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Così il Covid mi ha cambiato la vita

Marcela Zálohová dalla Repubblica Ceca sull'impatto della pandemia sul mondo dello spettacolo e della cultura locale, con una piccola riflessione finale.
Praga
Foto: Pixabay

Abbiamo raccolto testimonianze in giro per il mondo per capire come viene vissuta, nei vari Paesi, la situazione coronavirus. Oggi ci parla Marcela Zálohová da Praga. Come è noto, la Repubblica Ceca è stato uno dei paesi d’Europa in cui si sono deliberate in tempi rapidi alcune rigorose misure di contenimento – come ad esempio le dibattute mascherine, rese obbligatorie anche all’aperto fino al 25 maggio –, al tempo stesso è stata mantenuta la libertà di circolazione (seppur con l'invito a stare a casa), è stata data la possibilità di fare il tampone privatamente (a pagamento) e il tasso di contagi è rimasto relativamente basso. Oggi la Repubblica Ceca è in fase di riapertura ed è stata dichiarata la fine dello stato d’emergenza, ma fino a poco fa spopolavano sul web le foto di una Praga dai vicoli deserti, rievocanti la fumosa e lirica atmosfera degli scatti in bianco e nero di Jan Reich. Sullo sfondo della città dalle mille torri, Marcela, produttrice esecutiva della Livesignal.TV, ci racconta delle sfide che il coronavirus ha rappresentato e rappresenta per lei e il suo team.

A dire il vero non saprei bene da dove cominciare…

I tratti caratteristici dell’ultimo periodo per me sono stati: isolamento, straziante astinenza da contatti umani, paure per i miei genitori e i miei nonni, preoccupazione per il lavoro. D’altro canto è stato un periodo anche pieno di isteria collettiva, informazioni poco precise e smentite varie da parte del governo, di lavaggi del cervello mediatici e di incontenibile paura dell’ignoto.

Sono sempre stata contraria agli zoo e gli animali in gabbia mi facevano una gran pena: ora so anche come si sentono

Da un giorno all’altro il mio stile di vita attivo e il mio lavoro dinamico sono svaniti nel nulla. La mia esistenza si è all’improvviso ridotta allo home office, al volontariato per cucire mascherine e alle “escursioni” per fare la spesa. I miei unici contatti sociali erano online e, come tutti sappiamo (oggi probabilmente meglio ancora di prima), la rete non può darci tutto il calore dei rapporti e questa modalità a lungo andare non basta più. Sono sempre stata contraria agli zoo e gli animali in gabbia mi facevano una gran pena: ora so anche come si sentono. Perché così mi sono sentita io, nei giorni del lockdown: un animale in gabbia.

Noi di Livesignal, proprio prima dell’inizio della quarantena, avevamo avviato molti progetti entusiasmanti: eravamo euforici per il programma che ci si prospettava, fatto di eventi live dall’estero, corse, parkour, trasmissioni curate da noi e tante altre delizie del mestiere. All’improvviso tutta l’industria della creatività ha dovuto fermarsi. Nessuno di noi aveva più del lavoro urgente con cui impegnare le mani e la testa, nessuno sapeva cosa aspettarsi dal futuro. Tutti quelli del nostro campo si sono chiesti se ce l’avrebbero fatta a sopravvivere alla stagione incipiente, o se non fosse il caso di lasciar perdere tutto direttamente. All’inizio abbiamo cercato di adattarci, di sfruttare i nostri mezzi tecnologici e il potenziale che era in noi. Allora abbiamo iniziato ad offrire dei live stream ai teatri (nella nostra città solitamente la scena teatrale è estremamente vivace), alle aziende e ai comuni, di modo che tutte queste istituzioni potessero almeno in questa forma continuare a funzionare, divertire, informare… Ma le misure di sicurezza sempre più severe hanno reso impossibili anche questi espedienti: tutti gli eventi sono stati rimandati o cancellati. E così è incominciato il periodo del nulla totale – una specie di “stagione dei cetrioli” come la chiamano i nostri ragazzi (okurková sezóna: espressione ceca corrispondente alla locuzione tedesca Sommerloch o Sauregurkenzeit, vale a dire il periodo smorto di chiusure estive in cui nelle città non accade niente di rilevante politicamente o culturalmente parlando – n.d.t.). Dal totale fervore dei nostri nuovi progetti siamo in un istante scivolati nella demotivazione più totale.

Fortunatamente questa condizione non ci ha fatto compagnia a lungo: passata la fase dell’apatia, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lanciato on line (al pari di molte altre produzioni) le trasmissioni e i progetti da noi ideati. Abbiamo avviato, e visto il successo probabilmente non lo interromperemo più, il cosiddetto “Caffè online”, un talk show mandato in onda in diretta attraverso una piattaforma per videoconferenze che funziona un po’ come Skype. Tutti gli ospiti possono divertirsi e discutere al sicuro e dal comfort di casa propria. Il Covid-19 ci ha insegnato molte cose: la più importante però è stata non arrendersi, anche quando tutto sembrava andare a rotoli. E non intendiamo dimenticarci in futuro di questa piccola grande verità.

Ma nella mia testa continuerà ancora a risuonare sempre un interrogativo: l’umanità forse aveva bisogno di un colpo simile per tornare indietro finché è ancora in tempo, per riprendersi dal delirio di consumismo in cui sta affogando

E quanto a me? In che modo il Covid mi ha cambiata?

Mi sono resa conto che a volte è importante rallentare, prendere un respiro profondo (a seconda dei casi con o senza mascherina – e ad essere onesta ormai le sto proprio odiando queste mascherine, si può dire o non è abbastanza politically correct?). Ho anche imparato ad essere grata per il fatto che io e la mia famiglia siamo in salute e ancora insieme.

Ma nella mia testa continuerà ancora a risuonare sempre un interrogativo: l’umanità forse aveva bisogno di un colpo simile per tornare indietro finché è ancora in tempo, per riprendersi dal delirio di consumismo in cui sta affogando e per incominciare finalmente ad apprezzare cose come la salute, la spensieratezza, la libertà, l’abbondanza di alimenti e accessori – tutte cose fino ad ora spesso date per scontate? Ci aiuterà questa crisi, che è la più scioccante “campagna di sensibilizzazione” immaginabile, ad aprire gli occhi e iniziare ad interessarci al mondo intorno a noi e ai problemi, anche tutti quelli non legati al coronavirus, che l’umanità ha ancora da affrontare?