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Radici?

Piccolo viaggio alla ricerca di apparati radicali condivisi tra il gruppo Athesia e il suo più recente acquisto.
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"Die von Athesia und S.E.T.A. herausgegebenen Tageszeitungen „Dolomiten“ und „Alto Adige“ sind aus dem antifaschistischen und antinationalsozialistischen Widerstand nach dem 2. Weltkrieg im Mai bzw. Juni 1945 durch Lizenz der Alliierten entstanden und haben damit gemeinsame Wurzeln". Questa frase, contenuta nel comunicato con cui è stato annunciato al mondo l'acquisto da parte della casa editrice Athesia del pacchetto di maggioranza del quotidiano "Alto Adige", ha destato qualche curiosità e non poche perplessità. Il richiamo alle "comuni radici" è parso un po' tirato per i capelli dalla voglia di recuperare nella storia qualche motivazione ideale per abbellire un'operazione saldamente collocata, invece, nelle opportunità economiche del presente.

Per capire quanto gli apparati radicali delle due società possano essere profondamente avvinti l'uno all'altro non c'è però che un sistema: scavare.

Bisogna scendere in profondità, lungo il corso della storia, per trovare le tracce più antiche dell'avventura editoriale che oggi è l'Athesia. Occorre andare a Bressanone, nell'anno 1888, in una vecchia fabbrica di campane dove viene stampato un settimanale chiamato "Brixener Chronik". Dopo una fase iniziale contraddistinta da numerosi cambiamenti di testata e dallo spostamento, della redazione e della tipografia, nella sede di via Museo a Bolzano, il 2 gennaio del 1900, i sudtirolesi possono festeggiare, in un sol colpo, l'inizio di un nuovo secolo e la nascita di un nuovo quotidiano: "Der Tiroler". L'affermazione, pur in un panorama contraddistinto da una forte vivacità editoriale, del nuovo giornale porta con sé, nel giro di qualche anno, anche un più definito assetto societario. Nel 1907 nasce la "Verlagsanstalt Tyrolia GmbH". Da notare, ed è questione di notevole rilievo, come da subito la società non si limiti a stampare e vendere il quotidiano ma allarghi la sua attività ad altri campi editoriale e commerciali, con l'apertura di cartolibrerie in varie zone della provincia. Passano, con questo assetto, i durissimi anni della guerra e la Tyrolia entra, assieme alla popolazione cui si rivolge, nel "mondo alla rovescia" causato dall'annessione all'Italia. E guai, grossi, arrivano con l'avvento del fascismo che, tra le altre misure adottate per la snazionalizzazione della minoranza sudtirolese, pone anche la proibizione totale dell'uso di qualsiasi denominazione relativa al vecchio Tirolo. La casa editrice e il suo quotidiano sono quindi costretti a cambiar pelle in tutta fretta. In un primo momento, per il giornale, viene scelta la testata "Der Landsmann", ma anche questa verrà poi definitivamente cambiata in quella attuale: "Dolomiten". Stesso percorso, più o meno, per la società, che si richiama dapprima al nome del poeta Walther von der Vogelweide e poi, quando anche questo diviene inviso alle autorità fasciste, assume quello definitivo e vagamente latineggiante di Athesia.

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Il logo del Dolomiten

Siamo in questo alla metà degli anni 30, ma nel frattempo sono successe altre interessanti cose. Non occorre che molto tempo passi dalla Marcia su Roma, perché le autorità fasciste mettano nel mirino il quotidiano e gli altri periodici della Tyrolia. Il ruolo di questi organi di stampa nel mantenere compatta l'opposizione sudtirolese a qualsiasi forma di italianizzazione ufficiale o strisciante è sin troppo chiaro, perché all'incombente dittatura non sembri opportuno cancellarne anche solo il ricordo. Dal 1925, poi, dalla prima fase di governo autoritario, ma ancora venato di qualche garanzia statutaria, si passa alla dittatura vera e propria con soppressione di tutte le libertà civili, di ogni forma di articolazione democratica e quindi anche della libertà di stampa. Tutti i giornali italiani, grandi o piccoli che siano, si devono adattare: o passano direttamente sotto il controllo fascista, oppure sono saldamente in mano ad editori di fiducia del regime. In particolare, verso la fine degli anni 20, l'idea delle autorità fasciste altoatesine è quella di assorbire la casa editrice sudtirolese, per indicare la quale, d'ora in poi, anche anticipando le scadenze reali dei campi di denominazione, useremo, per comodità, la denominazione di Athesia, e di fonderla, sotto il loro diretto controllo con quella creata dal regime per stampare, in Alto Adige, i due quotidiani fascisti: l'Alpenzeitung in lingua tedesca e "La Provincia di Bolzano" in lingua italiana.

 Il destino dell'Athesia, sembra dunque segnato, ed invece avviene quello che, viste le circostanze, può ben essere considerato come un piccolo miracolo politico-editoriale. Tra le clausole del Concordato siglato nel 1929 tra Italia e Santa Sede c'è anche quella che consente, in deroga alle disposizioni sulla stampa in generale, di mantenere una sorta di indipendenza per i quotidiani e periodici direttamente riconducibili alla responsabilità dell'Azione Cattolica e delle singole diocesi. Sulla base di fortissime pressioni della Curia di Bressanone e con l'intervento decisivo del Vaticano, l'Athesia riesce a mantenere così la sua indipendenza e a continuare a pubblicare il giornale Dolomiten ed altri periodici. L'intera vicenda è stata ricostruita nel dettaglio, grazie anche a documenti emersi recentemente dagli archivi vaticani, dalla professoressa Assunta Esposito, esperta di storia del giornalismo, che è riuscita, nell'ambito di due saggi dei quali forse in Alto Adige si è parlato troppo poco, a delineare i contorni di una fase storica molto particolare. L'aver evitato di finire direttamente nelle grinfie del fascismo non significa affatto, sia ben chiaro, che  ai redattori dell'Athesia, dagli anni trenta in poi, fosse data licenza di mettere nero su bianco quel che volevano. La censura preventiva, in vigore allora, fu più occhiuta e caparbia che mai nel cancellare dalle pagine del Dolomiten e dei periodici  ogni possibile riferimento sgradito al regime. I sequestri facevano seguito agli interventi censori che lasciavano ampie zone vuote sulle pagine che andavano in stampa. Il giornale era sostanzialmente obbligato a pubblicare solo le "veline" che arrivavano ogni giorno, puntualmente, dal Minculpop. Basta scorrere quelle annate del Dolomiten per capire quanto in profondità arrivasse l'imposizione del regime. Eppure, il semplice fatto che al quotidiano fascista in lingua tedesca se ne affiancasse, in edicola, un altro, che tutti sapevano essere di diversa origine e di ben diverso orientamento, perché questo costituisse un piccolo segnale di resistenza e di indipendenza. Poi, ed è di notevole importanza, c'è anche il fatto che lasciando sostanzialmente integra ed operativa la casa editrice Athesia, con le sue molteplici attività e spazzando via, invece, tutte le altre voci di stampa, Mussolini, sicuramente non volendolo, diede sostanza a un monopolio dell'informazione sudtirolese, anche nei rapporti con le centrali irredentistiche d'oltre Brennero, che viene a realizzarsi e a completarsi proprio nel corso degli anni 30.

Mentre il fascismo accelera, grazie all'industrializzazione di Bolzano, il progetto di italianizzazione dell'Alto Adige e mentre si va a saldare, sia pur tra mille diffidenze e contraddizioni, l'alleanza tra l'Italia mussoliniana e il Terzo Reich di Adolf Hitler, l'Athesia con i suoi prodotti editoriali resta uno degli non molti punti di riferimento dei sudtirolesi. È un dato di fatto che assumono un valore particolare proprio nel momento in cui il destino della minoranza pare compiersi tragicamente nel patto scellerato siglato, nel giugno del 1939 a Berlino,  con il quale vengono previste le opzioni di cittadinanza. Qui emerge la figura dell'uomo che da oltre un ventennio tiene il timone della casa editrice, il Canonico Michael Gamper, e che assume, assieme ad un ristretto gruppo di collaboratori, il compito di fare contropropaganda rispetto a quella nazista,  che chiama con accenti fortissimi i sudtirolesi a migrare nel Terzo Reich. È inevitabile, così, che, con il crollo italiano dell'8 settembre 1943 e l'arrivo in Alto Adige dell'occupante germanico, una delle prime istituzioni a cadere sia proprio l'Athesia. Quello che Mussolini non era arrivato fare in un ventennio, il Gauleiter Franz Hofer lo realizza in pochi minuti con un tratto di penna. Tutti gli organi di stampa, compresi ovviamente anche quelli fascisti, vengono soppressi e sostituiti con un bollettino, stampato a Bressanone, che riporta quasi solo gli avvisi delle autorità.

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Il logo dell'Athesia

Siamo arrivati in questo modo al maggio del 1945, alla fine della guerra e dell'occupazione nazista dell'Alto Adige. È il momento in cui le autorità militari alleate devono riaprire, anche a Bolzano come in tutte le altre città italiane che hanno occupato 1943 in poi, il capitolo dei mezzi di informazione. La prima decisione che prendono è praticamente scontata: quella di restituire alla casa editrice Athesia tutte le proprietà i beni confiscati dai nazisti e la libertà di stampa conculcata per oltre un ventennio dal fascismo. Torna da Firenze, dove aveva dovuto nascondersi per sfuggire alla Gestapo, il Canonico Gamper, tornano gli altri giornalisti e si riprende un discorso interrotto per poco, ma con una costante di fondo. Il Dolomiten resta un punto di riferimento chiave nella vicenda della minoranza sudtirolese e della sua battaglia per ottenere la riunificazione con i fratelli separati da oltre Brennero. Nello stesso momento in cui ridanno vita all'Athesia, le autorità alleate devono decidere anche cosa fare dell'eredità materiale dei due quotidiani di proprietà fascista. In questo caso la decisione è quella di conferire le macchine tipografiche e la sede bolzanina ai partiti del CLN altoatesino. Perfino la carta utilizzata per stampare le prime copie dei giornali postbellici è quella lasciata nei magazzini dall'occupante nazista. I partiti del CLN accettano, e come avrebbero potuto fare diversamente, il grazioso dono e si dispongono a diventare editori. La prima decisione è quella della testata da dare al giornale. La scelta cade sul nome di "Alto Adige", in memoria, si disse allora, del quotidiano di orientamento liberale stampato a Trento sul finire dell'ottocento. È inevitabile però pensare che più che alle glorie del liberalismo Trentino in epoca asburgica, il nome del giornale dovesse essere un preciso riferimento all'italianità che Ettore Tolomei vi aveva racchiuso.

Le "vite parallele" di Dolomiten e Alto Adige si snodano dunque sui sentieri della storia altoatesina a partire da quel maggio del 1945. E' allora che, se vi sono state, dovrebbero essersi intrecciate le "comuni radici" di cui si parla oggi. Può darsi. Certo è che da allora, e per 25 anni almeno, i due quotidiani si sono combattuti aspramente e senza esclusione di colpi in una guerra cartacea che ha avuto come teatro gli sviluppi della questione altoatesina. Non occorrono testimonianze a sostegno di questa tesi. Basta scorrere le annate dei due giornali, dalla ripresa postbellica alla fine degli anni 60, per cogliere, giorno dopo giorno, i segni di una diversità totale di linea politica, sulle questioni di interesse locale, che non di rado si è tramutata in polemica diretta e  in feroci attacchi reciproci.

Il Dolomiten e gli altri periodici di casa Athesia, con in prima fila il Volksbote che diviene ben presto l'organo ufficiale della Suedtiroler Volkspartei, sono al servizio del progetto politico del partito di raccolta sudtirolese, impegnato dapprima nella vana richiesta di un plebiscito per l'autodecisione e poi nella diffidente accettazione di un'autonomia, quella regionale a "trazione trentina", che suscita ben presto diffidenze marcate. E' un ruolo politico di primo piano, senza infingimenti, con il Canonico Gamper a lanciare, nell'ottobre del 1953, con un celebre editoriale, il grido di allarme per la " Todesmarsch" dei sudtirolesi e due esponenti della redazione,Toni Ebner sen. e Friedl Volgger eletti in Parlamento sotto il simbolo della stella alpina.

Sull'altra riva del fiume anche l'Alto Adige, controllato nell'immediato dopoguerra da una società cooperativa formata da politici, giornalisti e tipografi, non tarda a schierarsi  ed a rivendicare apertamente il ruolo di portavoce di una comunità italiana decisa ad opporsi in modo fermo alle richieste che arrivano dal mondo sudtirolese. Quella con il Dolomiten è una battaglia che si svolge anche sul piano della concorrenza diretta. Basti ricordare, nel 1946, la breve avventura del quotidiano in lingua tedesca Bozner Zeitung, promosso dagli stessi editori del giornale in lingua italiana.

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Servilio Cavazzani, per oltre un ventennio proprietario ed editore del quotidiano Alto Adige

Nei mesi e negli anni successivi, mentre la battaglia etnico-politica viene combattuta a suon di corsivi, si definisce progressivamente anche l'assetto proprietario dei due gruppi editoriali. L'Athesia, che mantiene e aumenta progressivamente il carattere di grande impresa editoriale con interessi in vari campi, si pensi in particolare alla pubblicazione di volumi riguardanti la storia, la cultura, le bellezze artistiche e naturali dell'Alto Adige, vede formarsi un nucleo di controllo azionario sempre più forte da parte della famiglia Ebner, che acquisisce progressivamente molte delle quote di partecipazione detenuta in precedenza da un azionariato diffuso. Un processo simile, ma di dimensioni più modeste, interessa anche l'Alto Adige. Uno degli esponenti politici che aveva dato vita al quotidiano, il commerciante di origini trentine Servilio Cavazzani, scopre in sé la vocazione di editore e conquista nel giro di qualche anno la maggioranza di controllo della società editrice. Sotto la guida di Cavazzani, che estende la diffusione del giornale anche a tutto il Trentino, il quotidiano diviene sempre di più interprete del crescente timore del gruppo italiano per le rivendicazioni di nuovi assetti autonomistici che partono dal mondo sudtirolese. I documenti che emergono dopo l'apertura degli archivi dell'Ufficio Zone di Confine, testimoniano tra l'altro come l'editore abbia saputo in quegli anni offrirsi anche quale strumento per una sorta di "contropropaganda" rispetto alle tesi politiche circolanti nel mondo di lingua tedesca.

Sono gli anni del confronto più duro, dello scontro politico ritmato dalle esplosioni degli attentati terroristici. Sono gli anni nei quali è difficile mantenere posizioni di un certo equilibrio, come imparano gli stessi vertici dell'Athesia, che vedono la redazione del giornale finire nel mirino degli investigatori e nel contempo sono sottoposti alle minacce dei terroristi. L'attuale direttore del Dolomiten, Toni Ebner jun., ha ricordato più volte i giorni nei quali doveva andare a scuola con la scorta dei carabinieri.

Lo scontro, come detto, dura pressappoco un quarto di secolo. A metà degli anni 60 l'opposizione dell'Alto Adige e i nuovi assetti autonomistici che vanno, sia pur molto faticosamente maturando, è così totale che la corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, che sta portando avanti la trattativa, sotto la guida di Alcide Berloffa, decide di portare a Bolzano un'edizione locale del quotidiano "Il Giorno" di proprietà dell'Eni, proprio con il compito di far risuonare una voce diversa. In provincia di Bolzano è già presente da anni un'edizione del quotidiano l'Adige, facente riferimento invece alla maggioranza dorotea della Dc di Trento. Per alcuni anni, quindi, la comunità italiana può scegliere tra  ben tre organi di stampa locale nella sua lingua.

A fronte di ciò il monopolio dell'Athesia nel mondo di lingua tedesca è sempre più marcato. Occorrerà attendere il 1980 perché spunti all'orizzonte il primo timido tentativo di incrinarlo con la nascita di un settimanale, l'FF, nella cui proprietà figura un'altra famiglia di grandi tradizioni imprenditoriali altoatesine, quella degli Amonn.

Nel frattempo però diverse cose di un certo interesse sono avvenute nel campo italiano. Con la fine degli anni 70, in coincidenza non casuale con l'approvazione e l'entrata in vigore del secondo statuto di autonomia, è finita anche la grande battaglia etnico-politica dell'Alto Adige. E 9 febbraio del 1973 si spegne Servilio Cavazzani e con la sua morte finisce un'era. Poco dopo il figlio Albino vende le quote di maggioranza della SETA al gruppo Espresso. È il primo di una serie di passaggi di proprietà che porteranno successivamente il giornale ad essere inserito nel gruppo Rizzoli-Corriere della Sera e poi, dopo il tracollo di quest'ultimo a tornare in mano ad una cordata di imprenditori del Trentino Alto Adige. Infine, in anni più recenti, l'acquisizione delle quote di controllo da parte del gruppo Repubblica-L'Espresso che crea, in Italia, una fitta rete di quotidiani locali.

Il resto è storia di oggi. Se l'Alto Adige deve adattarsi, con la perdita di alcune delle sue caratteristiche originali come le pagine in lingua tedesca e ladina, ad un modello predefinito a livello nazionale, l'Athesia accentua progressivamente la propria vocazione ad essere presente in quasi tutti i settori della comunicazione (esclusa forse solamente la piattaforma televisiva) con qualche incursione, tutt'altro che marginale, anche all'esterno di questo perimetro. Alle attività editoriali vere e proprie, giornale, periodici, libri, commercio di cartolibreria, si affiancano investimenti nel settore radiofonico, in quello delle testate online, ma anche nel comparto turistico, in quello immobiliare. Un colosso economico la cui presenza, sostenuta come sempre anche a livello politico, è oggetto costante nel tempo di  furibonde polemiche nel mondo sudtirolese, dove il cosiddetto "monopolio Athesia" viene considerato da molti come un elemento gravemente distorsivo della dialettica politica e culturale.

Il nostro lavoro di scavo attorno alle radici di Athesia e Alto Adige si ferma qui. Dopo un viaggio lungo centotrent'anni siamo tornati ad oggi. Lasciamo al lettore giudicare, a questo punto, se tra i due gruppi, oggi divenuti uno solo, esista veramente quel comune apparato radicale di cui si parla nel famoso comunicato riportato in apertura.

 

 

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Kommentare

Bild des Benutzers Alberto Stenico

Forse le radici dei due quotidiani si sono intrecciate condividendo, ognuno con sue diverse speculari argomentazioni, un giudizio negativo sul Pacchetto. Con conseguenze a carico dei lettori e della opinione pubblica, orientata spesso verso il vicolo cieco dell'incomprensione reciproca tra i gruppi.

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