Diego Armando Maradona
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il ricordo

Come gli volevamo bene

Mi sono sempre chiesto come avrei reagito quando questo momento sarebbe arrivato. D’altronde mi rassegno: non poteva essere che questo l’anno in cui Diego se ne andava.
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Fabrizio Pensa26.11.2020
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Da quando arrivò a Napoli, il 5 luglio 1984, Diego è entrato nelle vite di tutti noi napoletani, per sempre.

E non ne esce certo oggi.

Su di Lui è stato scritto veramente tutto, sul campione, sull’uomo, sul padre, sul cocainomane, sull’alcolizzato, sul grassone, sull’evasore fiscale, sull’amico di Fidel, sul Dio del calcio.

Io voglio solo raccontare quello che Diego ha significato per me, un ragazzo napoletano che amava il calcio e che nel 1984 aveva 5 anni.

Diego Armando Maradona
Diego Armando Maradona conquista la Coppa UEFA con il Napoli nel 1989 (foto: wikimedia.org)

 

Appena ho avuto il dono della ragione mi sono reso conto, anche guardando gli occhi e ascoltando le esclamazioni di mio padre, di tutti gli adulti che avevo intorno, che Maradona era qualcosa di bello. Poi, crescendo, sono stato velocemente rapito da una vera e propria magia. Improvvisamente tutto era meraviglioso, le partite allo stadio, il numero 10 sull’azzurro della maglia “Buitoni”, i capelli neri e ricci, i cori allo stadio, l’estasi collettiva di decine di migliaia di persone, la gioia di condividere con mio padre, mio fratello, i miei amici la vera e propria goduria che le sue giocate ci provocavano. E poi le fotografie di Diego che papà ci portava, le radiocronache, gli album delle figurine dove l’unica che contava era la Sua, i commenti di Luigi Necco a 90° minuto (“Milan chiama, Maradona risponde” o, dopo una vittoria contro il Parma, “Clamoroso: il parmigiano sotto e il pomodoro sopra”).

Per me gli anni ’80 sono stati, soprattutto, questo.

Ogni giorno della vita, almeno di quei sette anni di vita in cui Lui viveva nella mia stessa città, peraltro a poche decine di metri da casa mia, era in qualche modo scandito dalla sua presenza. Non c’era – letteralmente – partita di calcetto con gli amici in cui non venisse invocato il suo nome, in cui non vi fossero tentativi, teneri e imbarazzanti, di imitare le sue prodezze, in cui almeno otto bambini su dieci non indossassero la sua maglia o una maglia con un numero 10 scritto con il pennarello sulla schiena.

Abitavo vicino casa sua, eppure in quegli anni non l’ho mai incontrato. Tranne una volta. Era una mattina di una giornata soleggiata, e mia madre mi stava accompagnando alla scuola elementare. La nostra macchina incrociò quello che credo fosse una specie di Maggiolino. Dentro c’era Diego. Io dovetti spalancare bocca e occhi, perché lui, quando mi vide, rise, e mi fece l’occhiolino. Io non sapevo farlo, e quindi mi chiusi un occhio con la mano. Quell’attimo mi è rimasto impresso come nessun altro, eppure avevo solo 6 anni. Gioia allo stato puro.

Diego Armando Maradona
Tribunetta votiva nei vicoli di Napoli a Maradona (foto: commons.wikimedia.org)

 

Non voglio parlare di come Maradona abbia rappresentato molto anche da un punto di vista politico-sociale. Credo solo in parte, infatti, al simbolo del riscatto per Napoli e per i napoletani, del suo essersi schierato politicamente dalla parte dei più deboli. Però credo sinceramente che noi napoletani abbiamo avuto una fortuna che nessun altro ha avuto, le vite di quelli tra noi che amavano il calcio sono state irradiate dalla bellezza di quello che faceva nel campo, durante le partite, durante gli allenamenti.

E poi, questo sì che è vero, Lui è rimasto lui, sempre, nel bene e nel male. Ha giocato con il Boca, e non con il River, con il Napoli e non con la Juventus. Lì non ci volle andare.

Sette anni irripetibili. E poi, dal 1991 in poi, l’entusiasmo che lascia piano piano il passo alla rabbia, alla delusione, al declino, poi alla nostalgia e alla malinconia. Guardando le gesta del nuovo Napoli, e guardando le gesta della Sua vita.

Ognuno di noi da anni si crogiola e si coccola, ogni tanto, guardando e riguardando l’azione del gol contro l’Inghilterra nel 1986, la punizione a due in area contro la Juventus, le decine di magie che ci ha regalato. A qualcuno, ogni tanto, scende anche una imbarazzante lacrima. Ognuno ha il suo gol o la sua immagine preferita stampati nella mente.

E’ solo questo che io voglio ricordare di Diego Armando Maradona, non tutto il resto della sua vita. E’ sempre stato così, mi sentivo un po’ a disagio guardandolo in televisione negli ultimi venti anni. E da oggi più che mai io voglio guardarlo solo con un pallone tra i piedi, con una maglietta qualsiasi.

Mi sono sempre chiesto, fin da piccolo, come avrei reagito quando questo momento sarebbe arrivato. A volte, per la verità, non credevo nemmeno che sarebbe mai potuto arrivare. E invece è arrivato. E la tristezza non ha colpito solo me ma anche tutti quelli che il calcio non lo hanno mai neanche seguito. Perfino mia madre.

D’altronde mi rassegno: non poteva essere che questo l’anno in cui Diego se ne andava.

 

Fabrizio Pensa è napoletano doc e assiduo frequentatore dell’Alto Adige da quando era ragazzo e villeggiava a San Vigilio di Marebbe (St. Vigil in Enneberg).

Fabrizio Pensa
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Kommentare

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Dietmar Holzner 26.11.2020, 23:52

Chi più di un napoletano avrebbe il diritto di scrivere il necrologio per Diego Maradona?

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Hannes Obermair 27.11.2020, 08:35

Non omnis moriatur. Exegit monumentum aere perennius.

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