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Avvenne domani

E Pertini rinunciò

Nei diari di Antonio Maccanico anche qualche piccola rivelazione sulle vicende altoatesine degli anni 80.
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In un mondo nel quale il raccontare di sé si è ormai raggrinzito alle poche righe da scaricare sui social media o al "selfie" ripetuto ossessivamente, la memorialistica, come categoria letteraria, appartiene ad un passato ormai remoto. Il tenere un diario, del quale annotare per se stessi e, forse, per i posteri i tratti salienti dell'attività di ogni giorno è l'esatto contrario, a pensarci bene, della smania di informare in presa diretta il mondo di quel che si mangia, di dove ci si trova, di ogni pensiero anche se  strampalato che transita tra i lobi temporali.

Avviene quindi sempre più di rado, e va salutato con gioia, il potersi immergere delle riflessioni quotidiane di personaggi che, ognuno secondo la propria posizione, hanno scritto un pezzetto di storia. Succede, in questo periodo, con la pubblicazione, da parte dell'editore Laterza, del secondo* dei due volumi che raccolgono le annotazioni contenute sul diario di Antonio Maccanico, grand commis de l'état e uomo politico di rilievo nella prima e nella seconda Repubblica. Nelle pagine vi sono tra l'altro numerosi riferimenti alle vicende altoatesine visto che Maccanico ricoprì l'incarico di Ministro delle Regioni proprio nel fatidico periodo che precedette la definitiva attuazione dello Statuto e la conseguente chiusura della vertenza internazionale.

Prima di farne cenno, tuttavia, sarà bene riepilogare, sia pure in estrema sintesi, lo schema dei rapporti tra Bolzano e Roma dal secondo dopoguerra in poi. Per molti anni, nell'era degasperiana, la titolarità della gestione delle cose altoatesine fu avocata dallo statista trentino all'esclusiva competenza della Presidenza del Consiglio, gestita poi attraverso lo strumento di quel famoso Ufficio Zone di Confine che, sino alla sua abolizione, nel 1954, fu la bestia nera per gli esponenti della Suedtiroler Volkspartei.

Negli anni successivi, quelli della grande crisi della prima autonomia, delle grandi ondate terroristiche, dello scontro frontale tra Bolzano e Roma, il problema non ebbe, da parte del Governo, un titolare specifico, anche se, per lungo tempo, il prevalere della trattativa internazionale con l'Austria mise in primo piano il ruolo dei ministri degli esteri che si susseguirono per oltre un decennio. È una fase che dura almeno sino al 1965 quando il rigetto da parte della SVP dell'accordo siglato proprio da due ministri degli esteri, Saragt per l'Italia e Kreisky per l'Austria, impone un drastico cambio di rotta. È Aldo Moro a riportare decisamente le sue competenze di Presidente del Consiglio la gestione del problema altoatesino e a condurre in porto, con i famosi lunghissimi incontri di Palazzo Chigi con Silvius Magnago, la definizione del "Pacchetto" e il varo del nuovo Statuto. Così si procede anche negli anni successivi, sino alla metà degli anni 80, quando il difficile processo di attuazione della nuova autonomia sembra definitivamente impantanarsi. La situazione, in Alto Adige, è di nuovo pesante sia dal punto di vista dell'ordine pubblico, con la ripresa degli attentati, sia sul piano politico con la dura contestazione di molte delle norme di attuazione già varate e di alcune che restano ancora da mettere nero su bianco. Tra le questioni aperte quelle che fanno più discutere sono la ridefinizione almeno parziale delle norme sul censimento etnico e la contestatissima norma sull'uso della lingua nei processi civili e penali.

A questo punto, e siamo nell'aprile del 1983, entra a Palazzo Chigi, primo socialista nella storia italiana, Bettino Craxi. Tra i problemi che si trova a dover gestire quello altoatesino è forse uno di quelli che lo appassionano meno. Sente, forse più dei suoi predecessori democristiani, il peso delle pressioni che gli arrivano dalla comunità italiana dell'Alto Adige e non ha, sempre a differenza di chi l'ha preceduto, un rapporto di stretta fiducia con Alcide Berloffa, Presidente delle Commissioni dei 6 e dei 12 e punto di riferimento storico per le cose altoatesine negli ambienti governativi. Di fronte alle impuntature e ai veti contrapposti, Craxi prova a forzare la situazione con un viaggio-lampo di alcune ore a Bolzano, il 13 novembre del 1984. Una serie di brevissimi incontri con partiti, sindacati, gruppi di interesse. Rientra a Roma carico di dossier, ma i problemi restano irrisolti. A questo punto il leader socialista decide di sgravarsi dallo scomodo fardello e di delegare l'intera faccenda ad una figura istituzionale, quella del Ministro senza portafoglio (cioè senza un proprio bilancio autonomo di dicastero) per gli Affari Regionali, istituito per la prima volta proprio con il suo Governo. Per la Suedtiroler Volkspartei è un gesto quasi ostile. Quello dei rapporti diretti con il Capo del Governo era divenuto un privilegio considerato essenziale per risolvere le spinose questioni che si andavano via via presentando. Magnago si deve comunque adattare ai nuovi interlocutori. I primi sono due siciliani: il socialdemocratico Carlo Vizzini e il repubblicano Aristide Gunnella. Gli incontri non avvengono più a Palazzo Chigi, ma nel bel palazzo che si affaccia su Piazza della Minerva, all'ombra del Pantheon. Poi, dall'aprile del 1988 all'aprile del 1991, sotto i governi De Mita e Andreotti, il dicastero è occupato proprio da Antonio Maccanico.

Quello che approda sulla poltrona ministeriale non è certamente uno sconosciuto al mondo politico. Assunto come funzionario alla Camera dei deputati nel 1947, ha percorso via via tutti i gradi della carriera sino a divenire Segretario Generale di Montecitorio e poi, chiamato da Sandro Pertini, Segretario Generale del Quirinale anche durante buona parte della presidenza Cossiga. Sul piano politico, dopo un iniziale adesione al Partito d'Azione, si iscrive al PCI, che abbandona però dopo i fatti d'Ungheria del 1956 per rientrare in seno al Partito Repubblicano. È in quota a quest'ultimo che viene indicato come Ministro.

Il secondo volume dei Diari copre il periodo che va dal 1985 al 1989 e i riferimenti alle cose altoatesine sono quasi tutti relativi quindi agli anni nei quali Maccanico, come titolare degli Affari Regionali, si trova a dover gestire i passaggi decisivi per la definitiva attuazione dello Statuto.

Tra le annotazioni, tuttavia, ve n'è una, di un certo interesse, che risale al 1986, quando ancora l'autore affianca Sandro Pertini al Quirinale. Agli inizi del mese di aprile viene improvvisamente a mancare il senatore sudtirolese Peter Brugger, grande oppositore di Magnago al congresso del 1969 sulla chiusura del "Pacchetto". Si pone il problema di una possibile partecipazione di Pertini alle esequie. "[Pertini]Mi dice -scrive sul suo diario Maccanico -di sentire il parere degli Andreotti, il quale mi dice di essere favorevole a questo gesto. Poi per incarico del Presidente incontro Mitterdorfer, il quale anche lui è favorevole, ma vorrebbe che telefonassi a Magnago. Telefono a Magnago il quale mi dice che il gesto sarebbe molto bello e darebbe grande onore quella popolazione, ma purché il fatto in privato e senza eccesso di scorta di polizia e carabinieri. Il Presidente, udita questa risposta decide di non andare."

Un episodio apparentemente marginale ma che dimostra quale fosse, all'epoca, il livello dei rapporti politici fra Bolzano e Roma. Pur apprezzato, il gesto spontaneo di Pertini che voleva rendere omaggio ad un esponente di rilievo della Suedtiroler Volkspartei, sembrò accettabile, nella mente di Magnago, solo se compiuto a titolo assolutamente personale e non in qualità di Capo dello Stato. Pertini prese atto e rinunciò.

Le altre annotazioni contenute nei diari riguardanti l'Alto Adige sono relative, come detto, agli anni 1988 al 1989. È un periodo cruciale per la definitiva chiusura della vertenza. Sono i mesi, ad esempio, nei quali, dopo un'ultima violenta raffica di esplosioni, termina, in modo ancora misterioso, la seconda grande ondata del terrorismo altoatesino. Sono i mesi nei quali di Alto Adige si discute ripetutamente sia nel Parlamento italiano che in quello austriaco. Sono i mesi nei quali vengono messe all'ordine del giorno le tre leggi ordinarie che, assieme alle residue norme di attuazione, compongono il contenzioso ancora aperto tra Roma, Bolzano e Vienna. Dai diari di Maccanico, che non manca in alcune occasioni di confessare la propria impreparazione rispetto alle sottigliezze che avvolgono la discussione sulle questioni altoatesine, emerge soprattutto il ruolo di Alcide Berloffa, continuamente citato come punto di riferimento obbligato ogni volta che si tratti di prendere una decisione o di sbrogliare uno dei problemi che via via vengono alla luce. Alla data del 31 gennaio 1989, ad esempio, Maccanico annota di aver avuto un incontro di ben tre ore con Silvius Magnago, di averne ricavato positive speranze per una rapida definizione di tutte le questioni aperte, ma poi conclude: "Speriamo. Anche questo è un terreno scivoloso sul quale è difficile tenersi in equilibrio".

In un'altra occasione il Ministro sembra rilevare nell'atteggiamento governativo sulla questione altoatesina "una grande confusione di idee ma la volontà di fare presto". Si arriva così all'aprile del 1991 quando, dopo una breve crisi, Giulio Andreotti si appresta a varare la sua ultima compagine di governo. Tutto è già predisposto perché Maccanico torni a ricoprire il posto di Ministro degli Affari Regionali, quando improvvisamente il suo partito, che si ritiene ingiustamente svantaggiato della distribuzione degli incarichi, ritira la propria delegazione e si limita ad un appoggio esterno. Non sarà quindi Maccanico a gestire l'ultimissima fase dell'attuazione dello Statuto che si chiude nelle prime settimane del 1992. L'intera operazione viene pilotata direttamente da Giulio Andreotti.

Antonio Maccanico prosegue la sua attività politica anche negli anni della Seconda Repubblica. Si spegne a Roma nell'aprile del 2013.

*ANTONIO MACCANICO: " Il tramonto della Repubblica dei partiti -  Diari 1985-1989", Laterza Editore, Bari, 2018.

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