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SALTO AFTERNOON

Il canto del rifugiato

Ogni profugo ha bisogno di coraggio: il “coraggio della goccia che cade nel deserto”. Ce ne parla il bellissimo “manuale” scritto da Velibor Čolić.
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Velibor Čolić assomiglia un po' all'attore Rutger Hauer, che nel 1988 interpretò il film di Ermanno Olmi tratto dal bellissimo racconto “Il santo bevitore” di Joseph Roth. La somiglianza non è solo fisica. Anche le pagine del libro del quale parliamo (Manuale d'esilio in trentacinque lezioni, Bompiani 2017) danzano in modo trasognato tra le vie di una città stranita (e le città qui sono molte, non solo Parigi, come nel film di Olmi, ma Rennes, Strasburgo e poi Budapest). Stavolta comunque non è l'abbraccio sempre rinviato tra la grazia di una carità inaspettata e il vizio dell'alcol a dettare la narrazione, bensì le intermittenze di una vita da rifugiato, i passi incerti che contrassegnano un destino comune a molti esseri umani.

La condizione del “rifugiato” è scolpita in vicende di piccolo contrabbando (sentimenti contrabbandati, avventure consumate in piccole stanze o, più spesso, al banco di caffè trasformati nell'ufficio sedentario di un flâneur con le scarpe rotte), con una lingua precisa e poetica:

Sono il rifugiato. Ora e domani. Qui e altrove. Sotto la pioggia o sotto il sole, d'estate come d'inverno. Davanti agli uomini e davanti alle donne. Davanti ai saggi e ai pazzi, vicino agli alberi e ai fili d'erba. In città e in campagna. Sono il rifugiato. Come in terra così in cielo.

La patria lontana, la patria in guerra (la Bosnia) e cose da raccontare a chi non le vorrebbe sentire, per distrazione o indifferenza, ma soprattutto a chi già crede di conoscerle, e ti ascolta con la compiacenza che si nutre della sicurezza dell'ospite magnanimo, mentre chi è in cerca di una nuova “patria” balbetta parole nella nuova lingua da apprendere per sopravvivere e rifondare la propria vita (e scrivere, poi, rinascendo in essa), inizialmente scontando la fatica di non poter rivelare il vero “se stesso”, restando così impigliato in una sfibrante commedia dei malintesi, perennemente in mezzo al guado tra la provenienza e l'approdo, in acque sempre insicure.

Rileggo quello che ho scritto. È senza speranza. La maggior parte dei miei autori preferiti sa trasformare una tristezza ordinaria in universale. Io no. Io sono solo un piccolo rifugiato nudo come un verme sotto un cielo ostile”. Il racconto di Čolić sa smentire la profezia autoavverantesi appena proclamata, forse perché la tristezza così ordinaria e vergognosa dell'esule ha da tempo acquistato i tratti di un dramma universale, e le parole per farlo vengono a galla dunque con spontaneità ed efficacia, trasfigurano il dolore autentico in autentica letteratura. Come in questi abbozzi di approcci mancati, nel tentativo di fare breccia nel cuore di una donna: “Sei bruna o bionda? Sono neri o blu, i tuoi occhi? Non ne so niente ma amo la luminosità profonda, ma adoro il disordine dei tuoi capelli”. Cose così, per poi tornare in camera e ricominciare a cantare, avendo la sensazione, da ubriachi, di essere più lucidi che mai: “È stupendo morire di alcolismo. Peccato che prima debba farti un po' male la testa”.

Il sottotitolo di “Manuale d'esilio” è al contempo chiaro e ingannevole. L'arte di sentirsi a casa avendone persa una non è qualcosa che può essere appreso, né in trentacinque né in cinquanta né in cento lezioni. Il manuale, da questo punto di vista, non insegna nulla, si limita a mostrare che la vicenda di un individuo azzerato dalle circostanze può fornire uno specchio prezioso alla nostra epoca, e lo fa in ogni singolo frammento, sfilato dall'ordito che stenta a riassumerlo. Un'ironia bruciante, un far capire quello che sembra impossibile far capire, e alla fine sorrisi brucianti. Ecco l'ennesima intervista rilasciata in una stanza dell'Ufficio per la protezione dei rifugiati e degli apolidi:

“Prima della guerra ero un uomo. Ora sono un'offesa”, concludo brusco. La signora dell'OPRA mi ascolta e e prende nota. “Lei è francofono?” mi chiede alla fine dell'incontro. Aspetto la traduzione e poi le rispondo in inglese: “Sì, perfettamente francofono”.

Tutto il libro è meraviglioso, da questo tutto estraggo solo una frase che mi sono appuntato come un talismano: "Il coraggio della goccia d'acqua è che osa cadere nel deserto". Tra l'essere rifugiati e l'essere semplicemente umani il confine è molto meno netto di quel che la maggior parte delle persone pensa.

 

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Velibor Čolić è nato nel 1964 in Bosnia. Nel caos della guerra civile jugoslava, l'allora giovane cronista radiofonico e scrittore di fama è forzato ad arruolarsi nell'esercito croato-bosniaco e diventa testimone della pulizia etnica, degli omicidi di massa e delle atrocità commesse nelle trincee e nei villaggi. Diserta dall'esercito nel 1992 ma viene catturato prima di riuscire a fuggire. Ripara poi in Francia come rifugiato politico e lavora in una libreria di Strasburgo. Già autore di cinque libri in serbo-croato, da allora sceglie di combattere l'estremismo e l'odio di cui solo l'umanità è capace attraverso la letteratura, facendo propria la lingua del suo esilio. "Arcangeli" è il suo primo libro scritto in francese. Seguono "Gesù e Tito" (2010), in cui rivivono come all'interno di un album fotografico le memorie di un paese smembrato; "Sarajevo Omnibus (2012), che guarda alla storia dei Balcani all'alba della Grande Guerra; la commedia nera "Ederlezi" (2014). Nel 2016 firma "Manuale d'esilio", un intenso e ironico romanzo autobiografico sulle peripezie di un giovane ambizioso costretto in poco tempo a divenire un numero tra i rifugiati e a ricominciare tutto daccapo.

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