Alberto Arbasino
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Salto Afternoon

Venerato Arbasinho

Si è spento a novant'anni Alberto Arbasino, il più anticonformista dei nostri classici.
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Gabriele Di Luca24.03.2020
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“Come era nella sua natura, sofisticata e rap, elegante e camp, funambolica e imprendibile, Arbasino è salutato da tutti come un grande, dai lettori comuni sui social, dai suoi colleghi scrittori e dalle istituzioni”, viene ricordato così, da Repubblica, quotidiano che ha ospitato per anni i suoi lunghi articoli nelle pagine di cultura (cultura nel senso più ampio del termine, perché tracimante in ogni ambito della società che lui osservava con l'acume e il garbo del Dandy che conosce il mondo). Alberto Arbasino è deceduto ieri, all'età di novant'anni, in modo sereno, secondo la testimonianza dei familiari.   

Ad Arbasino è riuscito il passaggio diretto dallo status di bella promessa a quello di venerato maestro

Ma chi era Arbasino? Perché la sua perdita (certo non improvvisa e innaturale) apre un vuoto – difficilmente colmabile – in quel repertorio che, detto così, potrebbe evocare immagini impolverate e un poco ammuffite: le patrie lettere? Uno dei migliori ritratti dello scrittore lombardo (era nato a Voghera il 22 gennaio del 1920) lo si può leggere nel libro di Edmondo Berselli, Venerati maestri (Mondadori 2006). All'inizio del capitolo che lo riguarda (Dev'essere stato Alberto Arbasino, pp. 55-64), Berselli ricorda il noto motto, di conio arbasiniano, per l'appunto, che ritrae “il paradigma fondamentale che impronta e regola la società culturale, cinematografica, teatrale, filosofica e, insomma, generale e totale della nostra scena pubblica”:

In Italia c'è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “bella promessa” a quella di “solito stronzo”. Soltanto a pochi fortunati l'età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro”.

Arbasino, questa la tesi, costituisce una rara eccezione in questo tristo divenire. Di più. Secondo Berselli, che argomenta in modo assai brillante, ad Arbasinho (lo chiama così, come fosse un imprendibile Garrincha della penna, anzi della macchina da scrivere elettrica) è addirittura riuscito il miracolo di evitare la transustanziazione fatale (da “bella promessa” a “solito stronzo”) mantenendo fino alla fine il carattere giovanile di una promessa che resta tale anche incarnandosi nell'effige canuta, e sempre elegantissima, del vecchio saggio: “Si sa che il Maestro di Voghera ha tentato un'operazione mai riuscita a nessuno, un salto triplo, o meglio quel transito di stato fisico che in chimica si chiama sublimazione, le cose solide che diventano gassose: ossia il passaggio diretto dallo status di bella promessa a quello di venerato maestro. Ancora adesso la critica e il pubblico sono incerti se l'operazione, prodigiosa, sia davvero riuscita. Perché può darsi che Arbasino sia riuscito ad evitare l'onta dell'etichetta, che dico, dello sciamanno, che contrassegna per decenni il solito stronzo: ma per riuscirci è stato costretto a prolungare a dismisura la condizione di bella promessa, facendo il giovane per una lunghissima eternità”. Una prova alchemica decisamente singolare, quindi, della quale il lettore volenteroso potrebbe verificare la tenuta rileggendosi (perdonate l'abietto understatement) qualche pagina delle sue opere più note: Fratelli d'Italia, La bella di Lodi, Le piccole vacanze, Paesaggi italiani con zombi (che poi sono i libri che ho letto io, certo un'inezia nel grande mare della sua produzione).

Perché restare per sempre nella cripta degli intelligenti, degli eccentrici, dei marginali?

Dobbiamo però approfondire, almeno il minimo che ci consente l'arduo compito. Un'altra domanda che potremmo porci, allora, è questa: perché, nelle avventure e spesso disavventure della “coscienza collettiva”, non solo “letteraria”, ad Arbasino non è toccata la sorte di diventare veramente famoso? Qui dobbiamo capire che è soprattutto una questione di tempi, anzi d'intervalli, fatta la tara allo snobismo innegabile (che non piace mai al popolo). Ancora Berselli: “Perché restare per sempre nella cripta degli intelligenti, degli eccentrici, dei marginali? Perché qualche volta a Citati tocca la soddisfazione della prima pagina e a lui mai? Ve lo dico io, perché: perché quando era il tempo di Scrittori e popolo, Asor Rosé e la sinistra egemonica e infallibile avevano un'altra idea della letteratura; quando è arrivato il disincanto, e in teoria più disincantato del Maestro non c'era nessuno, sono esplose le galassie popolari di Alberoni e Eco; e infine il pubblico è diventato così ignorante, ma così ignorante, che le fertili invenzioni stilistiche, i bon mot, gli ammicchi, le citazioni, l'attrezzeria di Arbasino risultano largamente incomprensibili non solo al popolo ma anche a certi scrittori”. Non si potrebbe dirlo meglio.

 

(Metto qui un ricordo, a conferma di quanto dice Berselli. Mi rivedo, arrivato con larghissimo anticipo, seduto da solo in un'aula dell'università di Bologna. Trent'anni fa. Sfoglio “Repubblica”. Un pezzo di Arbasino copre due intere facciate, parla di spettacoli a Londra, a Parigi, a Roma, di traversate in piroscafo, di serate con personaggi importanti e assolutamente ignorati (da me), con una lingua che scarta in ogni momento di lato, miscelando alto e basso, sacro e profano, un tritacarne senza apparente coerenza, un rap, come lo chiamava lui, che affascina proprio per la sua incomprensibile distanza da tutto ciò che si poteva trovare nel resto del giornale).

 

Forse l'autore che assomiglia di più ad Arbasino, dopo tutto, o prima di tutto, è ancora lui, Carlo Emilio Gadda, al quale il nostro dedicò una brillante, e direi inevitabile, monografia (L'ingegnere in blu, Adelphi), annoverandosi (implicitamente?) tra i suoi “nipotini”. A lui l'autore dell'Adalgisa e della Cognizione del dolore non avrebbe disdegnato di offrire caramelle che non si trovano più, su vassoi che non si usano più, per ricordare cose che non ci sono più (Gianni Brera, altro nipotino di Gadda, chiamava Arbasino “il mio Proust al flipper”). Chiudiamo allora con una citazione, una delle sue, fulminanti, migliore di quasiasi epitaffio carico di inutile retorica: “Quando eravamo sentimentali e soft, di fronte alle grandi masse inconsce e amorfe si diceva volentieri: un gregge di pecorelle eterodirette. La nostra speranza. I giovani. E mo?”. La terra ti sia lieve, venerato Arbasinho.

 

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