Wirtschaft | L'intervista

“Siamo al si salvi chi può”

Paolo Torreggiani, titolare della palestra Impuls di Bolzano, sui lavoratori dello sport “oscurati”, i calcoli politici, e il quotidiano esercizio della resilienza.
Paolo Torreggiani
Foto: Paolo Torreggiani

Appare quasi come un cambio di paradigma: in questi tempi pandemici, stando al messaggio consegnato dalle restrizioni anti-covid che si sono susseguite, le palestre sono passate dall’essere considerate luoghi alleati della salute ad ambienti pericolosi per la propagazione del virus. Dopo il lockdown della scorsa primavera, e la riapertura decretata dall’ordinanza del presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher il 25 maggio, il mondo del fitness è di nuovo fermo dal 26 ottobre scorso. L’incertezza sulla durata dello stop pesa al punto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’attività, come racconta Paolo Torreggiani 48enne titolare della Impuls Fitness e FitGirl Studio a Bolzano.


salto.bz: Torreggiani, le palestre e i centri fitness, un settore già pesantemente colpito dal primo lockdown, sono chiusi da 3 mesi, dal 26 ottobre 2020, dopo lo spiraglio estivo. Come si resta a galla?

Paolo Torreggiani: A stento. A marzo sarà un anno dal primo lockdown e il conto è questo: 5 mesi aperti e 7 chiusi che però sono quelli stagionali, ovvero i più redditizi per noi. Nel periodo in cui abbiamo riaperto ci siamo organizzati con una app attraverso la quale i clienti potevano prenotarsi, così da regolamentare gli accessi ma anche per tenere sotto controllo la quantità massima di clienti all’interno della palestra, che avevamo fissato a 40, rispettando i 10 mq di spazio per persona. Ogni nuovo provvedimento sembrava allentare un po’ le restrizioni, dandoci modo di respirare, e infatti a luglio, agosto, settembre e per 3 settimane di ottobre abbiamo lavorato. Poi di nuovo lo stop.

Perdite stimate?

Avremo un calo del fatturato intorno all’80 per cento.

Il fatto che la mia attività venga considerata la più rischiosa in termini di contagi mi porta a domandarmi se certe decisioni vengano prese perché su tutto prevale l’interesse a mandare dei segnali a livello politico

Il danno sarebbe potuto essere minore?

Guardi, quasi tutti noi del mestiere abbiamo locali sopra i 500-600-700 metri quadri, e quindi l’ingresso di 10 persone non rappresenta un problema. Che poi sia quasi più penalizzante tenere aperta una struttura, che ha i suoi costi, per far entrare solo pochissimi clienti, piuttosto che restare chiusi, è un altro argomento. Il fatto però che la mia attività venga considerata la più rischiosa in termini di contagi mi porta a domandarmi se certe decisioni vengano prese perché su tutto prevale l’interesse a mandare dei segnali a livello politico.

Che intende dire?

Non punto il dito contro nessuno ma hanno riaperto parrucchieri e centri estetici che lavorano in spazi più angusti dei nostri… per carità, è chiaro che in quei luoghi le persone non sono sotto sforzo ed emettono meno aria rispetto a chi corre sul tapis roulant ma non è nemmeno giusto mettere sullo stesso piano chi fa questo tipo di attività fisica e chi segue un corso di pilates.
Penso ai commercianti e a chi fra loro, come il settore del turismo o della ristorazione, almeno nei mesi estivi è riuscito a compensare un po’ le perdite.

Voi no?

Quei mesi per noi sono bassa stagione e quindi l’occasione ci è mancata. Avevamo anche cominciato a fare una buona campagna di vendita ma sugli abbonamenti annuali da 600 euro abbiamo incassato solo la prima rata e poi tutto è rimasto sospeso. A giugno abbiamo dovuto emettere i voucher per tutti quelli che ci avevano pagato e non avevano potuto usufruire del loro abbonamento.

L’assessore all’economia Philipp Achammer ci ha prospettato una serie di garanzie, ma restano ancora solo promesse

Poi da mettere in conto ci sono gli investimenti fatti per adeguare le strutture alle misure igienico-sanitarie.

Abbiamo “bruciato” circa100mila euro che avevamo risparmiato. Il nostro obiettivo è non fare debiti ma da qui in avanti diventa dura. Sa cosa sarebbe stato coerente? Fermare non solo noi ma tutta la filiera, anche chi a me affitta l’immobile, congelando pure la sua di attività. Stoppare l’ultimo anello e lasciare tutta la catena in piedi espone me a dei possibili contenziosi legali per non aver pagato affitti che non posso più permettermi di pagare. Nel nostro caso parliamo di 7mila euro al mese per le due strutture. I soldi che avevo finora li ho destinati allo staff. Una ventina di persone lavorano nei miei centri e fra loro ci sono anche collaboratori con partita iva, categoria che è stata praticamente abbandonata e sento il dovere di sostenerli. Io ho anche un altro impiego ma chi finora ha vissuto del lavoro in palestra come farà?

Nello scenario peggiore?

Se continuiamo a stare fermi rischiamo che anche il personale più formato si chieda se valga ancora la pena fare questo mestiere nel prossimo futuro o se non sia forse meglio orientarsi su altro, perché dopo 5, 6, 7 mesi di cassa integrazione i dubbi sorgono. Questo business subirà una inevitabile trasformazione? Qualcuno sta già iniziando a pensare di cambiare lavoro e trovarmi senza professionisti è il danno più grande per la mia impresa. Il tema è: occorre valutare le singole situazioni.

Cioè non chiudere tutte le attività del settore indistintamente.

Ecco. La Provincia dovrebbe controllare e poi dire: “Ok, tu puoi aprire perché hai protocolli stringenti e tu no perché non rispetti le regole”. C’è gente che ha fatto investimenti di migliaia di euro per poter lavorare garantendo la piena sicurezza. Eppure non si fa distinzione fra chi magari fa entrare le persone dalla porta di servizio facendo finta di essere chiuso e chi spende soldi per dotarsi dei protocolli necessari.

 

A quanto ammontano i sostegni economici ricevuti?

Abbiamo avuto 2mila euro dallo Stato a maggio scorso e 7.500 euro dalla Provincia. Nella seconda ondata del virus 4mila euro da Roma e niente dalla Provincia.

Avete cercato il dialogo con i decisori politici?

Sì, un dialogo che poi è sfociato in un incontro con l’assessore all’economia Philipp Achammer, il quale sostanzialmente ci ha prospettato una serie di garanzie, ma restano ancora solo promesse. Prima di tutto ha fatto una distinzione fra società con dipendenti, costi vivi, tasse da pagare ecc. e associazioni sportive dilettantistiche non a scopo di lucro, che si sarebbero dovute rivolgere ad Arno Kompatscher in qualità di assessore allo sport. Una differenza che andava fatta perché sostanziale. Non concepisco del resto molto le lamentele legate alla sostenibilità economica da parte di chi opera senza il fine del lucro. In ogni caso a noi che dello sport abbiamo fatto un business è stato promesso che verremo trattati come le categorie più disagiate, cioè le agenzie di viaggi e i trasporti, per i quali a ottobre è stata emessa una delibera che prevede risarcimenti in base ai costi sostenuti. In sostanza: tu dimostri quanto hai speso e la Provincia ti viene incontro coprendo intorno al 60-70% dei costi che non hai potuto sostenere. Con importi fino a 60-70mila euro. Verba volant, però. Perché ci è stato anche detto che di liquidità al momento non ce n’è, e bisogna aspettare i capitoli di spesa che verrano messi a budget a marzo-aprile, e dunque i ristori probabilmente non arriveranno prima di maggio prossimo. Questo è lo stato dell’arte.

Una lettera di protesta indirizzata alla Provincia e sottoscritta da 10mila persone non verrebbe liquidita tanto in fretta, 10mila voti vengono presi in considerazione

Pagate il fatto di non avere alle spalle una lobby? Non c’era nell’aria una probabile intesa con l’Unione commercio altoatesina (hds)?

Il punto è che siamo disgregati, le associazioni sportive dilettantistiche sono attaccate alla Federazione, le società invece, che afferiscono al commercio, non hanno di fatto una rappresentanza all’interno delle varie categorie. Si è parlato di entrare in hds ma siamo una classe che conta poco, in termini di peso politico, anche se muoviamo tantissime persone, e questo potrebbe essere un vantaggio.

In che senso?

Abbiamo fatto due conti e come società collettivamente abbiamo 30-40mila clienti, un bacino di persone non indifferente. Che chiede di poter fare attività fisica in sicurezza, e che sta male perché non la fa, e di questo andrebbe tenuto conto. Se noi avessimo, ad esempio, una petizione firmata dai nostri iscritti la musica cambierebbe. Una lettera di protesta indirizzata alla Provincia e sottoscritta da 10mila persone non verrebbe liquidita tanto in fretta, 10mila voti vengono presi in considerazione. Dovremmo fare un salto di qualità come categoria e organizzarci meglio.

E i clienti cosa dicono?

Continuano a scriverci. Quando è stato ufficializzato il one-to-one, l’allenamento personalizzato, speravamo, anche abbassando il costo del personal trainer, di far girare di nuovo la macchina e dare la possibilità ai nostri iscritti di tornare a muoversi un po’. Questa classificazione dell’Alto Adige a zona rossa, però, ci ha spedito ancora una volta nel limbo della totale e costante incertezza.

Forse ci vede lungo chi chiude per riaprire un domani in altre strutture, al posto di questo tira e molla che alla fine potrebbe rovinarci

Non vi siete “arrangiati” online, con le palestre virtuali, per ammortizzare?

Durante la prima ondata, diversa da questa perché allora eravamo tutti costretti a casa sì, ci siamo attivati con circa 20 ore di corsi settimanali online, ma devo essere onesto: si tratta di un core business completamente differente, e non si improvvisa, va fatto in maniera professionale. Dico questo nonostante ci sia stata una grande partecipazione da parte dei nostri clienti che volevano rimanere in contatto con noi. Mi sono reso conto però che ci sono catene multinazionali a livello mondiale che propongono dei format ultraprofessionali a costi irrisori e io non potrei mai competere.

Teme che chi frequentava le vostre strutture non tornerà più nel post-lockdown? Cambieranno le abitudini degli utenti?

La penso così: se non frequenti una settimana hai voglia di tornare, se non vai per due ti manca ancora di più, se non vai per tre cominci a vederti brutto, e se non vai per un mese inizi a non avere più il coraggio di tornare. Subentra la svogliatezza e ci si chiude nel proprio mondo invece di stare in mezzo agli altri, e così anche la socialità ne risente.

Varrà la pena riaprire?

Da imprenditore ci proverò fino all’ultimo, qui siamo al si salvi chi può. Certo alcune voci non aiutano, fra chi dice che il 2021 sarà totalmente compromesso dal Covid-19 e chi dice che se arriva la variante brasiliana si allunga tutto al 2022. Forse ci vede lungo chi chiude per riaprire un domani in altre strutture, al posto di questo tira e molla che alla fine potrebbe rovinarci.