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Raccontare la storia

EVA DORME di Francesca Melandri

Quanto sarebbe ampia e in capo a chi dovrebbe ricadere la responsabilità di diffondere una conoscenza politicamente di parte della storia?
Community-Beitrag von Luca Marcon03.09.2022
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Sono arrivato a questo libro tardi. Nel senso che dalla sua pubblicazione del 2010 alla mia lettura nel 2022 sono trascorsi dodici anni. E ci sono arrivato dopo essere passato, sempre nel 2022, da «Lingua madre» di Maddalena Fingerle: un libro sul quale non sono ancora riuscito a formarmi un giudizio definitivo ma che mi ha fatto ritornare la voglia di leggere letteratura che si occupi dell’Alto Adige o quanto meno vi sia ambientata.
Nella storia di «Eva dorme», i piani narrativi sono tre: nel primo la protagonista sudtirolese Eva, l’io narrante, parte per un viaggio in treno da Brunico a Reggio Calabria per andare a trovare il carabiniere Vito Anania, l’unico compagno, oggi vecchio e malato, di sua madre e a cui abbia potuto pensare come un padre; negli altri due, la storia della protagonista, di sua madre Gerda, di suo nonno Hermann e delle persone che ruotano loro intorno si intreccia con la storia dell’Alto Adige/Südtirol dal 1919, anno in cui il nonno rimane orfano ad 11 anni – e nel quale il Südtirol entra a far parte dello stato italiano -, fino al 1992, dove il nonno muore – e nel quale l’Austria rilascia la cosiddetta quietanza liberatoria a chiusura della vertenza internazionale aperta all’ONU sulla mancata tutela della minoranza linguistica sudtirolese conseguente alla mancata applicazione dell’accordo De Gasperi/Gruber del 1946 -.
I capitoli del libro replicano i piani narrativi. Il primo è suddiviso in una sorta di prologo, nel progredire dei chilometri che avvicinano Eva alla meta, nell’incontro con Vito e nell’epilogo. I secondi due sono suddivisi in anni specifici o archi temporali: 1919, 1925-1961, 1961-1963, ecc. fino al 1992.
La parte di Eva e dei componenti della sua famiglia dal 1919 al 1992 è quella che mi è piaciuta in assoluto di più. E a mio parere, è anche quella che di fatto cattura il lettore e sulla quale sostanzialmente si regge il libro. Le descrizioni del mondo sudtirolese contadino, strato sociale dal quale provengono i protagonisti, e della sua evoluzione, pur negli eventuali limiti del romanzare è assolutamente godibile e in alcuni punti di una verosimiglianza tale da sconfinare nel reale.
Ciò che invece non mi è piaciuto e che di fatto mi ha “costretto” – nel senso che non ho proprio potuto farne a meno - ad aggiungere un’altra recensione alle tante già presenti, è stata la parte, sempre dal 19019 al 1992, relativa alla storia dell’Alto Adige/Südtirol.
L’evidenza di ciò che non va è rappresentata da quelle che io ho definito assenze. E per capire cosa intendo, basta il solo passaggio che riporto di seguito:

1925-1961
[…] Fu anche uno degli ultimi. Pochi mesi dopo l’Italia entrò in guerra e le partenze degli Optanten, che pure erano la maggioranza dei sudtirolesi, furono interrotte. Partirono invece gli uomini richiamati per combattere al fronte. Alla creazione del paradiso in terra tedesco, del Daitschn Himml, nessuno pensò più.
Gli Huber tornarono nella vallata a guerra finita. Nessuno, compresi i Dableiber, provava curiosità per dove fossero stati. Su quale fronte avesse combattuto Hermann, in quale divisione della Wehrmacht, se fosse passato alle SS, se avesse assassinato molti civili o solo coetanei armati in uniforme, quindi soldati nemici che abbattere è giusto e morale: nessuno glielo domandò. Soprattutto nessuno gli chiese di rendere conto del paradiso in terra promesso dal Führer. Era sotto gli occhi di ognuno come fosse finito. […]

Tra «Pochi mesi dopo l’Italia entrò in guerra […]» e «Gli Huber tornarono nella vallata a guerra finita» non c’è nulla. Dei sudtirolesi che l’otto settembre del 1943 accolgono con cibo, bevande e fiori un esercito nazista considerato come liberatore, della caccia che già dal giorno dopo scatenano per le vie di Merano catturando ebrei da consegnare poi al campo – gestito anche dai sudtirolesi stessi - di smistamento di Bolzano (da dove partiranno i cosiddetti treni piombati con destinazione Auschwitz, Mauthausen, Flossenbürg, Ravensbrück, ecc.) e successiva razzia dei beni abbandonati da questi ultimi, dei civili volontari del SOD (Südtiroler Ordnungsdienst), dell’ulteriore arruolamento volontario soprattutto nelle SS (fenomeno comunque già ben avviato dal 1939), della condivisione quando non vero e proprio fanatismo della teoria e pratica nazionalsocialiste, del loro appoggio ai criminali nazisti nelle loro fughe da una Germania appena o da poco sconfitta, della loro copertura degli stessi criminali che hanno potuto vivere indisturbati in Südtirol per decenni, non se ne parla.
L’esempio che ho fatto si può estendere nei suoi effetti alla totalità di un racconto che a parere di chi scrive è, salvo pochi e comunque inefficaci accenni, edulcorato di tutte quelle parti che contrasterebbero la narrativa storiografica provinciale ufficiale di un popolo sudtirolese rappresentato sempre e solo come vittima e mai come carnefice: narrativa che, dopo che quasi sessantacinque anni (alla data di pubblicazione di «Eva dorme») di potere ininterrotto hanno reso la SVP e l’istituzione provinciale un’unica entità monolitica, corrisponde di fatto a quella del partito di governo del Südtirol. Tutto il resto, nel libro non c’è. È assente. E questa assenza, anzi, tutte queste assenze, sono pesantissime.
Ho contattato l’autrice attraverso la sua pagina facebook e le ho sottoposto – non così specifica, ma più articolata – la questione delle assenze così come l’avevo rilevata nel suo romanzo. La risposta, di poche righe, è stata in sintesi che il «romanzo non è un saggio storico sull'intera storia sudtirolese è solo la storia di una famiglia». Devo dire che l’ho trovata superficiale, anche perché nelle mie osservazioni, già intuendo a priori dove si sarebbe potuti andare a parare, avevo provveduto a specificare quanto segue:

Ora: è chiaro che un romanzo come il suo non si propone certo di essere un saggio storico. E ci mancherebbe altro che lo si pretendesse. Però non si può nemmeno impedire che il suo fruitore effettui una lettura storica e si formi un’idea di conseguenza. Nel caso di “Eva dorme” il rischio che l'idea che si formi sia parziale, non solo esiste ma temo proprio che di fatto si concreti.

A fronte di detta risposta, ho di nuovo replicato scrivendo che le mie osservazioni sulle assenze non erano da intendersi come critica al romanzo, ma condivisione con l’autrice per vedere cosa ne pensasse o quanto ne sapesse al riguardo, ma ad oggi non ho più ricevuto riscontro.
Il romanzo «Eva dorme» è bello e personalmente mi è piaciuto. Il problema, come si è capito, è un altro. La parte storica sull’Alto Adige, che, non dimentichiamo, costituisce comunque uno dei supporti alla narrazione, per me è di parte. Ovvero, non è obiettiva. L’obiezione a questo tipo di lettura l’abbiamo letta sopra: il romanzo non è un saggio storico ma la storia di una famiglia. Questa obiezione è però confutata dal fatto che il fruitore del libro effettua comunque una lettura storica e si forma un’idea – della storia – di conseguenza. Dopo aver letto «Eva dorme» sono andato in rete a cercare i commenti dei lettori. Una significativa parte di questi ringrazia l’autrice per tutto quello che non conosceva sull’Alto Adige e che ora ha imparato dal suo romanzo.
Quanto sarebbe ampia e in capo a chi dovrebbe ricadere la responsabilità di diffondere una conoscenza politicamente di parte della storia? E quali sono i potenziali danni che la diffusione di questo tipo di conoscenza potrebbe comportare?

(© tutti i diritti riservati)

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Kommentare

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Luca Marcon 19.09.2022, 13:43

Ho trovato un'intervista pubblicata sul Corriere dell'Alto Adige il 22 giugno 2010 della quale vale la pena riportare la domanda rivolta alla scrittrice e la sua risposta riguardo a quanto espresso nella mia recensione:

Domanda.
Per scrivere il libro hai sicuramente consultato diversi testi che hanno per tema la questione sudtirolese. Quali ti hanno influenzato di più?
Risposta.
Più che singoli testi, citerei il fatto che, sapendo almeno un po’ la lingua, ho potuto accedere alla bibliografia tedesca sulle vicende Sudtirolesi, ovvero quella bibliografia che gli scrittori italiani che hanno scritto di questa terra non hanno mai letto – proprio perché appunto in tedesco. Il fatto che in italiano ci sia pochissimo materiale è stata un’altra scoperta, del tutto coerente col fatto che di questa terra in Italia a lungo non ci si è occupati se non in modo propagandistico e/o inconsapevole. Se non avessi saputo il tedesco, “Eva dorme” non l’avrei mai potuto scrivere perché le ricerche storiografiche sarebbero state azzoppate. Però detto questo mi piace citare due libri in italiano, non di storici ma di giornalisti, che mi hanno fatto riflettere su tante cose: “Il calicanto di Magnago” di Riccardo Dello Sbarba e “Spaesati” di Lucio Giudiceandrea. Ma le mie più importanti fonti sono state le molte persone che ho intervistato per farmi raccontare come sono andate le cose, come le hanno vissute, insomma il fattore umano. Sono citate alla fine del libro, e ci tengo molto che vengano trattate come la vera fonte anche intellettuale di questo libro: è attraverso i loro racconti che mi sono fatta un’idea di come sono andate davvero le cose. Sempre per il motivo che io non sono una storica, bensì una romanziera. La Storia non esiste, per me, se non incarnata nelle persone che l’attraversano, ne sono sospinte, la plasmano. Anche per questo ho scelto di descrivere Silvius Magnago come persona, non come figura astrattamente politica.

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Liliana Turri 21.09.2022, 11:27

Fanno riflettere le ultime righe dell'articolo. L'autore dello stesso affronta una questione poco trattata. Quanta narrativa racconta o tace verità storiche influenzando l'inconsapevole lettore, diffondendo conoscenze storiche gravemente lacunose? Nell'appoggio al nazismo da parte dei sudtirolesi si può tuttavia ravvisare lo stesso comportamento che gli ucraini ebbero nei confronti dell'esercito tedesco accolto come liberatore dal gioco russo.

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Liliana Turri 21.09.2022, 11:50

Vorrei togliere dal mio commento il "tuttavia" che potrebbe suonare giustificativo.

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Karl Gudauner 21.09.2022, 13:45

Political correctness von den Romanautor*innen zu verlangen geht zu weit. Es sind die Historiker*innen, denen die Aufgabe zufällt, alle Seiten einer historischen Entwicklung zu berücksichtigen und auch die Verdrängungsmechanismen und die unrühmlichen Verstrickungen der einen und der anderen darzulegen. Der Beitrag weist darauf hin, dass auch literarische Produkte meinungsbildend sein können. Ja, gut. Wenn der Autor des Beitrags sich bereits vor der Lektüre von "Eva dorme" mit der Geschichte Südtirols und ihrer Rezeption auseinandergesetzt hat, so dürfte er auf weit einflussreichere historiografisch nicht ausgewogene Narrative gestoßen sein, sei es politischer Natur, sei es in der Medienberichterstattung, die die Meinungsbildung der Öffentlichkeit deutlich mehr beeinflussen und prägen als dieser Roman.

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Liliana Turri 21.09.2022, 14:55

Die Autorin des Buches hat wichtige historische Aspekte der fraglichen Zeit ausgelassen, die ihr sicherlich bekannt waren. Ich denke, sie wusste auch, dass diese Aspekte nicht in der offiziellen Lokalgeschichte verzeichnet sind. Ich halte dies nicht für lobenswert.

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Manfred Gasser 21.09.2022, 22:31

Was bitte, oder welcher Aspekt ist nicht in der offiziellen Lokalgeschichte verzeichnet?

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Luca Marcon 21.09.2022, 21:12

Già l'idea di poter utilizzare un termine come «Political correctness» dà evidenza non tanto della soggettività di questo commento - che pure emerge - ma della pericolosità dei concetti che sostiene. È sempre e solo il potere che vorrebbe una subordinazione della storia alla politica (come concettualizzava Walter Benjamin - che proprio del nazismo fu vittima - quando parlava di «uso politico della storia»). Un romanzo, soprattutto se di successo, ha una capacità di penetrazione ben più forte di qualsiasi saggio (e figuriamoci di un saggio storico), senza voler considerare il fatto che il lettore - proprio perché non si tratta di un saggio - non esercita il giusto filtro critico. Minimizzarne gli effetti come si tenta di fare qui è quasi altrettanto grave quanto omettere i fatti storici di cui si dovrebbe invece parlare.

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Luca Marcon 22.09.2022, 07:50

@Liliana Turri
«Nell'appoggio al nazismo da parte dei sudtirolesi si può ravvisare lo stesso comportamento che gli ucraini ebbero nei confronti dell'esercito tedesco accolto come liberatore dal gioco russo.»
Non conosco la situazione ucraina quanto quella sudtirolese, ma posso dire che nel nostro caso anche la narrazione di un popolo che aderì al nazionalsocialismo come reazione alla liberazione dal fascismo - anche questa facente parte della narrazione istituzionale - può essere connotata come di parte, perché il termine "reazione" depotenzia (volutamente) le responsabilità di un'adesione che - ovviamente non per tutti - fu ampia e per non pochi anche entusiastica.
Già Arno Kompatscher, in una sua presa di posizione del 16 maggio 2017 rilanciata dall'Ansa confutò la narrazione istituzionale dichiarando che «L'Alto Adige è rappresentato sempre come un paese di vittime, ma in verità siamo un paese di vittime e di carnefici». E, fatto ancora più significativo, lo fece a margine della presentazione del libro «Quando la patria uccide. Storie ritrovate di famiglie ebraiche in Alto Adige» che narra della persecuzione che subirono gli ebrei altoatesini ad opera di una popolazione sudtirolese non ancora arruolata nell'esercito nazista: persecuzioni che iniziarono già nel 1933, ovvero nell'anno della presa del potere da parte di Adolf Hitler, e non, come si racconta abitualmente, dal 1943 in poi. Al riguardo, replico qui di seguito una parte di un'intervista rilasciata dallo storico Hannes Obermair da me già pubblicata in un commento ad un altro articolo di salto.bz.
«Credo che il fascismo italiano, al di là del dato assodato e comunque traumatico dell’antecedente annessione all’Italia, sia stato per la popolazione di lingua tedesca e ladina semplicemente il "fascismo sbagliato" – risponde lo storico Hannes Obermair – l’avversione nei suoi confronti non fu tanto contro il suo autoritarismo, non ancora totalitario, quanto verso la lingua che parlava. Ci sono un retroterra, dei quadri mentali che dispongono la popolazione ad accettare uno scarto forte. La situazione poi si intensificherà ma credo che ciò spieghi il successo di quel "fascismo giusto" per i tedeschi, cioè il nazismo, che finalmente parlava la loro lingua. In un primo momento, tuttavia, il fascismo italiano di per sé veniva ammirato dalla borghesia sudtirolese. La frase pronunciata dal parlamentare del Deutscher Verband Friedrich von Toggenburg in un’intervista al Corriere della Sera "se fossi italiano sarei fascista" è espressione che fa capire come parti conservatrici della popolazione fossero predisposte, anche per mancanza di strumenti democratici, all’autoritarismo prima e al totalitarismo poi. Già durante la guerra d'altronde si è provata una gestione dittatoriale; il Kaiser e la Chiesa sono i pilastri di una visione autoritaria della società. L’unico elemento che ostacolerà il fascismo sarà pertanto il suo tentativo con alterne fortune di sostituire l’élite tedesca con un’élite italiana. Giunto nel ’34 in Alto Adige con l'organizzazione VKS presto capeggiata da Peter Hofer, il nazismo rappresenterà allora quel "fascismo giusto" atteso, la soluzione völkisch».
PS Di seguito il link all'articolo sul libro «Quando la patria uccide»:
https://www.salto.bz/it/article/22072022/title

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