Emanuele Severino
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In morte di Severino

Contro le filosofie dell’essere

Se “tutto è necessario”, cosa resta alle persone se non arrendersi? Una voce diversa tra le tante che celebrano il “maestro dell'essere”.
Kolumne von
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Lucio Giudiceandrea31.01.2020
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Ho studiato filosofia, ma la mia vita professionale mi ha portato lontano dalle speculazioni teoriche su questo o quell'indirizzo di pensiero. Nondimeno, ho le mie convinzioni sul ruolo della filosofia. Che a mio parere e in due parole è quello di servirci a capire e agire.

Emanuele Severino, ampiamente ricordato in questi giorni, l'ho seguito poco. Confesso, limite mio, che in molti passaggi lo trovo oscuro e dopo poche righe perdo il filo dei suoi ragionamenti. Però il nucleo forte del suo pensiero è chiaro. Lo formulò infatti Parmenide (vissuto tra il VI e il V secolo avanti Cristo a Elea, sulla costa a sud di Salerno), pensatore greco al quale Severino esplicitamente si richiama: “L'essere è, il non essere non è”. La sentenza continua a tenere banco da allora e significa molte cose: un essere (anzi, un Essere) pervade tutto, immutabile, immobile, continuo, eterno in se stesso. Una delle conseguenze di questo pensiero è che il divenire delle cose e finanche il movimento sono apparenze ingannevoli. Parmenide fa l'esempio della luna, che appare a volte piena, a volte mezza, a volte una falce sottile, pur restando sempre lo stesso corpo. Severino dice che quando vediamo un pezzo di carta bruciare, le forme che esso via via assume entrano ed escono dal “cerchio dell'apparire”. Ma il fatto che non le vediamo più non comporta che esse non siano più; al contrario, dice il filosofo: “ogni essente è eterno”.

Le filosofie dell'Essere non mi hanno mai convinto. Trovo sensata l'obiezione che questo fare del verbo “essere” il sostantivo “l'essere” è un'operazione arbitraria e in definitiva esclusivamente linguistica: l'inglese, ad esempio, sostantiva molti verbi, ma non il verbo “essere” (non esiste “the to be”, semmai è il participio “being” che esprime il nostro “essere” - e infatti gli inglesi, per loro fortuna, non hanno la metafisica...).

Non mi fido delle filosofie dell'Essere perché un'altra conseguenza di quello stile di pensiero è che non c'è spazio per la libertà

Se proprio dobbiamo trovare un principio fondante e scriverlo con la maiuscola, mi convince di più il Divenire, sostenuto da Eraclito (contemporaneo di Parmenide, vissuto a Efeso, sulle coste dell'Asia minore). “Tutto scorre e nulla rimane”: questa sentenza mi sembra più aderente alla realtà che intendiamo conoscere, perché è confermata dall'esperienza e non da un legame logico forzato. Non mi fido delle filosofie dell'Essere perché un'altra conseguenza di quello stile di pensiero è che non c'è spazio per la libertà. Siccome l'Essere è, e non diviene, ogni “essente” (qualunque cosa ciò significhi) non solo è eterno, ma non può essere diverso da ciò che è. “Tutto è necessario, allora...”, conclude infatti Severino. Comprese queste mie povere righe...

Mi chiedo quali siano le conseguenze etiche di questa visione del mondo, vale a dire sul piano dell'agire. E qui trovo altre ragioni per non condividerla. Se tutto è necessario, ha senso impegnarsi per un progetto, una qualche idea, diciamo pure una visione che riguarda la collettività? Se tutto è necessario, ha senso impegnarsi nello studio, nel lavoro, nell'educazione dei figli, nella cura dei rapporti e di se stessi? Ha senso il nostro voler trovare soluzioni ai problemi, indirizzare le cose, organizzare la nostra vita e il mondo? Oppure possiamo solo prendere atto della necessità di tutto ciò che è, aprendo gli occhi alla gioia, come suggerisce il Nostro?

A me sembra che questo stile di pensiero porti alla rinuncia e alla resa. In molti le considerano il culmine della saggezza. Io trovo che faremmo cosa utile e buona trovando soluzioni per ridurre la fatica e il dolore che tutti gli esseri umani affrontano stando al mondo. E infatti molte soluzioni le abbiamo trovate, anche se restano accessibili solo a una parte dell'umanità. Ma se fossimo tutti saggi comprendendo la necessità di ciò che è, perché avremmo inventato la ruota, imbrigliato il vapore e l'energia atomica, sintetizzato la penicillina? Abbiamo dimostrato di saper fare anche cose orribili, d'accordo. Ma è davvero tutto solo violenza sulle cose? Tutto solo nichilismo?

Non credo che la filosofia dell'Essere ci aiuti a capire il mondo e neppure ad agire per tentare di migliorarlo. Ho il sospetto che essa finisca là dove finiscono molte metafisiche, religioni, ideologie e presunte saggezze: nel sollevarci dalla responsabilità di valutare e di scegliere. Non è un buon viatico per noi essere umani.

 

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Kommentare

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Karl Trojer 03.02.2020, 13:05

Condivido il non-senso dell´ attribuire dell´eternità all´essere, che, anzi, si trova in un flusso e quindi in un cambiamento permanentemente. Trovo invece utile, pensare la trascendenza (se vogliamo "Dio") come realtà assoluta e l´essere (il "creato", per dire) come realtà relativa, di per sè limitata. Dopo 40 anni di esperienze concrete come ingegnere libero professionista ed un recente studio concluso in filisofia, penso, che l´assoluto si manifesti tramite il mondo relativo, e che ciò avvenga in modo "trinitario" come composizione di "energia" (di per s`we caotica), "informazione" (che struttura l´energia, ne crea l´individualità) e la "communicazione" (che crea rete, ossia communione, fra le individualità).

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