Luis Durnwalder
Foto: Suedtirolfoto.com/Othmar Seehauser
Politik | Avvenne domani

Politica vintage

Luis Durnwalder ripresenta, nella Convenzione, la stessa proposta per abolire la regione, depositata in parlamento dalla SVP esattamente mezzo secolo fa.

Il 4 febbraio del 1958 i tre deputati della Suedtiroler Volkspartei Tinzl, Guggenberg e Ebner depositavano, presso la Presidenza della Camera, il testo di un disegno di legge costituzionale con il quale veniva abolita la Regione Trentino Alto Adige, così come essa era nata, dieci anni prima, con il primo Statuto di autonomia. Al suo posto veniva create due distinte regioni: la prima denominata "Südtirol - Tirolo del sud", comprendente la sola provincia di Bolzano e la seconda riguardante solamente il Trentino. Negli articoli, una quarantina, del progetto di legge l'attribuzione di tutta una serie di competenze vecchie e nuove alle due distinte realtà autonome.

La proposta, ripetuta successivamente anche dai rappresentanti della SVP al Senato, non fu mai discussa in aula, ma costituì la base programmatica del partito di raccolta sudtirolese per tutte le successive fasi della bellezza vicenda altoatesina, ivi compreso il cruciale passaggio davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell'autunno 1960.

Da quei giorni è passato ormai quasi mezzo secolo, ma non sfuggirà all'osservatore attento la constatazione che, su quel progetto pare ricalcata in pieno la proposta avanzata nei giorni scorsi dall'ex Presidente Luis Durnwalder, nell'ambito della Convenzione dove si discute delle possibili riforme dell'attuale Statuto. È passata tantissima acqua sotto i ponti che scavalcano l'Adige, ma il tempo, per certe questioni, sembra essersi fermato.

Da notare che vi erano, nel 1958, molte più ragioni per avanzare simili proposte di quante non se ne possano ravvisare oggi. Quando i deputati della Suedtiroler Volkspartei elaborano e rendono pubblico il loro progetto, sono passati solo pochi mesi da quella grande manifestazione di Castelfirmiano nella quale il nuovo Obmann del partito, Silvius Magnago, ha lanciato con forza la parola d'ordine del "Los von Trient"per rendere chiaro a tutti, a Bolzano, a Vienna, a Trento e a Roma, che la stagione del primo Statuto, quello voluto su base regionale da Alcide Degasperi, è definitivamente terminata. Occorre quindi sorreggere quella linea politica, che anche nel partito di raccolta non trova consenso unanime, con atti ufficiali e conseguenti. È una strategia pianificata ancor prima, come racconta nella sua opera colossale lo storico Rolf Steininger, nel luglio del 1957, quando Magnago ha appena preso le redini del partito. La Regione deve morire perché, agli occhi dei sudtirolesi e degli austriaci, è lo strumento che l'Italia utilizza per inchiodare il gruppo tedesco ad una perpetua condizione di minorità demografica e politica.

È più che comprensibile, dunque, che il messaggio debba risuonare forte e chiaro alle orecchie di tutti, perché si capisca, ad esempio, che i sudtirolesi non si lasceranno mai più coinvolgere nei tentativi di resuscitare la vecchia struttura regionale con qualche modifica, che pure, a Trento, in quegli anni, vengono portati avanti con assidua costanza.

Solo che poi, in questo mezzo secolo, succedono tante cose. Succede che, dopo dieci anni di difficilissima trattativa, si giunge ad elaborare e approvare un progetto per una nuova autonomia, molto diversa da quella vecchia. È un compromesso, nel quale la Suedtiroler Volkspartei si ritrova accolte quasi tutte le richieste avanzate nel 1958 ed anche qualcuna che, nel frattempo, si è aggiunto all'elenco. Non riesce però ad ottenere l'abolizione totale e definitiva della Regione, che rimane, con pochissime competenze, come ente di raccordo tra le due province che gli vengono ora i soggetti politici dove si esercita effettivamente la potestà dell'autonomia.

Una situazione che, nei decenni successivi, va progressivamente a modificarsi. Utilizzando la famosa "Salamitaktik", ovverossia la tattica di tagliare una fetta di salame per volta, la SVP, all'inizio di ogni legislatura, chiede, in cambio della prosecuzione dell'alleanza con Trento nella Giunta Regionale, di tagliare una o più delle competenze residue rimaste in capo alla Regione. Quest'ultima si trasforma così in un'enorme scatola vuota, dotata di personale e ragguardevoli dotazioni finanziarie, ma quasi priva, ormai, di un proprio ambito operativo. Va da sé che restano lettera morta tutte le petizioni politiche che, sempre dai banchi dei consiglieri trentini, partono a ritmo continuo perché la vecchia Regione, trovi nuova linfa vitale, divenendo luogo di discussione ed elaborazione dei futuri scenari autonomistici. Su questo terreno, concretamente, la Suedtiroler Volkspartei non è disposta a concedere assolutamente nulla. A confermarlo la scelta di procedere in maniera totalmente separata, tra Bolzano e Trento, alle discussioni sulla possibile revisione dell'autonomia. Proprio da queste, in sede bolzanina, arriva Luis Durnwalder che riporta indietro di cinquant'anni l'orologio della storia. Nessuna delle ragioni per le quali l'abolizione della Regione fu chiesta, nel 1958, esiste ancora al giorno d'oggi, e semmai l'abbattimento potrebbe essere giustificato proprio dal fatto che l'edificio istituzionale è stato svuotato progressivamente di tutti i suoi contenuti. Resta però un anello fondamentale che lega le due realtà provinciali, in un equilibrio sempre fragile e sottoposto, in questi tempi, all'offensiva di un centralismo arrembante. Un equilibrio che pare assolutamente prezioso soprattutto dal punto di vista di un Trentino che si sente particolarmente minacciato da chi predica la scomparsa delle autonomie speciali. Tutte considerazioni che dovrebbero consigliare la massima prudenza nel metter mano all'architettura realizzata con la seconda autonomia. Tutte considerazioni che evidentemente nulla valgono di fronte ad una sorta di imperativo categorico impresso nei geni della politica SVP: un'istanza una volta presentata non può essere mai lasciata cadere.

Un altro esempio che illustra questo modo di agire di pensare è quello, di recente tornato agli onori della cronaca, del doppio passaporto. Da Vienna, questa volta, è arrivato l'autorevolissimo responso della massima magistratura austriaca che ha respinto il ricorso di alcuni sudtirolesi che chiedevano di poter usufruire "ope legis" della doppia cittadinanza, aggirando così il rifiuto di concedere il doppio passaporto arrivato in sede politica. È un'altra vicenda che dura da decenni. Infinite volte, ormai, i responsabili di governo austriaci hanno spiegato, con calma e in spirito di amicizia, ai loro interlocutori sudtirolesi che l'idea di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini, in virtù dell'antica appartenenza all'impero austro ungarico, presenta problemi enormi. Un passo di questo genere verrebbe visto, tra l'altro, come un'inutile provocazione da molti altri stati europei, timorosi di un "effetto domino" in un continente già afflitto da mille altri problemi e alle prese con minoranze nazionali sempre più inquiete.

Inutilmente. Ad ogni incontro ufficiale tra la politica sudtirolese e quella austriaca la questione viene di nuovo sollevata.

Abolizione della Regione, doppio passaporto. Sono esempi di una tenacia che, si potrebbe obiettare, per molti altri versi ha permesso ai sudtirolesi di raggiungere obiettivi politici inimmaginabili, mezzo secolo fa. Quello che, nel 1958, fu indubbiamente un pregio, potrebbe però essere un difetto oggi, nel momento in cui non ci sono più da abbattere le difese di un nemico, ma quel che è stato ottenuto, l'autonomia, andrebbe difeso costruendovi attorno un clima di concordia, di collaborazione, di convivenza, smussando gli angoli più acuti di un edificio che a volte risente il passare del tempo, invece che costruire nuovi muri, immaginare nuove divisioni.