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Pixabay / Duernsteiner
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Coronavirus

“Ne usciremo se pensiamo subito al dopo”

Alfred Ebner (Cgil-Agb): “L’epidemia finirà, come tutte le guerre. Dobbiamo affrontare l’emergenza sanitaria salvando imprese e lavoratori. Anche in Alto Adige”. Ecco come:
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Bild des Benutzers Cgil-Agb report
Cgil-Agb report23.03.2020
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salto.bz: Alfred Ebner, l’emergenza coronavirus sta stravolgendo le nostre vite. C’è in fondo a tutto quanto sta succedendo un messaggio di speranza?

Alfred Ebner: io penso che non bisogna disperare. Ci troviamo in una fase di emergenza, per cui tutto è concentrato nella risposta alla situazione sanitaria drammatica che stiamo affrontando. Detto questo, penso che sia doveroso cominciare fin d’ora a fare dei ragionamenti sul dopo. Perché, ne sono certo, usciremo anche da questa crisi. Non ho dubbi. Bisogna quindi fare in modo che passi nel miglior modo possibile. Del resto, abbiamo visto come il nostro sistema, la globalizzazione estrema, abbia mostrato tutti i suoi limiti.

Il virus ha fatto crollare un sistema mondiale basato sull’interconnessione di merci, persone e servizi che sembrava destinato a durare in eterno. Non è così?
È bastato un virus a sconvolgere tutto il mondo. Ora siamo di fronte a questioni difficili. Negli ospedali incominciano a mancare alcuni medicinali, oltre ai macchinari e alle mascherine. Ma è un problema più generale. È successo che negli ultimi decenni abbiamo portato tutta la produzione in Cina e India per fare il massimo del profitto e adesso la componentistica si trova sguarnita. Anche in Oriente hanno problemi, quindi faticano a stare dietro alle richieste, e noi soffriamo la carenza. Per questo dico: va ripensato il tutto. Anche in Alto Adige si è rivoluzionato parecchio dal punto di vista economico.

Le ripercussioni economiche sono globali, ma parlando proprio dell’Alto Adige si è interrotto improvvisamente quello che è stato definito il “triennio d’oro” dell’economia altoatesina. Anche qui colpa dell’epidemia?
Certamente il momento d’oro si è interrotto, forse irreparabilmente. E pensare che c’erano previsioni favolose fino a poche settimane fa. In questo frangente di tempo è cambiato tutto. Il turismo, il commercio e la ristorazione hanno avuto un crollo immediato e l’impatto della crisi è ancora da valutare. Tuttavia, non bisogna smettere di lavorare ad una risposta che affronti da un lato l’emergenza sanitaria, dall’altro quella economica, cominciando allo stesso tempo a guardare oltre.

Cosa bisogna fare?
È fondamentale creare le condizioni affinché l’economia non crolli definitivamente. La storia ci insegna che calamità, conflitti e pestilenze hanno una certa durata, ma poi finiscono. È stato così anche in passato. Prima o poi l’evento drammatico passa, ma se nel frattempo crolla l’economia e l’occupazione poi rialzarsi sarà dura. È proprio per questo che vanno evitati i fallimenti delle aziende perché rischiano di diventare poi una catena con conseguenze drammatiche, anche per il sistema creditizio e i nostri risparmi.

Eppure le cronache di questi giorni sono drammatiche. Difficile pensare anche al dopo.
Non è facile però è necessario. In Lombardia si è toccato il disastro sanitario e questo è grave. Dall’altra parte dobbiamo evitare di trovarci anche in una situazione di grossa difficoltà economica. Questa è la sfida. Siamo di fronte ad una crisi che non è quella del 2009, quando i mercati finanziari sono andati in tilt. Oltre ai problemi sanitari, prioritari in questo momento, abbiamo una contrazione generale che riguarda le aziende e i consumi. Un mix micidiale.

A tutti i livelli istituzionali, dalla Bce al governo italiano fino alla Provincia di Bolzano, sono state varate delle contromisure per contrastare l’emergenza sanitaria e cercare di ridurre l’impatto su imprese, credito, filiere produttive, lavoratori e famiglie. Sono sufficienti oppure no?
Bisognerà programmare anche altri provvedimenti, perché i 25 miliardi messi in campo dal governo italiano, servono per superare l’emergenza. Va considerato poi che i tempi della quarantena si preannunciano lunghi. Ancora non sappiamo quanto, ma più dura la crisi più le questioni si aggroviglieranno. I tempi sono legati all’emergenza sanitaria e qui si vendica la strategia del taglio alla sanità pubblica. In Cina sono state necessarie 8-10 settimane, ma in ogni caso anche qui non si ripartirà come prima per il rischio di alimentare nuovi focolai.

In uno scenario così incerto quali sono le priorità?
L’obiettivo è creare le condizioni per fare in modo che le aziende non chiudano, e questo significa dare loro la liquidità di cui hanno bisogno, dall’altra dare soldi alle famiglie per non far crollare il consumo. I 25 miliardi del governo sono un primo step. Poi, una volta passata l’epidemia occorrerà fornire uno nuovo, forte stimolo per i diversi settori economici e ancora per le famiglie, per far riprendere la fiducia. Con la sospensione del patto di stabilità si possono trovare le risorse necessarie. Servono infine ponderosi investimenti nei settori come sanità e welfare, dove il mercato non fornisce le dovute garanzie, come Covid-19 ha drammaticamente evidenziato.

È uno sforzo immane: basta la dimensione nazionale?
Se non ci sono alternative faremo del nostro meglio. Ma la Bce ha assicurato un sostegno e prevede di stanziare 750 miliardi a livello europeo per comprare titoli di Stato. Speriamo che l’Unione superi le rigidità degli anni scorsi e che nasca finalmente un’Unione Europea coesa e solidale. Se salta l’Europa il vecchio continente non avrò ruoli nel nuovo ordine mondiale del dopocrisi. Serve l’Italia, serve la Provincia di Bolzano, ma serve l’Europa. Il problema è continentale.

Si può essere ottimisti?
Bisogna sempre pensare che ci sarà un dopo. Io almeno me lo auguro, non c’è una guerra atomica. Ma le condizioni vanno create fin da subito per ripartire in fretta. Ci sarà competizione per riprendere le quote di mercato o occupare i terreni persi dagli altri. Sperando che i sacrificati, oltre alle persone, non siano anche le nostre realtà produttive. Per questo dico che se non si salvano le aziende e i loro sbocchi sul mercato la perdita sarà collettiva e ciò vale anche per i lavoratori.

Sulle misure decise a livello locale che giudizio dà?
Ho apprezzato quanto hanno detto dagli assessori Philipp Achammer e Waltraud Deeg riguardo alle misure messe in campo per lavoro e economia. Una crisi può essere anche un’opportunità. In Alto Adige possiamo avere l’occasione per ripensare a che modello di futuro sviluppo vogliamo. Dobbiamo ovviamente continuare a salvaguardare turismo, artigianato, commercio e agricoltura. Ma avremo sempre più bisogno di una maggiore attenzione nei settori altamente qualificati. Altrimenti saremmo sempre esposti, perché questa crisi ha evidenziato come certi settori possono andare in crisi subito e rialzarsi poi lentamente. Dobbiamo garantire un buon mix tra le diverse attività economiche e puntare sempre di più su produzioni e servizi altamente qualificati per restare competitivi.

L’Alto Adige si riprenderà?
Non so se e quando riprenderemo il tasso di occupazione che avevamo prima. A livello turistico la nostra immagine è stata pesantemente intaccata. In Germania ci hanno dipinti come “untori”. Penso che la ripresa in alcuni settori sarà lenta. Ecco perché concludendo dico: pensiamo subito a ripartire, ma pensiamo dove indirizzare maggiormente gli aiuti pubblici, puntando in maniera più incisiva ai settori maggiormente innovativi e trainanti.

 

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