Gesellschaft | La riflessione

La UE vieta il Natale?

Le linee guida sul linguaggio inclusivo della Commissione europea scatenano una pretestuosa polemica politica.
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Foto: Guillaume Perigois

Accusare l’Unione europea di voler cancellare il Natale in nome della correttezza politica è una mossa infallibile.

Negli ultimi giorni, un’ondata di indignazione ha sommerso, in Italia, le “linee guida per una comunicazione inclusiva” da poco pubblicate dalla Commissione europea. Il peccato? Bruxelles vorrebbe “cancellare” il Natale e “vietare di chiamarsi Maria”.

Su questo treno è salito pure il papa. Probabilmente male consigliato, Bergoglio ha criticato la mossa della Commissione: “È un anacronismo […] tante dittature hanno cercato di farlo, pensa a Napoleone, alla dittatura nazista, comunista. È una moda, una laicità annacquata, acqua distillata”, ha dichiarato, tornando in aereo da un viaggio.

Di tali divieti, però, nelle linee guida non c’è traccia.

Un codice di condotta per il personale della Commissione

Pubblicando le linee guida, la Commissione voleva assicurarsi che il personale dell’Unione comunichi nei confronti della popolazione in maniera corretta, includendo le sue varie componenti. E che pure all’interno delle istituzioni europee si usi un linguaggio appropriato.

Qualche esempio? Evitare uno stile eccessivamente complicato (il “burocratese”); utilizzare immagini che rispecchino la diversità della popolazione (ad es. foto con giovani e anziani, donne e uomini, varie etnie). Maggiormente considerare la prospettiva di chi ha una disabilità, di chi è più anziano, di chi appartiene a una minoranza. E usare una lingua tramite la quale tutta la società si senta considerata.

La censura

Sul Natale, le linee guida suggeriscono di “non presumere che tutti siano cristiani, e considerare che le persone hanno diverse tradizioni e diversi calendari”. Cosa consigliano? Ad esempio, che una dirigente scriva in conclusione di un messaggio ai propri collaboratori (invece che solamente “Buon Natale!”), “a chi di voi lo festeggia, buon Natale”. Oppure, se è di fede ebraica, “a chi di voi la festeggia, buona Festa delle luci”. Tornando in ufficio a gennaio, invece che iniziare una riunione con personale ebraico, cattolico, islamico, ateo, etc., augurandosi che “il vostro Natale non sia stato stressante”, suggeriscono di optare per un più inclusivo “spero che le vostre vacanze non siano state stressanti”.

È questa la censura del Natale?

Sui nomi, le linee guida suggeriscono di “non utilizzare unicamente nomi tipici di una singola religione”. La Commissione consiglia perciò di abbinare ai tipici Maria e Giovanni nomi quali Malika e Julio. Si pensi a un vademecum che illustri i diritti dei cittadini europei: “Malika e Giovanni sono una coppia e vivono in Spagna. Vogliono spostare la residenza in Polonia. Di quali documenti hanno bisogno?”.

È questo il divieto di chiamarsi Maria?

Una polemica pretestuosa

Sorta quasi esclusivamente in Italia, la polemica attorno alle linee guida è doppiamente avvilente.

Da una, perché è espressione di un dibattito sociale poco maturo. È doveroso scrutinare le istituzioni pubbliche e criticarle quando necessario, ma le critiche devono essere basate su fatti. Se qualcuno può essersi lasciato ingenuamente, ma senza secondi fini, trascinare dall’indignazione montante, di sicuro molti sapevano di non dire il vero. Certo: non ogni passaggio delle linee guida è perfettamente condivisibile, eccedendo magari talvolta in prudenza; ma in definitiva sono espressione di buon senso, alta professionalità e sensibilità interculturale.

Dall’altra, tale vicenda ridicolizza un messaggio invece importante, e quanto mai urgente. In particolare se proviene da istituzioni pubbliche, il linguaggio deve evitare gli stereotipi, includere quante più persone possibili, e rispecchiare la diversità. E se il territorio ha 27 Stati, 24 lingue ufficiali, 4,4 milioni di chilometri quadrati e 450 milioni di abitanti, come l’Unione europea, tenere conto dell’eterogeneità della popolazione significa ad esempio non supporre che ognuno sia cristiano; e utilizzare immagini e nomi che riflettano la diversità presente nella società.

Evitare le crociate

Per essere chiari: bisogna evitare crociate. Dedurre automaticamente dall’uso di un linguaggio non del tutto appropriato una volontà discriminatoria, non solo è profondamente ingiusto: è anche terribilmente controproducente. Tante volte, chi parla semplicemente non ha considerato come una certa battuta, uno stereotipo a cui fa ingenuamente ricorso, potrebbero venire percepiti negativamente dal prossimo.

Ritenere tale persona, senza possibilità di replica, un razzista/misogino/omofobo è ingiusto. E tante volte causerà non – come si auspica – una maggiore attenzione per il linguaggio, ma il suo contrario: una levata di scudi da parte di chi si sente aggredito, e un totale rigetto del messaggio.

 

Detto ciò, una cosa è il rapporto nei confronti di una singola persona; un’altra, un codice di comportamento, volto a orientare la condotta del personale di un organismo pubblico. Che un’istituzione come la Commissione europea inviti il proprio personale a utilizzare un linguaggio inclusivo dovrebbe essere, oggigiorno, un’ovvietà.

Che in Italia non lo sia, dovrebbe far riflettere.

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Profil für Benutzer Gianguido Piani
Gianguido Piani Mi., 22.12.2021 - 18:36

La Commissione Europea ha un bisogno disperato di rivedere le sue regole linguistiche.
Quelle sulla scrittura delle Direttive, Regolamenti ecc.
Leggere una Direttiva, prendiamo ad esempio quella molto famosa sui dati personali (GDPR), richiede uno sforzo titanico. Sono formulate male, pasticciate, non vengono mai al dunque. Dove un ingegnere scriverebbe una tabella di poche pagine i giuristi UE sbrodolano per decine di pagine formule impossibili da capire per non iniziati. Balanzone e Azzeccagarbugli sono il modello mentale e linguistico cui si ispira la Commissione.
Mi fa piacere che suggeriscano di (cito dall'articolo)
"maggiormente considerare la prospettiva di chi ha una disabilità, di chi è più anziano, di chi appartiene a una minoranza."
Ebbene, hanno pensato alla minoranza (o forse non proprio minoranza) che trova demenziale l'ipercontrollo e verifica su tutte le transazioni online dovute alla Direttiva PSD2 sull'autenticazione forte sui servizi bancari? Tutto lo scambio di codici di controllo per smartphone e' forse facile per la giovane Malika, molto meno facile per l'anziano Julio con solo un vecchio PC, nessuno smartphone e nessuna possibilita' di installare app che tutti gli impongono proprio causa PSD2.
Suggerirei di pagare i megastipendi brussellesi solo a quei funzionari che fossero in grado di scrivere le Direttive secondo i modelli linguistici della Costituzione italiana. O delle altre Costituzioni, che tendono di solito a essere molto chiare e comprensibili. Un linguaggio chiaro, tra l'altro, rispecchia idee chiare.
Chiedo troppo?

Mi., 22.12.2021 - 18:36 Permalink