Economia | Previdenza

Equità e pensioni

L'aspettativa di vita è distribuita in modo disuguale. Le persone con lavori scarsamente retribuiti sono penalizzate.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: Pair Pixabay

E’ uno dei motivi per cui abbiamo sempre contestato un sistema previdenziale pubblico, che aumenta automaticamente l’età della pensione. Purtroppo la Commissione europea punta da tempo su un sistema, che in maniera automatica alza l'età pensionabile in linea con l'aumento della speranza di vita media, ignorando le differenze di status sociale.

Statisticamente l'aspettativa di vita e il suo aumento sono significativamente più bassi per le persone a reddito basso, rispetto ai gruppi a reddito più alto. In Italia questo meccanismo è già stato introdotto, anche se recentemente è stato provvisoriamente sospeso. La logica che sta dietro alla scelta della Commissione è che tale automatismo esautora il Parlamento su questa delicata materia ed evita continue discussioni politiche, cosa tra l’altro poco democratica, visto gli effetti che tali norme comportano sulla società e sui progetti di vita del singolo.

Se l’obiettivo è la tutela delle persone anziane attraverso un sistema pensionistico pubblico equo, si pone inevitabilmente la domanda su come conciliare questa volontà politica con un sistema di adeguamento automatico dell’età di uscita dal lavoro sullo sfondo di un'aspettativa di vita molto disuguale. Va anche detto che la speranza di vita è aumentata molto nei decenni, ma una quota non trascurabile di questo incremento è legata alla riduzione della mortalità infantile.

Per una corretta valutazione della sostenibilità del sistema previdenziale, tra l’altro, è più importante la durata media del diritto alla pensione a una determinata età, o meglio quanti anni di vita rimangono mediamente a partire per esempio dai 65 anni in poi.Numerosi studi dimostrano che le probabilità di morte e l’aspettativa di vita, nonché la loro variazione nei decenni, si differenziano considerevolmente a seconda dello status socio-economico. Da uno studio fatto in Germania emerge che chi è nato tra il 1928 e il 1947, all'età di 65 ha un'ulteriore speranza di vita di quattro anni più alta se benestante rispetto a quelli con i redditi più bassi.

Questa differenza aumenta costantemente, con un incremento a sette anni per i nati tra il 1947 e il 1949. Quindi un pensionato di 65 anni ricco ha perciò una speranza di vita superiore di sette anni a quella del decimo più basso di reddito. Un ulteriore interessante dettaglio di questa analisi è che la probabilità di raggiungere i 65 anni è per i nati in questi anni era significativamente più alta arrivando al 90,2%, per chi aveva una vita agiata, mentre i più poveri si fermano al 75,8%. Da quanto emerge da questi dati lascia quantomeno perplessi affermare che un aumento dell'età pensionabile attraverso un collegamento automatico all'aspettativa di vita è la risposta più appropriata per la sostenibilità del sistema stesso, se non addirittura l'unica corretta, dal punto di vista dell’equità.

A parte il fatto che questo approccio semplicistico ignora la complessità dei sistemi pensionistici e non lascia spazi a eventuali strategie migliori in campo, ma si rivela del tutto inadeguato a causa della mortalità differenziale e completamente fuorviante dal punto di vista socio-politico. L'aspettativa di vita varia, infatti, considerevolmente a seconda dello status sociale per cui i gruppi più abbienti beneficiano molto di più dei vantaggi derivanti da un'aspettativa di vita più lunga rispetto ai gruppi socialmente più deboli. Ciò porta inevitabilmente alla conclusione che innalzando l'età pensionabile ai gruppi già socialmente svantaggiati, le prestazioni sociali calano maggiormente rispetto a quelli che stanno meglio, perché per redditi più bassi questa strategia comporta una riduzione del periodo "medio" di diritto alla pensione.

Ma oltre al reddito anche molti lavori producono questo effetto. Non solo chi lavorava con l’amianto – si conosce il legame tra esposizione e mortalità precoce – ma anche in tanti altri settori è necessario fare ricerche approfondite. Ci sono stati vari provvedimenti prima della sospensione di questo automatismo sui lavori usuranti, ma sembrano più rattoppi che non interventi organici, tra l’altro soggetti a interpretazioni non sempre lineari con gli obiettivi voluti dal legislatore. Gli interventi che sospendevano il meccanismo rispondono piuttosto a esigenze elettorali. Serve allora un confronto serrato che riveda tutto il pacchetto pensioni deciso in un momento di grave crisi del sistema Italia, con evidenti improvvisazioni.

Nessuno nega l’aumento della speranza di vita della popolazione e la carenza di nascite. Eppure è difficile prevedere la sostenibilità del sistema pensionistico nel medio e lungo periodo. L’aumento dei costi per la pensione potrebbe essere compensato da un numero maggiore di posti di lavoro con elevata produttività. La riduzione delle nascite potrebbe essere compensata con l’immigrazione. Sono questioni legate anche a scelte politiche e non solo socio-economiche.

Se poi bisogna aumentare l’età pensionabile serve comunque tenere conto di come garantire l’occupazione in età avanzata e come creare lungo l’arco della vita lavorativa le condizioni per essere fisicamente in grado di proseguire più a lungo. E qui torniamo da dove siamo partiti: come conciliare le differenti condizioni fisiche tra lavori poco remunerati e spesso gravosi e lavori intellettuali.

Alfred Ebner