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Sinistra

Giornalismo e strabismo politico

Il dibattito sui recenti sviluppi nel panorama della Sinistra italiana è costellato da interventi singolari e stravaganti. Ecco un esempio.
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Nel suo articolo “Duri e puri” del 23.11.2017 Gerhard Mumelter prende posizione sul tentativo di diverse personalità della Sinistra italiana di dar vita a una forza politica unitaria che si collochi alla sinistra del PD. Accanto ad alcune considerazioni condivisibili, l’autore dell’articolo snocciola una sequenza di giudizi grossolani che meritano una risposta.

Mumelter mette giustamente in evidenza l’assoluta frammentazione delle varie anime della Sinistra cosiddetta radicale che negli ultimi anni hanno portato alla nascita di numerose formazioni dal peso elettorale risibile e del tutto inadeguate a creare un’alternativa credibile al PD. Altrettanto innegabile è la constatazione che a pochi mesi dallo scioglimento delle Camere non si vedono in quell’area né un programma politico organico, né un partito strutturato, né un leader riconosciuto che possano presentare agli elettori una prospettiva politica all’altezza della scadenza elettorale che ci attende nella primavera dell’anno prossimo.

Appare al contrario totalmente inaccettabile il commento di Mumelter sulle battaglie in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, definito “feticcio ideologico per eccellenza degli anni Settanta”. Fino al 2015 l’articolo 18 garantiva il sacrosanto diritto al reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa e non a caso la sua abrogazione, questa sì tutta ideologica, è stata il cavallo di battaglia delle destre più becere a partire dal 1994, anno dell’entrata in politica di Berlusconi che Mumelter ricorderà con profonda commozione. Che con il Jobs Act il PD renziano sia riuscito laddove Berlusconi fallì nel 2002 è un’onta indelebile di cui il suo attuale segretario porta per intero la responsabilità.

Mumelter si indigna altresì per il ritorno in scena di Massimo D’Alema, sorvolando con eleganza ineffabile sul fatto che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi si erano impegnati solennemente a ritirarsi dalla politica qualora il referendum sulla peggior riforma costituzionale della storia d’Italia, scaturita dal patto del Nazareno siglato dallo stesso Renzi con l’allora già condannato in via definitiva per frode fiscale Silvio Berlusconi, fosse fallito.

Fa specie inoltre che si tessano le lodi di CISL e UIL per la loro linea accomodante nella trattativa col Governo sulle pensioni, come se la CGIL fosse un sindacato anarco-insurrezionalista. Ma anche questo è un segno dei tempi: quando il liberismo più estremo diventa ideologia dominante e persuasiva, anche i più timidi tentativi di difendere diritti conquistati in decenni di dure lotte sociali, anche le più blande rivendicazioni di istanze redistributive proprie di qualsiasi partito o sindacato o movimento anche solo vagamente ispirato ai principi della socialdemocrazia, appaiono come moti sovversivi di un manipolo di bolscevichi.

È poi alquanto bizzarra la tesi secondo cui il tentativo di creare un’alternativa di sinistra al PD si ridurrebbe a una “lotta ideologica basata su rancori personali e sull’odio comune contro Matteo Renzi”. Poiché i manuali di dottrine politiche non riportano il rancore personale tra le categorie di alcuna ideologia politica nota, è lecito supporre che l’autore dell’articolo confonda la Sinistra con il suo rancore personale verso la stessa.

Quando Mumelter evoca infine l’autorevolezza degli appelli all’unità di Prodi e Veltroni, giovani emergenti della politica italiana e protagonisti di successi travolgenti contro il berlusconismo, non si sa davvero se ridere o piangere. Chissà se al carnevale da lui evocato compariranno travestiti da statisti.

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