché «in Europa manca la domanda, sono calate in ogni settore le vendite. Crescono solo il bio ed i prodotti d’elite. In Italia crescono solo i servizi alle persone».

Grande impresa cercasi

Italia secondo paese manifatturiero d’Europa, che «non ha però più grandi imprese, le maggiori in mano italiane sono rimaste Finmeccanica e Ferrero. Gran parte della ricerca è nelle grandi imprese, perciò sono da favorire fusioni e riorganizzazioni». Prodi in linea con questo pensiero “consiglia” a Senesi, presidente della rurale dell’Alta Valsugana, di consolidare il sistema bancario trentino per poi potersi rendere autonomo dal gruppo nazionale del credito cooperativo (Iccrea). Guardando verso il presidente trentino Ugo Rossi lo incita a «tirare fuori più soldi per la ricerca».

 

 

Il suicidio britannico

Rispondendo infine alle domande del pubblico Prodi parla di «suicidio britannico. Ai tempi nei quali ero presidente di Commissione la burocrazia inglese era molto forte, si sentivano tutti “figli della Regina” senza differenze politiche».

Europa dal potere piramidale con un ruolo indebolito dell’Italia,

«resa debole dal suo debito. Ne è esempio il fatto che dopo la Brexit la finanza internazionale colpisca l’Italia, nonostante i rapporti economici e commerciali tra Gran Bretagna e Italia siano minori di quelli britannici con Francia e Germania».

Crisi economica provocata da altri, ma «noi ne subiamo le conseguenze. Gli Usa sono usciti con un investimento pubblico di 800 miliardi di dollari, la Cina con 595 miliardi, noi stiamo ancora decidendo sul piano Juncker, che ammonta a un quarto rispetto allo “stimolo” americano».

Oklahoma e California sono diverse ma nello stesso Stato

Dopo l’euro secondo Prodi le politiche europee sono tornate a rinazionalizzarsi: «California e Oklahoma hanno differenze che si vedono anche in Europa, ma lì la politica è comune».

Difficile per il fondatore dell’Ulivo arrivare a politiche comuni in materia di politica estera e difesa, «prima ci dovranno essere dei progressi su economia ed immigrazione». Negli ultimi 6 anni Prodi ha insegnato in Cina e «mentre all’inizio c’era grande richiesta di seminari sull’Europa, oggi ce n’è molta meno».

Marginalità internazionale dovuta alle divisioni quindi e un futuro difficile per il fatto di

«dover riorganizzare il mondo del lavoro, incorrendo in tensioni e cambiamenti politici. Forse si dovrebbe pensare a ridurre l’orario di lavoro a 35 ore, non sarebbe una follia».  

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