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Avvenne domani

A scuola, ben distanziati.

Quando era il sesso a far paura
Kolumne von
Bild des Benutzers Maurizio Ferrandi
Maurizio Ferrandi29.08.2020
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Dopo sei mesi di chiusura quasi totale, tra qualche giorno, in Alto Adige con una settimana d’anticipo rispetto al resto del paese, riapriranno, si spera, le scuole. Ricominciare a far lezione, ai tempi della pandemia, rappresenta un’impresa sulla quale, sono in parecchi a rendersene conto, potrebbe frantumarsi persino la non solidissima alleanza politica che regge l’Italia. Non è casuale quindi che il tema occupi ormai da giorni pagine intere sui giornali nazionali e locali ed ampi spazi nei palinsesti televisivi e sui social media. Le parole che si rincorrono, in una catena a volte persino ingarbugliata, sono sempre quelle: distanziamento, mascherine, banchi mobili, scaglionamento delle entrate.

Parole che, rimbalzano quasi inevitabilmente anche in un angolo della memoria, rievocando anni lontani, nei quali in alcune scuole, a Bolzano, erano in uso metodi didattici che assomigliano, e non di poco, a quelli che ora, con ben altre motivazioni, si pensa di adottare.

Parliamo, e bene metterlo subito in chiaro, nei primissimi anni 60, e, per non incorrere in strafalcioni, di un complesso di scuole ben definito, quelle che frequentavo giovanissimo scolaro, e che comprendevano la scuola elementare Manlio Longon e, più tardi, la media Archimede. Quel grande edificio, tanto per capirci, che oggi, abbandonato ormai da parecchi anni, attende inutilmente un’opera di completo rifacimento che non si attua solo perché, in questa Italia, il diritto tutela molto di più l’interesse e il profitto di un’azienda privata che quello più generale di una città che aspetta ormai da troppo tempo una nuova sede per le sue biblioteche. A quel luogo e a quei tempi mi riferisco, dunque, nel riportare alla memoria qualche curiosa analogia col nostro presente che si presenta denso di incognite.

Ben distanziati.

Era un esser distanti molto particolare quello che ci venne imposto come obbligo imprescindibile per poter accedere al tempio dell’istruzione elementare. Non era, ad essere importante, la distanza tra noi maschietti che anzi eravamo ammassati in una trentina in un’aula pensata per contenerne venti o poco più. Era invece fondamentale che non avessimo nessun contatto, nemmeno da lontano, con le femminucce. Era un imperativo categorico per le autorità scolastiche di allora. Quasi, verrebbe da dire, una forma ossessiva. Non bastava che le classi fossero formate solo da maschi o da femmine. Eravamo separati nettamente anche nei vari piani della scuola in modo da evitare incontri casuali nei corridoi. Entravamo, ed ecco un altro richiamo alle misure che si pensano adesso di adottare, ad orari sfasati e da entrate diverse.

Non era evidentemente il timore di un contagio virale quello che ispirava una simile politica di totale separazione di genere. Era una visione morale che vedeva peccato mortale in ogni forma di contatto, anche se tra bambinetti di sei o sette anni.

La cosa ci veniva illustrata in termini di divieto assoluto. Potevamo scamparla se ci fossimo azzuffati fra di noi (e lo facevamo) o se ci trovavano a giocare con le famose figurine dei calciatori in un bagno (facevamo anche questo), ma il castigo, se fossimo stati colti nell’area riservata a quelle bambine con il grembiule bianco il fiocco rosa che intravvedevamo da lontano, qualche volta, e che poi, senza nessun problema, ridiventavano le nostre compagne di giochi in cortile ai giardinetti, sarebbe stato a dir poco spaventoso.

Non capivamo ma non ci ponevamo, devo dire, neppure troppe domande. Accettavamo la situazione come un dato di fatto, così come sopportavamo senza protestare ben altri disagi.

Sperimentavamo allora un metodo di organizzazione della didattica che viene evocato anch’esso, nell’ora presente, come uno dei mezzi possibili per affrontare l’emergenza: i doppi turni.

Erano anni, quelli, nei quali la città di Bolzano si trovò ad affrontare un enorme crescita demografica con le stesse strutture scolastiche ereditate dalla vecchia città austroungarica e dalla forte espansione urbanistica voluta dal fascismo. Solo che quelle, sommate assieme, facevano una cittadina di 70.000 abitanti o poco più, mentre invece, nel secondo dopoguerra, la città superò largamente il traguardo dei centomila. Una popolazione in buona parte giovane che diede luogo a quello che poi è passato alla storia come il cosiddetto “baby boom”. Noi eravamo in tanti e le scuole erano sempre le stesse.

Il risultato fu che la stessa aula doveva essere utilizzata ai limiti estremi delle possibilità. Chi ha frequentato in quegli anni il sistema lo ricorda benissimo, ma per gli immemori o i più giovani  vale la pena di accennarne le caratteristiche fondamentali. Andavamo a scuola per tre giorni alla settimana al mattino e per altri tre al pomeriggio. Il sabato libero e il fine settimana erano merce assolutamente sconosciuta. Il turno più ambito, anche dalle famiglie, era quello che imponeva le lezioni pomeridiane al martedì, mercoledì e giovedì, riservando invece il venerdì il sabato e lunedì a quelle mattutine. Così almeno il sabato pomeriggio era salvo. Non ricordo assolutamente come un piacere, comunque, quello di dover passare le mattinate a casa, a fare i compiti o ad accompagnare mia madre a fare la spesa, per poi prendere la strada della scuola nel primo pomeriggio mentre i compagni che avevano già finito potevano comunque sperare in qualche ora di svago. Da ottobre a marzo si usciva da scuola col buio pesto. Va detto peraltro che gli sfortunatissimi gli scolari delle Longon che si trovavano a far lezione nelle aule del seminterrato erano abituati a usare la luce artificiale anche nelle luminose mattinate di maggio.

Se poi capitava di passare coi genitori davanti alla scuola nelle ore serali, bastava alzare lo sguardo per constatare che la propria aula era occupata da un terzo turno. Dietro le finestre illuminate c’erano le sagome degli adulti, che si sfinivano sui libri dopo una giornata di lavoro, nel faticoso tentativo di conquistare la cosiddetta licenza elementare e di recuperare così il tempo perso per le vicende di una guerra e di un dopoguerra che non sembrava mai finire.

Era la nostra scuola e non immaginavamo nemmeno che ce ne fosse un’altra, possibile. Dell’implacabile distanziamento di genere non ci domandavamo, bambini come eravamo, neppure una ragione. La cosa proseguì, con eguale se non superiore accanimento, anche quando andammo alle medie che erano ospitate nello stesso edificio. Qui però, grazie alla consulenza messa volonterosamente a disposizione da alcuni compagni più grandicelli o semplicemente più smaliziati, qualche idea in proposito iniziammo a farcela, con il supporto più visivo che testuale di alcuni giornaletti che giravano sotto i banchi. Ma il tempo passava in fretta e arrivammo a quella che allora era la fine della scuola dell’obbligo. Per quelli che affrontarono l’impegno di una scuola superiore le barriere caddero all’improvviso e ci ritrovammo seduti accanto a quelle compagne da cui eravamo stati tenuti per lungo tempo separati. Ma era un mondo che cambiava molto velocemente. Il 68 era alle porte e avrebbe travolto anche quel mondo antico e assurdo che avevamo attraversato.

Oggi, dicono, c’è il virus che cambia tutto.

Non è per sminuire l’incubo presente, ma anche allora, ricordo, qualche piccolo problemino ce l’avevamo. Avevamo davanti, e io l’avevo anche per amico, qualcuno che quando era piccolo aveva incrociato la sua esistenza con quella di una malattia dal nome tanto dolce da risultare stucchevole ma feroce come poche altre. Poliomielite. Portava con dignità il peso di una gamba morta che si trascinava dietro quando camminava che restava abbandonata quando pestava con furia, con l’altra, il pedale della bicicletta. Appartengo la generazione che ha visto genitori vivere l’incubo ogni volta che ci saliva la febbre. Sospetto che la decisione dei miei genitori di non mandarmi all’asilo fosse dovuta proprio al tentativo di evitarmi ogni possibile contatto con quell’affezione maledetta che ti cambiava la vita in una notte. Quando eravamo già alle elementari arrivarono i vaccini di Salk e Sabin e fu un sospiro di sollievo generale. Non ricordo nessuno, allora, che avesse alzato le barricate. C’erano le campagne antitubercolari, con le vaccinazioni in classe, i richiami, i francobolli colorati da incollare su un quadernetto. C’erano i manifesti appesi nell’atrio e nei corridoi, alternati a quelli che ci mettevano in guardia da raccogliere per terra residuati bellici. Facevamo tutte le vaccinazioni che via via venivano proposte. Ad onta di tutto ci ammalammo gloriosamente di tutto quel che ci passava a tiro: morbillo, varicella, pertosse e poi, esaurita la fantasia, di malattie contraddistinte da un numero. Arrivò l’asiatica e mezzo mondo si mise a letto con l’influenza. Morirono in parecchi e molti altri stentarono a riprendersi. Nel 1970, alla vigilia dei Mondiali di sci della Val Gardena intere scuole furono chiuse in Alto Adige perché la maggioranza degli studenti e degli insegnanti era a letto con la febbre alta. Sembrò perfino che la manifestazione dovesse essere rinviata, ma poi l’ondata passò.

Vaiolo, difterite, crup. Parole che, assieme alla terribile poliomielite, avevamo consegnato per sempre ai dizionari storici di medicina. E adesso siamo qui ad incrociare le dita e a sperare nell’efficacia di un banco a rotelle.

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