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Il libro

Il volto dei migranti

Un saggio di Kurt Gritsch ritrae il frastagliato paesaggio dell'immigrazione in Sudtirolo, ricostruendone la prospettiva storica e la pienezza della dimensione umana.
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Es gibt zwei Sorten Ratten: Die hungrigen und satten. Die Satten bleiben vergnügt zu Haus, die hungrigen aber wandern aus”. Kurt Gritsch non poteva trovare una citazione migliore per aprire il suo libro sull'immigrazione in Sudtirolo, appena pubblicato per i tipi di Raetia (Vom Kommen und Gehen: Migration in Südtirol). Se misuriamo il tempo che è passato da quando Heinrich Heine scrisse “Die Wanderratten” l'effetto non si discosta dal déjà vu: i topi sono rimasti gli stessi del 1869, quelli sazi e stanziali, e quelli affamati, costretti ad emigrare. Ma siccome a molti la cosa sembra nuova, soprattutto a chi parla volentieri di “emergenza profughi” senza saper misurare il senso di tali parole, ecco che in modo tempestivo e propizio siamo adesso qui a sfogliare questo volume sulla condizione del migrare (perché la parola sintetizza il doppio concetto dell'andare e venire), scritto con un esplicito focus sulla situazione sudtirolese/altoatesina, cioè in un luogo da molti idealizzato come immune dalla storia – abitato da persone spesso accortacciate sulla “propria” storia –, ma ultimamente investito da trasformazioni e accelerazioni che si producono su scala ben più larga.

Vom Kommen und Gehen tocca in modo analitico tutti i punti principali della problematica migratoria. Parla del Sudtirolo come “terra di emigrazione”, non scordando tuttavia che è stata anche “terra di emigrazione”. Ricerca le ragioni e le cause dell'emigrazione involontaria (guerre, persecuzioni, distruzione ambientali) e di quella volontaria (l'autore vive e lavora in Svizzera), quindi ne indaga la fenomenologia sul piano del diritto, mette in luce la sfida che essa pone alla nostra società sia dal punto di vista dei pericoli che da quello delle opportunità, infine cerca di suggerire delle risposte sulla scorta della più aggiornata letteratura scientifica, un patrimonio di conoscenze che dovremmo sempre avere la forza di opporre al volume di chiacchiera (spesso assordante) amplificata in particolare dai socialnetwork, ricettacolo di prediche intonate ai sentimenti dell'odio e della paura. “Non esiste alcuna crisi migratoria”, afferma alla fine in modo apparentemente provocatorio Gritsch, perché in realtà tale supposta crisi non è che la risposta alle situazioni di violenza e ingiustizia prodotte dai “nostri governanti”. La “questione della responsabilità”, infatti, sembra ormai uscita dall'orbita di coloro i quali agiscono politicamente sempre e solo a corto raggio, non andando mai alla radice dei veri problemi e cogliendone in modo ripetitivo e demente gli effetti causati in superficie, là dove domina la distrazione dei più, appena increspata da emozioni agitate da immagini subito dissolte e sostituite da altre immagini.

Intrecciate alla linea espositiva di un saggio composto in “forma popolare”, quindi accessibile a tutti, ascoltiamo anche le voci che illustrano il fenomeno nel modo migliore per farlo, lasciando cioè la parola ai protagonisti: a chi abita qui da molti anni, risultando perfettamente “integrato”, e a chi combatte ogni giorno sul “fronte” dell'accoglienza, raramente trovando sufficienti alleati tra i rappresentanti istituzionali che in teoria dovrebbero provvedervi, ed essendo quindi costretto ad assumere su di sé persino lo stigma incarnato dall'indecente espressione “buonista” (si legga lo scritto di Selma Mahlknecht che conclude il libro: “Arschlöcher raus! Eine Gutmenschin packt aus”). Valga l'esempio del discorso tenuto da Eliana Muraro il 3 ottobre 2015 – pronunciato alla stazione di Bolzano, sempre più porto di sbandati condannati all'erranza e invitati persino esplicitamente ad andarsene a mezzo di circolari emanate dalla Provincia – proprio nel giorno in cui si ricorda ufficialmente il naufragio che provocò quasi quattrocento morti nel mare antistante Lampedusa: “Ci siamo trovati, un gruppo di persone con la stessa sensibilità alla problematica. E giorno dopo giorno siamo diventati Binario 1/Gleis 1. Si è creata una rete di solidarietà: c'è chi porta il caffè la mattina, chi dona i vestiti, chi riordina in saletta vestiti e scarpe donati, chi porta le mele della Val Venosta e da altre valli, chi dietro le quinte informa e tiene unita la rete, chi organizza manifestazioni di informazione e sensibilizzazione, chi si è reso disponibile a doare il suo tempo nelle nuove strutture di accoglienza. Così tutti insieme, con un sorriso e buona volontà, cerchiamo di donare forza a queste persone, che per noi non sono numeri ma hanno un volto”. Fuori dai soliti numeri e dalle solite statistiche, quindi, ma ricorrendo anche all'utile aridità della ricerca quantitativa, Vom Kommen und Gehen rappresenta proprio questo: il tentativo di ridare un volto a chi se l'è visto consumare da ogni falsa patria (quella di partenza e di arrivo), eppure non sarà mai convinto a desistere, a smettere di inseguire il sogno di poter vivere una vita migliore.

 

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Kurt Gritsch firma le copie del suo libro "Vom Kommen und Gehen" al Frauenmuseum di Merano, durante la presentazione di lunedì 17 ottobre. Foto: Debora Nischler

Intervista a Kurt Gritsch

salto.bz. Come è nata l'idea di comporre un saggio sull'immigrazione in una forma, per così dire, “popolare”?
Die Idee zum Buch stammt von Thomas Kager, Programmleiter von Raetia. Er wollte ein Buch machen, das der Versachlichung der Diskussion rund um das Thema Migration dienlich ist. Er hat mich deshalb gefragt, weil ich einerseits am Institut für Zeitgeschichte der Universität Innsbruck als Mitarbeiter beim Projekt „Arbeitsmigration in Südtirol seit 1972“ tätig bin und andererseits als Konfliktforscher einiges zu den Krisen und Kriegen der letzten Jahre publiziert habe.

Quali sono le idee che hanno trovato graduale e concreto sviluppo nel testo?
Ich habe zuerst einmal ein Konzept erstellt, das darauf basiert, Südtirol als Ein- und Auswanderungsland zu porträtieren – denn das ist es, auch wenn gegenwärtig häufig der Glaube vorherrscht, wir seien nur Einwanderungsland. Als Historiker versuche ich, der Realität so nahe wie möglich zu kommen. Also habe ich Porträts von „alten“ SüdtirolerInnen, die ausgewandert sind, und „neuen“ SüdtirolerInnen, die eingewandert sind, ausgewählt. Ein weiterer wichtiger Punkt war, ein Buch zu schreiben, das in gewissem Sinne auch als zeithistorisches Dokument gesehen werden kann. Deshalb ist z.B. die Rede von Eliana Muraro von Binario 1 in das Buch aufgenommen worden. Ich wollte, dass man auch in 10 oder 15 Jahren, wenn man sich fragt, was damals in Südtirol in Bezug auf Migration los war, Informationen findet, indem möglichst viele Menschen selbst ihre Geschichte erzählen - und nicht ich sie nacherzähle und interpretiere.

Vom Kommen und Gehen è costruito come un mosaico, accogliendo molte voci e attingendo evidentemente al lavoro di alcuni collaboratori.
Ja, ich habe bei meinem Konzept Forschungskollegen einbezogen. Dirk Rupnow (Institutsleiter und langjähriger Migrationsforscher) und Eva Pfanzelter (Projektleiterin „Arbeitsmigration in Südtirol seit 1972“) fanden meine erste Version bereits ziemlich umfassend. Kerngedanke war, die Historizität von Migration aufzuzeigen und die gegenwärtige Diskussion damit um die historische Perspektive zu erweitern, damit die Debatte sachlicher werden kann. Trotzdem liegt der Schwerpunkt auf der Gegenwart, weil es ja ein Buch für die Gegenwart ist. Als besonders wertvoll hat sich die Zusammenarbeit mit Fernando Biague herausgestellt. Er ist anfangs der 1980er Jahre aus Guinea Bissau nach Italien eingewandert, hat in Padova studiert und arbeitet als Migrationsforscher.

Come giudica l'attuale discorso pubblico sulla migrazione che si sta svolgendo in Sudtirolo?
Man sieht, dass es noch sehr viel mehr sachliche Information zum Thema braucht – insofern hatte der Verlag schon Recht, ein solches Buch herauszubringen. Man sieht nämlich z.B. an den Orten in Südtirol, die bereits in den 1990er Jahren Flüchtlinge aufgenommen haben, dass es diesmal wenig Widerstand gab, während es in den Gemeinden, die erstmals jetzt Flüchtlinge aufnahmen, zu ganz ähnlichen Vorgängen gekommen ist wie anderswo vor über 20 Jahren.

Lei pensa che le nostre istituzioni stiano reagendo in modo adeguato al fenomeno?
Von den Interviews mit Franz Kripp oder anderen Caritas-Mitarbeitern habe ich den Eindruck gewonnen, dass man sachlich und pragmatisch (und insgesamt recht gut) arbeitet. Man hat auch Schlüsse aus den Erfahrungen der 1990er Jahre gezogen. So sagte mir Kripp beispielsweise, dass man wegen der Erfahrung mit hunderten Albanern in Welsberg heute nur noch kleine Gruppen in dafür vielen Gemeinden unterzubringen versuche. Das halte ich für sehr sinnvoll. Von Volontarius hat leider auch nach mehrmaliger Nachfrage niemand ein Interview mit uns führen wollen. Die Landespolitik wiederum kommt mir so vor, als ob die Regierung einerseits zwar versucht, aktiv zu werden, andererseits aber aus (meiner Meinung nach falsch verstandener) Rücksicht auf die rechten WählerInnen (dies gilt vor allem für die deutsche Sprachgruppe) nur das Allernotwendigste tut. Die öffentliche Diskussion der letzten Wochen hat das meiner Meinung nach auch verdeutlicht.

Si riscontrano differenze percettive, tra i diversi gruppi linguistici “storici” residenti in provincia, in rapporto alla questione migratoria?
Unterschiede bei Sprachgruppen: Ja, sehe ich schon ein bisschen – „die Italiener“ haben sich früher für MigrantInnen interessiert als „die Deutschen“, obwohl es auch da schon seit den 1980er Jahren Initiativen von deutschsprachigen SüdtirolerInnen gegeben hat (z.B. Haus der Solidarität). Aber den größeren Unterschied sehe ich beim Phänomen Stadt-Land. Auf dem Land gibt es weniger MigrantInnen und dafür mehr Vorurteile und Ängste. In der Stadt hat man sich längst an das Phänomen gewöhnt.

Quale pensa che sarà il contributo offerto dal suo volume, considerando anche il fatto che purtroppo le persone ormai leggono sempre meno libri?
Ich hoffe, dass es der Versachlichung der Diskussion dient. Ich habe mich deshalb auch mit den Herausforderungen im Umgang mit Einwanderung beschäftigt und versucht, möglichst die Realität und kein Wunschdenken darzustellen. Das bedeutet, dass es konkrete Herausforderungen gibt, dass nicht jeder, der „gegen“ MigrantInnen redet, gleich ein Rassist sein muss (auch wenn mir diese Position nicht sympathisch ist, aber das darf im Buch keine Rolle spielen), und dass es durchaus ernstzunehmende Schwierigkeiten mit z.B. konservativ-religiösen Migrantenvereinigungen gibt bzw. besonders für deren Kinder geben kann. Dass man heute weniger Bücher liest, ist das eine, über das Buch wird aber auch im Radio und im Fernsehen gesprochen (und dann online auf salto.bz, was mich sehr freut), und dadurch erreicht man durchaus ein Publikum.

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La copertina del libro

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