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“Così aiuto il killer di mio marito”

A Bolzano la storia di Lucia Montanino, moglie di Gaetano, ucciso a Napoli nel 2009: “L’ho adottato come un figlio. Tutti possono cambiare. Ma lo Stato deve esserci”.
Lucia Montanino
Foto: Odòs

Una vita insieme: l’amore nato sui banchi di scuola, l’impegno per il volontariato, il matrimonio a vent’anni, la nascita di una figlia, Veronica, la gioia del padre. Poi, all’improvviso, una maledetta sera del 4 agosto 2009, tutto cambia. Lucia perde l’uomo che ama e con cui ha condiviso ogni giorno: Gaetano Montanino, guardia giurata, ucciso a 45 anni in piazza Mercato a Napoli in una rapina per la pistola. Ma perfino da quella tragedia, “dal sangue di mio marito”, racconta lei, può nascere qualcosa di buono. La donna decide di aiutare uno dei condannati, un ragazzo allora 17enne, messo in libertà vigilata dai magistrati a patto che cambi davvero vita.

Non aveva previsto però che lo Stato la lasciasse sola, a dover fare da “mamma” al giovane e alla sua famiglia, aiutandolo a trovare casa e lavoro. “Vittime ed ex carnefici possono fare ognuno la propria parte nella riconciliazione, ma per fare in modo che chi ha sbagliato cambi davvero servono opportunità vere” racconta Lucia Montanino, ospite lo scorso 12 giugno a Bolzano dell’incontro “Dove nasce il perdono”, promosso da Centro Pace, Libera e associazione Odòs sulla giustizia riparativa e minorile. Insomma, sembra dire questa dolorosa vicenda, tutti hanno il diritto di cambiare anche i baby-killer di camorra come quelli raccontati ne La paranza dei bambini di Saviano. Ma lo Stato deve fare di più, altrimenti è un fallimento in partenza.

 

 

salto.bz: Lucia Montanino, sono passati dieci anni dalla scomparsa di suo marito. Che persona era?​

Lucia Montanino: Era una persona che teneva molto alla famiglia. Ci siamo conosciuti a scuola, sposati presto, nel 1987. Io avevo 22 anni, lui 23, ancora nessuno dei due aveva compiuto gli anni. Andando a scuola insieme abbiamo fatto tutte le nostre prime esperienze e tenevamo veramente ancora tanti sogni e progetti. Nostra figlia Veronica è arrivata prestissimo. Lui era molto contento della bimba, era molto legato ai bambini. Siamo diventati subito famiglia. Però aveva anche un altro sogno, che poi è diventato causa della sua morte: la divisa.

Gaetano aveva due passioni, la famiglia e il lavoro. Voleva la divisa, per questo è diventato guardia giurata. Purtroppo questa è stata anche la causa della sua morte

Voleva entrare nelle forze dell’ordine?

Sì, appena finito la scuola aveva fatto il concorso nella guardia di finanza e stava studiando per diventare sottufficiale della finanza. Poi è morto il papà, direttore di banca, ed è tornato a casa. Gli sarebbe spettato un posto nell’istituto di credito, ma ha rifiutato per avere la divisa vicino casa. Mimmo, come lo chiamavamo noi dal suo secondo nome, aspettava il concorso in polizia, che però non è mai avvenuto in quegli anni. La cosa più semplice quindi era fare la guardia giurata, cioè avere la divisa a Napoli. 

La scelta preoccupava la famiglia?​

In parte sì. Tra i mille malcontenti della famiglia, che lo voleva tranquillo in banca come il padre e il nonno, ha scelto questo lavoro poco retribuito e poco tutelato. Ma a lui piaceva, diceva di sentirsi utile, alla città e per tutto quello che poteva fare. Aveva due passioni, la famiglia e il lavoro, con tutte le conseguenze che ci sono state.

In quel fatidico 4 agosto 2009 gli hanno cambiato turno all’ultimo momento, come succedeva spesso perché lo ritenevano bravo a risolvere i problemi. Lui mi disse: andrà tutto bene, ma io avevo paura

Cos’è successo in quel fatidico 4 agosto 2009?

Mimmo lavorava nell’istituto di vigilanza da ormai vent’anni. Solo di notte per scelta, per stare vicino alla famiglia. Io e lui infatti passavamo il giorno assieme facendo volontariato. Succede che all’ultimo momento, come avveniva spesso, gli cambiano turno. Di questo era orgoglioso, diceva che quando c’era qualche problema sul territorio lo volevano per risolvere i problemi, perché si fidavano di lui. Dunque anche quella sera, nonostante io avessi paura perché vedevo che c’era qualcosa che non andava dalla telefonata, mi disse: non ti preoccupare, tutto torna normale però stasera devo andare. Ci siamo lasciati così.

 

 

Le autorità hanno concluso la cosa dicendo che era una rapina di pistole, però secondo me c’era molto altro. La camorra

E poi, la rapina finita male, nel peggiore dei modi.​

La mattina sono venuti i suoi colleghi a prendermi dicendo che era successo un incidente sul lavoro e lui stava in ospedale. Invece mi hanno portato in questura, dove il dirigente mi ha informato che c’era stato un conflitto a fuoco, il collega di mio marito era in ospedale ma lui era morto. In quel momento non ho capito nemmeno cosa significava quella parola, ma quando mi hanno detto che era all’obitorio ho capito: che non l’avrei visto più. Da lì, è iniziata una tragedia vera e propria. Staccarsi dopo trent’anni, uno choc.

Eravate molto uniti, anche nella vita quotidiana.​

Facevamo tutto insieme, volontariato. Io stavo in una casa famiglia al santuario di Pompei e lui nello stesso posto per l’associazione carabinieri, sempre come volontario. Tutti i giorni lì, ci sentivamo utili, ed eravamo giovani.

A suo marito non pesava avere poche ore per riposare?

No, solitamente Mimmo dormiva la mattina e uscivamo nel pomeriggio. Non gli pesava.

La tragedia che ha colpito suo marito è stata motivata con una rapina per la pistola, ma lei nutre dubbi per tale versione, è così?

Le autorità hanno concluso la cosa dicendo che era una rapina di pistole, però secondo me c’era molto altro. Poi si è venuto a sapere che l’istituto era in mano a dei camorristi, dopo due anni è fallito, che insomma c’erano un po’ di cose ma per loro era una rapina di pistole. La poca chiarezza mi ha sempre lasciato pensare. Io non sono mai stata convinta della rapina, a Napoli pure i bambini tengono una pistola. Non si va a rapinare un uomo armato, c’è il rischio che si difenda.

Il dopo è iniziato con la voglia di fare qualcosa. Ho conosciuto il coordinamento dei familiari delle vittime innocenti e Libera che ci accompagna in questo percorso di memoria

Dal 5 agosto è iniziato il “dopo”. Come ha ricominciato a vivere senza suo marito?​

Con la voglia di fare qualcosa. Ho conosciuto il coordinamento dei familiari delle vittime innocenti e Libera che ci accompagna in questo percorso di memoria nelle scuole e nei campi estivi. 

All’improvviso è avvenuto il contatto con uno dei giovani che facevano parte del commando che ha ucciso suo marito. In che modo ha reagito?​

Ad un certo punto, due-tre anni dopo l’omicidio, il direttore del carcere mi dice il ragazzo minorenne che era detenuto mi vuole chiedere perdono. All’inizio è stata una tragedia perché per me era inconcepibile. Mi sono addirittura riempita di herpes zoster, il fuoco di sant’Antonio, probabilmente per la reazione emotiva. E ho lasciato perdere. Però negli anni ho sempre pensato che dovevo dare questa possibilità. Anche perché essendo io un assistente sociale ho sempre creduto che ai ragazzi va data una seconda possibilità.

 

 

Ha deciso a seguito di un incontro fortuito con lui, è vero?​

Sì. L’ho incontrato dopo otto anni, per caso, ad una manifestazione di Libera sul lungomare di Napoli e da lì mi ha chiesto perdono. Ci siamo fatti delle promesse, che lui avrebbe cambiato vita e avrebbe aiutato tanti ragazzi come lui a farlo. Ma la cosa che non ci aspettavamo era la decisione della magistratura.

Ho incontrato per caso il ragazzo che ha partecipato alla rapina. Si è impegnato a cambiare, ad aiutare altri ragazzi e io lho perdonato. Ma nè io né lui ci saremmo aspettati che fosse liberato

Il percorso di riconciliazione, o meglio le modalità con cui è stato attuato, l’hanno spiazzata?​

Effettivamente né io né lui ci aspettavamo che invece di passare al carcere degli adulti a scontare altri 14 anni (dai 22 complessivi, ndr) il magistrato lo mettesse fuori in libertà vigilata dietro la condizione che continuasse il percorso di riconciliazione con me. Io ho detto subito sì, che ero d’accordo, anche perché dopo ho conosciuto la sua famiglia, ha due bambini. Tuttavia, pensavo a un sostegno diverso.

Lo Stato avrebbe dovuto fare di più?​

Mi sono trovata fuori un ragazzo senza lavoro, senza casa, senza niente. Ho dovuto considerarlo un figlio, più di un figlio. Gli ho cercato un’occupazione, gli ho comprato la macchina, l’ho aiutato a trovare casa. Forse ho fatto più per lui che per Veronica. Uno sforzo dettato anche dal fatto che parlare con ragazzi che hanno una cultura completamente diversa è difficile. Sono persone che hanno culture, modi di pensare molto differenti. Lui ora ha 27 anni, quando è stato condannato ne aveva 17.

Mi sono trovata fuori un ragazzo senza lavoro, senza casa, senza niente. Ho dovuto considerarlo un figlio, più di un figlio

La sua responsabilità le pesa?​

Lui nel gruppo di quattro persone era uno dei due che guidavano la moto, mentre i restanti due hanno sparato. Anche se comunque era armato, non ha fatto fuoco. È stato più semplice aiutarlo. Anche per l’impiego. Ha lavorato per due anni in un bene confiscato dedicato a mio marito a Caserta, però le cooperative hanno tanti problemi a pagare, una regolarità nei pagamenti e ha deciso di lasciare.

Che idea si è fatta del contesto di provenienza delle leve giovanili della criminalità nella zona di Napoli?​

Nel caso di questo ragazzo mi hanno colpito la superficialità e la non distinzione tra giusto e sbagliato. La famiglia è dentro a questo sistema, ma non da grandi camorristi, con grandi regole, ma per quelle cose piccole che aiutano la manovalanza. Per loro è un po’ come sentirsi Robin Hood, prendere a chi ha per dare a chi non ha niente. 

Queste persone, la manovalanza della criminalità organizzata, si sentono penalizzati dalla vita. Quando compiono reati è come se fossero Robin Hood che toglie a chi ha per dare ai poveri. Se ci scappa il morto, dicono, è fatalità

Come se restituissero qualcosa ai poveri?

Sì. È come se loro che sono si sentono penalizzati dalla vita, senza un lavoro, senza diritti, lui poi non ha il padre, pensano che allora se vanno a fare la rapina del Rolex lo fanno a persone che hanno delle possibilità. Per loro non è niente, agiscono con superficialità. Se scappa il morto è stata fatalità, perché loro non lo volevano. Questo è il pensiero che ci sta dietro.

 

 

Qual è la risposta istituzionale per togliere terreno alla criminalità?​

Con la scuola, il lavoro, la cultura, in tutti i campi. Servono il lavoro, le associazioni, tutte le cose che possono far vedere che c’è altro nella vita. Lui, che era stato trascinato nella rapina da un cugino con problemi, con me sta conoscendo un sacco di persone e si meraviglia che ci sia tanta gente perbene. Altrimenti per loro è normale compiere reati: per arrotondare, così hanno il motorino e le scarpe nuove che la mamma non può comperare.

Per togliere terreno al crimone lo Stato deve rispondere con la scuola, il lavoro, la cultura. Bisogna dare speranza e opportunità concrete per cambiare. Altrimenti l’uscita dal carcere è un fallimento annunciato

Trova paradossale che lo Stato l’abbia lasciata sola a farsi carico del reinserimento di chi le ha ucciso il marito, come se fosse lei un servizio sociale?​

Quando ho detto sì pensavo che ci fossero delle istituzioni, qualcuno nel percorso. Invece no. Però io mi sono detta: come fa a mantenersi onesto se non ha un lavoro? Allora visto sono andata io a chiedere lavoro per lui e gli ho trovato un’occupazione nel bene confiscato a mio marito.

Ma non è troppo per una vittima?​

È troppo, ma non per me che ci ho creduto e ho avuto la forza di farlo, ma per tutte le persone che magari non ne hanno l’energia. Non è giusto: ora con la sua famiglia abbiamo avuto un rapporto così frequente e vicino che forse non sarebbe stato opportuno. Per loro sono quasi una parente ed è difficile far capire loro che deve esserci una distanza, che non posso fare da mamma e da assistente sociale. Hanno bisogno di una rinascita in tutti i sensi, perché si esce dal carcere con la stessa mentalità. Senza un processo di crescita, senza un’opportunità è un fallimento, nessuno può cambiare.

Mia figlia ha capito, non mi ha mai ostacolato. A chi dice che ho mancato di rispetto a mio marito rispondo: un ragazzo mi chiedeva di cambiare, perché non avrei dovuto aiutarlo? 

Sua figlia come ha reagito di fronte al suo percorso?​

Aveva 21 anni alla morte del padre e poi ha deciso di non incontrare il ragazzo, ma non mi ha mai ostacolato. Siamo due persone diverse ed è stato giusto così. Anche altri familiari delle vittime la vedono come una cosa strana, una mancanza di rispetto per mio marito. Invece ciò che dico sempre è che un ragazzo mi stava chiedendo di cambiare vita, di toglierlo dalla criminalità: perché non avrei dovuto aiutarlo? Questo ho detto a Veronica e lei è stata contenta. Almeno il sangue di Mimmo non è rimasto vano, sta dando frutti facendo cambiare una persona.

 

 

Alla luce della sua esperienza lo Stato per il reinserimento fa troppo poco?​

Non fa nulla, almeno a Napoli. Gli assistenti sociali non hanno spesso nemmeno l’ufficio per il colloquio e non ci sono opportunità di lavoro da offrire. E uscire fuori senza sbocchi è tremendo.

L’ascolto e la tutela della vittima a suo giudizio sono sufficienti nella giustizia italiana?​

Da noi c’è un mare aperto. Nel caso di mio marito, che è stato riconosciuto vittima del dovere,  abbiamo avuto un iter chiaro, veloce, pulito. Io ho avuto la pensione e sto ancora facendo la causa civile, da 10 anni, però ci sono tante persone che quando non c’è matrice camorristica non vengono nemmeno riconosciute. A Napoli purtroppo si muore per caso e non puoi dimostrare né chi è stato né per quale motivo. Le vedove devono pagare un affitto, dare da mangiare ai figli. Vanno aiutate.

I familiari delle vittime vanno tutelati. A Napoli purtroppo si muore per caso e non puoi dimostrare né chi è stato né per quale motivo. Ma le vedove devono pagare un affitto, dare da mangiare ai figli. Vanno aiutate

Lei sta girando l’Italia per diffondere la sua testimonianza: è un compito difficile?​

Ho lasciato il lavoro da assistente sociale, una scelta in parte forzata per le cose giudiziarie, per seguire il ragazzo, i percorsi con Libera e anche aiutare mia figlia che si è trasferita a Roma. Stiamo comunque cercando di portare le esperienze nelle carceri minorili, dicendo ai giovani reclusi che noi vittime siamo dalla vostra parte, per farvi cambiare. L’obiettivo è far sì che la detenzione sia veramente riabilitativa. Dobbiamo stare insieme per far cambiare le cose.

C’è una speranza anche per i baby-killer di camorra come quelli raccontati nella Paranza dei bambini di Saviano?​

I ragazzi che fanno quelle cose a quell’età, sotto effetto di stupefacenti, poi si ritrovano in carcere e c’è bisogno di far capire loro che quella non è vita, fatta o di galera o di morte. Allora dicono: che possibilità abbiamo? Noi cerchiamo di dare una speranza. Io ho sempre detto che loro sono vittime come me e solo assieme possiamo cambiare, facendo ognuno la propria parte. Ma serve un impegno istituzionale. Ripeto, lavoro e opportunità. Se la società non crede in queste persone non cambieranno mai.

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Peter Gasser So., 23.06.2019 - 11:12

Was positiv und beispielhaft bleibt, und die Weite und Größe der menschlichen Seele zeigt:
„Invece ciò che dico sempre è che un ragazzo mi stava chiedendo di cambiare vita, di toglierlo dalla criminalità: perché non avrei dovuto aiutarlo? ( ... ) Almeno il sangue di Mimmo non è rimasto vano, sta dando frutti facendo cambiare una persona.“
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Was einem hingegen absolut erschüttert:
- „Alla luce della sua esperienza lo Stato per il reinserimento fa troppo poco?“
- „Non fa nulla ...“
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Welch Größe im Volk, im Vergleich zu den schreienden narzisstischen Populisten in der Politik, welche dann auch noch die Stirn haben, das Kreuz zu küssen.

So., 23.06.2019 - 11:12 Permalink