Gesellschaft | Salto Afternoon

Fare un giornale

Oggi salto.bz compie cinque anni. Un ricordo in dieci diapositive, proiettate sul muro della memoria di chi ci ha scritto o inviate a chi è stato con noi, leggendoci.
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Foto: Foto: Salto.bz

I dialoghi preliminari. Non c'è nulla di più tenero e ingenuo di questo. Prima che un giornale cominci a macinare notizie, il problema è quello di elaborare una linea editoriale, capire in quale cornice andranno messi gli scarabocchi e i disegni futuri. Per questo motivo si parla, se ne parla, ci si parla. Sembra quasi di costruire la base di un ponte, il primo pilone, che resterà però inevitabilmente sospeso sul vuoto. Perché fare un giornale significa essenzialmente questo: smettere di parlare e iniziare a scrivere. Un giornale è sempre un salto nel vuoto. A maggior ragione se il giornale si chiama salto.

Sembravamo piccoli pesci in un acquario, prima di essere liberati in un mare pieno di squali

La prima diapositiva che vorrei proiettare ricordando gli esordi di salto mi riporta ancora ai giorni prima del “varo”, quando una televisione (non ricordo più quale) visitò la redazione per fare un servizio. Non ho mai sentito un silenzio più spesso di quello, eravamo tutti chini sui nostri pc, a ritoccare frasi, a scegliere immagini per gli articoli, a curare particolari che in seguito non avremmo più neppure percepito. Surreale. Sembravamo piccoli pesci in un acquario, prima di essere liberati in un mare pieno di squali.

La riunione di redazione al mattino, quando il mondo si è già svegliato da un pezzo e tocca rincorrerlo, selezionare rapidamente le notizie da dare subito, pensare a quelle da fare uscire dopo e l'ansia di trovare le persone con le quali parlare al telefono. All'inizio bisognava spiegare sempre tutto: “Buongiorno, sono x o y, del portale salto.bz...”. Non era mai scontato che capissero, spesso non capivano. Farsi conoscere, senza diventare per questo troppo conosciuti e dunque irrilevanti, per un motivo opposto a quello dell'essere sconosciuti, è stata la sfida più grande.

Il taglio, il famoso taglio, è sempre una sorpresa

Vi immaginate che in un giornale si discuta molto, che il taglio da dare alle notizie emerga alla fine di valutazioni minuziose, un po' come tirare una freccia dopo aver teso lungamente l'arco? Nulla di questo. Il taglio, il famoso taglio, è sempre una sorpresa, se il bersaglio è stato colpito o meno si sa sempre alla fine, e il primo a stupirsene, quindi l'ultimo a rendersene conto, è proprio l'arciere.

Le abitudini dei colleghi di lavoro che disturbano sono quelle alle quali non potresti più rinunciare. Ho passato interi pomeriggi a sperare che Susi Pitro smettesse di canticchiare mentre batteva i tasti del suo computer. Non era neppure un canto, a dir la verità. Era un dondolio vocale, una nenia, della quale lei ovviamente neppure era consapevole. Però, se non cantava, allora voleva dire che la scrittura s'era inceppata, che c'era un problema. Speriamo tu ricominci sempre a cantare, cara Susi, io comunque ho portato gli auricolari per non sentirti.

Fare un giornale è cercare una foto del giorno quando il giorno neppure è iniziato

Momenti di panico alle sei di mattino. Nella penombra morbida e sfocata, la luce del telefono, già il primo messaggio. È Ursula Lüfter, Uschi, così solerte da risultare terribile. “Hai già trovato la foto del giorno”? Fare un giornale è cercare una foto del giorno quando il giorno neppure è iniziato.

Ma i giorni più belli sono sempre quelli in cui si va a lavorare come se facessimo una gita. Andai una volta con Christine Helfer a fare un servizio sull'Hotel Paradiso di Giò Ponti, in Val Martello. Respirare l'atmosfera di un evento, girare con calma tra la gente, scattare foto. Prendersela calma è un lusso raro. Quando capita, la scrittura diventa l'esatta trasposizione di un momento vissuto, nel quale anche chi non c'era si può rispecchiare. Al ritorno abbiamo comprato pure le fragole.

C'è una figura, quella del praticante (o della praticante) che viene guardata in tralice. All'inizio è timida, si trattiene nell'ombra, deposita tracce che lei stessa vorrebbe subito cancellare. È quella che mette le foto sempre un po' storte, o tagliate male. Dopo qualche mese sei tu a chiederle il permesso di poter pubblicare un pezzo. In un giornale online la porta è sempre aperta, per te che vai, per lei che viene. Ogni nuovo giorno un nuovo sole ne illumina la soglia.

All'inizio, soprattutto d'estate, mi piaceva finire il lavoro tardissimo restando in redazione. Magari per scrivere il famigerato pezzo dell'alba, quello destinato al lettore più assonnato del mondo. Attardarmi a seguire il flusso dei comunicati che, verso sera, si facevano sempre più radi, come luci di automobili sull'autostrada, alla fine di un grande esodo. Un giornalista è un po' anche un casellante. L'ultimo bar aperto, gli alberi del parco, un autobus per chi aveva fatto tardi come me. Verrebbe quasi voglia di fare poesia: “Dal mio quarto piano sull'infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull'inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l'accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili” (Fernando Pessoa). Ma quando s'inizia a scrivere per un giornale, la prima cosa che apprendi è: “mi raccomando, niente poesia”.

Bastano cinque anni per far sì che un giornale diventi parte dell'identità di chi lo produce, ma forse anche di chi lo legge

Cinque anni non sono tanti, ma non sono neppure pochi, nella storia di un giornale. Bastano ovviamente per far sì che quel giornale sia diventato parte dell'identità personale di chi lo produce, ma forse cominciano a segnare anche l'identità di chi lo legge. Diventi stanco di tutto (niente è così adatto ad abbattere ingenuità e stupore) ma paradossalmente anche più avido nel ricercare una via, un modo per far stupire ancora gli altri. È noto il detto di Hegel: “La preghiera del mattino dell'uomo moderno è la lettura dei giornali”. Atei alfabetizzati di tutto il mondo, allez!, continuiamo ad unirci.

L'ultima diapositiva è per chi ci ha abbandonato. Caro Paolo, io e te ci siamo incrociati poco, ma ti ho letto e avrei ovviamente voluto leggerti ancora. I nostri pensieri sono sempre acerbi, ci rammarichiamo per coloro i quali non possono più coglierli. Ci consola sapere che anche di questi fogli scritti sull'acqua, anzi nell'aria, il diluvio finale non riuscirà a farli tutti a brandelli. Siamo rimasti qui, anche per chi non c'è più, e per chi non sappiamo ancora che ci sarà. Buon compleanno a noi, che siamo qui grazie a voi.