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Storie

Una certa idea di mondo

Un clochard, protagonista di un progetto di Volontarius, racconta la sua storia agli studenti della Claudia de’ Medici. La risposta è un concentrato di creatività.
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“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”, disse una volta in un’intervista il compianto regista Carlo Mazzacurati parafrasando un teologo scozzese vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Un monito che molti studenti delle scuole altoatesine sembrano aver accolto con una leggerezza inaugurale, propria, spesso, di un’età ancora al riparo da ingombranti sovrastrutture speculative. Una sorta di contronarrazione che, di questi tempi, appare indubitabilmente provvidenziale. Tutto inizia con un progetto “itinerante” dell’associazione Volontarius, seguito nello specifico da Roberto Defant e presentato in vari istituti scolastici altoatesini: elementari, medie e superiori, con tappa anche alla Libera università di Bolzano e alla sua sede di Bressanone.

L’idea alla base dell’iniziativa è quella di raccontare la condizione dei richiedenti asilo, dei minori stranieri non accompagnati e delle persone senza fissa dimora. “Al centro del pensiero va posto l’essere umano e su questo ci si confronta - spiega Defant -, portiamo avanti questi progetti da 5 anni nelle scuole, durante i quali abbiamo coinvolto oltre 4.500 studenti che hanno sempre dimostrato una grande sensibilità di fronte a certe dinamiche sociali”. In ufficio, ci confida il rappresentante di Volontarius, “ho appeso a una parete un cartello di alcuni ragazzi di una terza media sul quale c'è scritta una delle frasi che più mi hanno toccato: ‘ci avete insegnato cose che la scuola non ci insegnerà mai’”. La relazione che si innesca fra gli studenti e i testimoni che parlano delle loro personali vicissitudini, d Defant, è il fattore fondamentale di tutta questa esperienza, l’immedesimazione attraverso il racconto in prima persona aiuta a rendere consapevoli del contesto in cui oggi ci troviamo a vivere”.

Maurizio e gli studenti della scuola Claudia de' Medici durante la performance

Accade poi che a volte gli studenti avvertano l’esigenza di contribuire al progetto sviluppandolo ulteriormente. È ciò che è accaduto ad esempio all’Istituto per le scienze umane, i servizi e il turismo Claudia de’ Medici, dove Maurizio, un clochard meranese di 61 anni, mettendo a parte i ragazzi della sua triste storia, ha innescato un effetto domino di creatività. Un passo indietro: diversi anni fa Maurizio perde il figlio quattordicenne, investito da un trattore. Sopraffatto dal dolore entra in depressione e viene ricoverato 4 volte. Lascia il suo lavoro di cuoco, si addormenta molte notti vicino al cimitero dove è sepolto il figlio, poi girovaga per la Francia e di nuovo approda in Italia, a Milano, a S. Candido, a Brunico, a Bressanone, a Bolzano. Dorme nelle stazioni o nei parchi. Tenta di curarsi ma le ricadute sono frequenti. Un giorno, nel 2013, racconta la sua storia ad alcuni ragazzi del liceo Toniolo e delle medie Archimede che quel sabato si sono radunati in piazza Mazzini a Bolzano dove Volontarius e San Vincenzo italiana e tedesca raccolgono coperte e sacchi a pelo per gli homeless. “Mi hanno dato la forza di ricominciare, hanno fatto quello che i medici non sono mai riusciti a fare, guardo questi ragazzi e in mezzo a loro vedo mio figlio”, dice Maurizio che oggi è un membro di Volontarius. Martedì prossimo andrà ad abitare in una casa in affitto, il lieto fine che arriva a destinazione.

Per salutare il loro ospite venerdì (29 aprile) alcuni ragazzi della Claudia de’ Medici hanno cantato delle canzoni nell’atrio della scuola (per poi rendere omaggio alla tomba del figlio di Maurizio a Merano). Tre studenti hanno anche ideato delle installazioni: la riproduzione del giaciglio di un clochard intitolata “Senza tetto ma non senza rispetto”, realizzata da Niccolò; una serie di ritratti, donne soprattutto, “che hanno vissuto esperienza particolari” dice Ivan, la cui opera verrà esposta nei locali della scuola la settimana prossima; e a seguire una composizione con una ragnatela di fili di lana accompagnata da foto di paesaggi, a cura di Angelica. “È un modo per poter esprimere la nostra vena artistica e per comunicare un messaggio chiaro e cioè che tutti hanno gli stessi diritti”, sottolinea Niccolò. Del resto “nessuno è troppo piccolo per fare cose grandi”, recita il motto del progetto, rispettato alla lettera.

L'installazione di Niccolò

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