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I nani devono crescere

Nessuno può garantire l’indipendenza dell’attività giornalistica meglio di un giornalista. Ma serve un’alternativa ad Athesia, una strategia economica coordinata.
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Luca Barbieri23.06.2021
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Ho letto con profondo interesse e partecipazione l’intervento di Fabio Gobbato sull’asfissia dell’informazione in Alto Adige e Trentino. Condivido l’analisi, frutto di un percorso professionale peraltro simile al mio, ma vorrei che da questo dibattito, nato dalla condanna per comportamento antisindacale di SIE nella chiusura de Il Trentino, nascesse lo spunto per la costruzione di un’alternativa. Un’alternativa che è prima di tutto economica.

Sono uscito da una redazione giornalistica ormai 5 anni fa e ho fondato, con altri due soci provenienti dal mondo del giornalismo, una società che si occupa di comunicazione. A cinque anni di distanza diamo lavoro stabile a venti persone garantendo ad aziende, centri di ricerca e startup strategie e servizi di comunicazione, media relations e organizzando eventi di matching per il mondo dell’innovazione. In questa attività sono impiegati, tra gli altri, dodici giornalisti (più diversi collaboratori esterni) che mettono il proprio metodo, la propria professionalità e conoscenza a servizio di attività di comunicazione. Ma siccome giornalisti siamo e ci sentiamo, continuiamo a fare anche informazione: con eventi che sono anche progetti editoriali di comunità e con un piccolo gruppo di testate giornalistiche che, per evitare conflitti di interesse con l’attività di comunicazione, abbiamo incardinato sotto una società differente. Che ha, come tutte le società editoriali, cronici problemi di sostenibilità economica.

L’arma evocata da Gobbato, l’appello alla responsabilità del mondo imprenditoriale, spara a salve

Eppure questo “branch” informativo svolge un importante ruolo sociale. Con Alto Adige Innovazione diamo spazio a un Alto Adige industriale poco rappresentato e a una società in continuo cambiamento, nei fatti molto più moderna di come alcuni partiti la vorrebbero; con a A Nord Est di Che riflettiamo sulle identità di confine e abbiamo recentemente aperto una riflessione sui 20 anni dal G8 di Genova; con Veneto Economia e Innovation Nation facciamo da pungolo a territori e settori le cui auto-narrazioni sono cristallizzate da troppo tempo. Qual è il problema comune a tutti questi progetti? Che un vero modello di sostenibilità economica – a meno che non lo si interpreti come esercizio di pressione lobbistica (quello più in voga tra i nostri editori) o come missione politico-culturale di stampo cooperativistico (come Salto o il Manifesto) – ancora non esiste. E quindi l’arma evocata da Gobbato, l’appello alla responsabilità del mondo imprenditoriale, spara a salve. Per quale motivo infatti un imprenditore dovrebbe investire in un’attività particolarissima che, nella migliore delle ipotesi, può ambire al pareggio? Spirito di servizio? Gloria? La nostra piccolissima esperienza è quella di giornalisti che autofinanziano la propria opera giornalistica attraverso attività differenti. Funziona? In parte, perché vorremmo far molta più informazione di quanta riusciamo a farne. Economicamente si sostiene? No.
 
Ma il problema, è bene sottolinearlo, non è altoatesino e non è italiano: è globale. In questi ultimi quattro anni, come professore di Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova, ho promosso un ciclo di incontri, Tempi Moderni, nato per riflettere sul legame tra giornalismo e democrazia dialogando con colleghi ed esperti che stanno cercando, a livello nazionale e internazionale, nuovi business model per questa professione. Per garantire, in ultima istanza, attraverso un mix di entrate, quella attività di inchiesta che è alla base della nostra democrazia e che solo un presidio giornalistico indipendente da interessi economici e politici può garantire. Non mi soffermo sulle ricette e sulle sperimentazioni in atto in tutto il mondo, tutte parziali e nessuna definitiva. Non entro nel dibattito, prima o poi necessario, intorno alla necessità di un sostegno pubblico al giornalismo. Mi soffermo su un principio di metodo del quale sono profondamente convinto: nessuno può garantire l’indipendenza dell’attività giornalistica meglio di un giornalista. Ed è per questo che dobbiamo prendere in mano il tema della sostenibilità economica della nostra attività. Questo principio farà rabbrividire più di qualche purista. Ma la storia dell’editoria italiana è lì a dimostrarci che, se vogliamo salvare il nostro ecosistema informativo, serve un passo in avanti da parte della nostra categoria.

Credo che il mercato apprezzerebbe un’alternativa strutturata all’investimento sui mezzi Athesia

Torniamo all’Alto Adige, al Trentino, ai problemi locali dell’informazione. Se vogliamo essere aderenti alla realtà, il problema è di concentrazione più che di pluralismo in senso stretto. In realtà analoghe dal punto di vista demografico, in Italia, non ci sono più testate giornalistiche che da noi. Anzi. Il problema è che c’è un gigante, che opera secondo il meccanismo così ben rappresentato da Gobbato, e tantissimi nani. Nani più o meno grandi (Salto è di stazza grossa), ma sempre nani. Io credo che, in questo scenario, con un gigante che opera da gatekeeper politico-economico a livello sistemico, sia necessario lavorare a una piattaforma comune che permetta ai nani di crescere. Ognuno con la sua diversità, ma anche con una strategia economica coordinata. Gobbato ha giustamente citato un tema chiave, quello della raccolta pubblicitaria. Possiamo provare a immaginare una piattaforma concessionaria che aggreghi il mondo alternativo ad Athesia, in entrambe le lingue? Credo che il mercato, le aziende, apprezzerebbero un’alternativa strutturata che si presentasse con numeri significativi su ogni target. Fornirebbe, finalmente, una seconda opzione all’investimento sui mezzi Athesia. E aiuterebbe a far emergere voci differenti. È solo uno dei possibili ambiti di collaborazione. Ce ne sono altri, a partire da quelli che possono coinvolgere la cittadinanza. Ma dobbiamo rinunciare tutti al nostro piccolo orticello di sopravvivenza per provare a costruire qualcosa di più grande. Io credo che un tentativo vada fatto.

 

Luca Barbieri è giornalista e imprenditore nonché co-founder di Blum.vision e Media Accelerator.

Luca Barbieri
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Kommentare

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Massimo Mollica 23.06.2021, 18:52

Mi piace molto questo modo di ragionare. Che è sostanzialmente propositivo. Si individua un problema (tale o potenziale) e se cerca una soluzione. Esiste sempre un pesce più grande del pesce che tu consideri grande. Athesia è zero in confronto a Google. Così come lo sono i commercianti locali rispetto ad Amazon. Ma mi chiedo perché non sia possibile non creare una sorta di Amazon in salsa sudtirolese. Cosa lo impedisce? La mentalità sostanzialmente, che è poi paura nel cambiamento e nel mettersi in gioco.

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Max Carbone 24.06.2021, 12:50

grazie Luca. Dimenticarsi la politica, e agire dalla base, come sacrosantamente suggerisci. Una testuggine di nani, ben composta e strutturata. Fripp, il padre dei King Crimson, al tempo - fine anni 70 - suggeriva che per combattere la pervasività delle "multinazionali" servivano unità "piccole, mobili, intelligenti". Vale ancora.

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