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L'intervista

Quella sottile linea rossa

Il giudice della Corte internazionale penale dell’Aja Cuno Tarfusser sul suicidio in diretta tv di Praljak: “Su sicurezza c’è un margine di incertezza con cui convivere”.
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Una scena a effetto. Un copione studiato. Un unico ciak. L’ex comandante delle milizie croato-bosniache e criminale di guerra Slobodan Praljak è morto lo scorso giovedì (29 novembre), a 72 anni, per aver ingerito del veleno durante il processo d'appello nell’aula del Tribunale internazionale dell’Aja, subito dopo la lettura del verdetto della corte che confermava la condanna a 20 anni di carcere per i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Fra lo sconcerto degli astanti l’ex generale ha avvicinato alla bocca una piccola fiala, rovesciato indietro la testa e bevuto il contenuto. Una manciata di secondi in tutto. Poche ore dopo è deceduto in ospedale. “Una vicenda semplicemente assurda”, commenta il giudice della Corte internazionale penale dell’Aja, l’atoatesino Cuno Tarfusser. Un’indagine è stata avviata per accertare la dinamica della vicenda e ora la giustizia olandese fa sapere che la salma dell’ex generale sarà sottoposta ad autopsia.

Praljak, direttore e regista teatrale, scrittore e ingegnere, era uno dei sei leader militari e politici croato-bosniaci condannati in primo grado nel 2013 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, fra cui lo stupro e l’omicidio di musulmani bosniaci. Era a capo delle operazioni dell’Hvo, la milizia croato-bosniaca, nella zona di Mostar, ed è stato riconosciuto dal Tribunale come il principale responsabile della distruzione del Ponte vecchio, lo Stari Most bombardato dall’Hvo l’8 novembre 1993 e crollato il giorno seguente, provocando, secondo la Corte, “un danno sproporzionato alla popolazione civile musulmana della città”.
 

Slobodan Praljak ingerisce il veleno dopo aver ascoltato la sentenza del Tribunale internazionale dell'Aja

 

salto.bz: Giudice Tarfusser, da uomo di teatro, oltre che militare, il criminale di guerra Slobodan Praljak con il suicidio in diretta tv è “uscito di scena” in modo plateale. Come è potuto accadere che un imputato di un processo in un tribunale internazionale si sia procurato del veleno e lo abbia introdotto in Aula?

Cuno Tarfusser: È chiaro che qualcosa non ha funzionato sul piano della sicurezza. Introdurre un veleno, peraltro evidentemente molto potente, in un luogo come il Tribunale dell’Aja è qualcosa di semplicemente assurdo. Per me è inconcepibile che sia accaduto un fatto simile tenendo conto del modo in cui viene trattato qui da noi tutto ciò che riguarda la sicurezza.

C’è un margine di incertezza riguardo la questione sicurezza che bisogna inevitabilmente tollerare?

Senza volere attribuire responsabilità ad alcuno va riconosciuto il fatto che esiste uno spazio strettissimo, in cui tutto evidentemente è possibile, dove i controlli di sicurezza e i diritti fondamentali del detenuto entrano in conflitto. Occorre capire fin dove possono spingersi questi controlli senza ledere la dignità o i rapporti personali della persona. Il detenuto, del resto, ha il diritto ad avere un minimo di “intimità” con chi lo viene a visitare, e ha diritto ai colloqui con avvocati e collaboratori per la difesa. E questi sono momenti in cui non ci può essere una supervisione al 100%. Ma i controlli di sicurezza all’entrata del carcere sono accuratissimi, così come durante il breve trasporto fino al Tribunale e all’entrata in Aula. Tempo fa ho parlato con il responsabile della sicurezza del nostro carcere perché avevo un problema con un detenuto e mi ha illustrato tutta una serie di verifiche che venivano di consueto condotte, verifiche che all’epoca ritenevo quasi esagerate e che oggi non considero chiaramente più tali alla luce di quanto successo. 

"Esiste uno spazio strettissimo, in cui tutto evidentemente è possibile, dove i controlli di sicurezza e i diritti fondamentali del detenuto entrano in conflitto"

Secondo quanto afferma il New York Times il suicidio di Praljak è il primo in diretta tv ma il terzo di un imputato di un processo al Tribunale internazionale, gli altri due sono avvenuti nelle celle di detenzione della Corte. È così?

È la prima volta che ne sento parlare ma potrebbe essere accaduto, del resto il sistema diritto penale internazionale esiste dal 1993, certamente non ha riguardato i detenuti della corte penale. 

Dopo che l’ex generale si è tolto la vita lei ha dichiarato che “un fatto di una tale portata non può restare senza conseguenze”, cosa intende esattamente? 

Bisogna prima di tutto accertare le circostanze in cui il fatto è avvenuto e dunque capire se c’è una responsabilità precisa, non parlo di chi ha procurato il veleno e lo ha portato dentro al Tribunale, ma del fattore sicurezza all'interno della struttura. In questo caso quello spazio ristretto di cui parlavo prima deve necessariamente essere ridotto ulteriormente. 

"Lavorare qui non è semplice. Abbiamo a che fare con dei processi di grandissima portata, si è esposti costantemente a forti critiche"

Malgrado i crimini di guerra commessi l'ex generale era tenuto in alta considerazione in Croazia...

La società è ancora molto divisa, questi individui sono considerati eroi dagli uni e criminali dagli altri. Si tratta di questioni animate da forti ideologie e nazionalismi, c’è stato perciò sempre molto clamore al riguardo. Nel corso dei tanti processi, sia che gli imputati fossero assolti o condannati, le reazioni in Bosnia e in Serbia erano di giubilo o, all’opposto, venivano sollevate critiche estreme nei confronti del Tribunale.

Natasa Favo Ivanovic, uno degli avvocati di Praljak, ha messo in discussione il metodo di lavoro della Corte, al di là del singolo episodio, come risponde?

Lavorare qui non è semplice. Abbiamo a che fare con dei processi di grandissima portata, si è esposti costantemente a forti critiche. L’ultima sentenza sul processo relativo ai crimini commessi durante la guerra nella ex Jugoslavia c’è stata il 29 novembre scorso, quindi il problema sicurezza potrebbe essere risolto così, ma il punto è che si riverbera su tutti noi. Ecco perché è essenziale capire cosa sia successo.

 
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