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Avvenne domani

Pietra su pietra

L’8 aprile del 1950 fu riaperto al culto il Duomo di Bolzano.
Kolumne von
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Maurizio Ferrandi29.03.2020
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Settant’anni orsono, nel 1950, la Pasqua cadde il 9 aprile. Il giorno precedente, sabato santo, il Duomo di Bolzano fu solennemente riaperto al culto dopo sette anni di chiusura.

Il rito sacro avvenne al termine di una processione che si snodò per le vie di una città che stava lentamente rimarginando le ferite della guerra. La riapertura del Duomo fu un passaggio di grande valore materiale e simbolico su questa faticosa strada. Il lungo corteo, raccontano le cronache fu aperto da gruppi di bambini, seguiti dagli uomini, quindi il baldacchino con il Santissimo Sacramento. Seguirono i sacerdoti della diocesi con i paramenti sacri e il corteo delle donne. L’entrata nella cattedrale fu accolta con l’esecuzione dell’Alleluja di Haendel. Il coro del Duomo intonava il Te Deum.

Fu una cerimonia che segnò un passo importante, nella vita della città e di tutto l’Alto Adige, un momento significativo anche per coloro che non si riconoscevano nel messaggio religioso. Il Duomo era stato distrutto dalle bombe sganciate dagli aerei alleati ancora nel dicembre del 1943. L’inferno dei bombardamenti, per Bolzano come per tutte le altre località collocate sulla linea strategica del Brennero, era iniziato qualche mese prima, in coincidenza quasi perfetta con i tragici avvenimenti che avevano portato all’armistizio dell’Italia con gli alleati, all’occupazione di quasi tutta la penisola da parte delle truppe naziste, alla creazione, nelle province di Bolzano, Trento e Belluno, di quella Zona di occupazione delle Prealpi che era divenuta di fatto un territorio occupato, militarmente e politicamente, dal Terzo Reich.

L’illusione che Bolzano potesse continuare ad essere direttamente risparmiata dagli orrori della guerra, come era avvenuto dal giugno del 1940 in poi, era svanita rapidamente. Mancavano cinque minuti al mezzodì del 2 settembre 1943 quando gli aerei inglesi lasciarono cadere le prime bombe. Allora, come del resto in seguito, l’obiettivo fondamentale era costituito dalla linea ferroviaria, dallo scalo merci, dal ponte ferroviario sull’Isarco. Per gli alleati era vitale rallentare il più possibile il traffico lungo una ferrovia, quella del Brennero, che rappresentava la vena giugulare attraverso la quale le truppe tedesche venivano rifornite dalla Germania e che, in direzione contraria, serviva a trasportare nel Reich le materie prime e i prodotti prelevati in Italia.

Dopo quel primo bombardamento passò quasi un mese senza che vi fossero altre incursioni. Il 25 settembre, quando ormai l’occupazione nazista si era assolutamente consolidata gli aerei alleati tornarono e i bombardamenti si ripeterono anche nei giorni successivi. La serie di incursioni più pesanti, però, furono quelle attuate nei mesi di novembre e dicembre. Se all’inizio i danni erano stati concentrati nelle zone immediatamente vicine alla linea ferroviaria, in seguito le bombe caddero su porzioni sempre più vaste della città e, non di rado, sulle montagne della conca bolzanina devastando e uccidendo anche laddove parecchi cittadini si erano rifugiati pensando erroneamente di essere al sicuro. Il 10 novembre 1943 le bombe caddero come al solito verso la fine della mattinata e gli apparecchi alleati arrivarono in due ondate, verso le undici e poco dopo mezzogiorno. Questa volta per la cattedrale gotica che rappresenta un po’ il simbolo di Bolzano non vi fu scampo. Le bombe distrussero completamente la copertura e penetrarono all’interno della chiesa distruggendo quanto vi si trovava.

I bombardamenti si sarebbero protratti sin quasi al termine del conflitto. La linea ferroviaria del Brennero continuò ad essere un obiettivo strategico di enorme importanza fino agli ultimi giorni di combattimento. Quando fu siglato l’armistizio Bolzano era, soprattutto nella parte riguardante il centro storico, un’immensa distesa di macerie. Più di 300 le case completamente distrutte e più di 500 quelle più o meno gravemente danneggiate. Centinaia i morti. In una città ridotta allo stremo per la miseria e per la fame iniziava il duro lavoro della ricostruzione. Nello sgomberare le macerie del Duomo distrutto fu posta ogni attenzione a recuperare tutto ciò che era possibile e che venne riutilizzato quando, mattone dopo mattone, le mura furono innalzate di nuovo e il tetto spiovente tornò a coprire la chiesa principale della città. Attorno al Duomo rimasero per moltissimo tempo gli spazi vuoti che solo negli ultimi decenni sono stati man mano riempiti di nuovi edifici. Oggi solo le poche fotografie scattate all’epoca restano a ricordare la distruzione di un tempo e la volontà di chi sopravvisse di ricostruire la propria casa la propria città.

Qualunque riferimento a ciò che stiamo vivendo in queste settimane non è affatto casuale.

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Kommentare

Bild des Benutzers Paolo Gelmo
Paolo Gelmo 29.03.2020, 11:19

Grazie, Ferrandi.

Bild des Benutzers Massimo Mollica
Massimo Mollica 29.03.2020, 19:32

Una breve lettura di speranza che permette di distrarsi e non pensare ai virus.

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