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Comunicazione

Un nuovo linguaggio

Dall'associazione Carta di Roma un appello al nuovo governo: servono nuove parole per fermare l'odio e l'intolleranza.
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Il 2 settembre il sito Vow News, uno dei portali che si sono distinti nella diffusione delle fake news sui migranti, titola: "Di Maio riapre i porti: migranti sbarcheranno in Italia e saranno ‘ricollocati’".

Il capo politico del Movimento 5 Stelle, a margine delle consultazioni con il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, aveva detto che - a sua avviso - sarebbe stata "necessaria una revisione totale del regolamento Dublino e l’abrogazione del folle principio europeo che chi prima accoglie poi gestisce".

Vox News ha interpretato le parole di Di Maio, e lo ha fatto - con tutta probabilità - con un obiettivo: contribuire a fomentare l'odio nei confronti dei migranti, che in 14 mesi di governo Lega-M5S è stato "aizzato" anche da soggetti istituzionali, su tutti Matteo Salvini.
Nasce da queste considerazione l'appello al (nuovo e prossimo) Governo promosso dall'associazione Carta di Roma, per chiedere una vera "svolta", un cambiamento di linguaggio per fermare l’odio.

"La svolta nell’azione politica non può essere separata da una svolta anche del linguaggio istituzionale, soprattutto sul tema delle migrazioni che è tema centrale - si legge nell'appello -. Nell’ultimo anno abbiamo ascoltato e subito una comunicazione istituzionale incattivita e violenta, centrata sulla necessità di incutere paura utilizzando argomenti lontanissimi dalla realtà dei fatti. Abbiamo sentito parlare di invasione di fronte ad un calo di oltre l’80 per cento di arrivi, di aumento dei reati di fronte ai dati del Viminale che danno in calo tutti i reati, di epidemie di malattie terribili che non si sono mai verificate, di crociere di fronte ai disperati viaggi su imbarcazioni di cartone, di pacchia di fronte a persone sopravvissute a fame e guerra che spesso diventano schiave nei campi. Abbiamo assistito e subito, increduli e frastornati, al ripetersi continuo dell’individuazione di nemici cui addebitare tutte le nostre difficoltà, i nostri problemi cui, in realtà, solo la politica può e deve dare una risposta e trovare una soluzione".

Nell’ultimo anno abbiamo ascoltato e subito una comunicazione istituzionale incattivita e violenta, centrata sulla necessità di incutere paura utilizzando argomenti lontanissimi dalla realtà dei fatti

"La svolta - continua il testo dell'appello - deve essere anche e soprattutto nel linguaggio perché i cittadini italiani sono quelli che in Europa hanno la percezione più distorta dell’immigrazione. Questo è un appello alle istituzioni per l’uso di parole adeguate, che siano coerenti con la realtà, che rispondano al concetto elementare di verità dei fatti. Che i naufraghi si chiamino naufraghi, che i soccorritori si chiamino soccorritori, che la solidarietà si chiami solidarietà, che i razzisti si chiamino razzisti e non facinorosi. Che non si utilizzi più la parola clandestini per definire chiunque arriva dal mare. Che l’odio non sia più un messaggio legittimo da diffondere attraverso il linguaggio politico, e, soprattutto, attraverso il linguaggio istituzionale".

Oltre all'associazione Carta di Roma, tra i promotori dell'appello ci sono A buon diritto, Acli, Amnesty Italia, Amref, Arci, Asgi, Cospe, Lunaria, Medici Senza Frontiere Italia, SIMN (Scalabrini International Migration Network) e UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), ma anche Carlo Verna, presidente dell'Ordine dei giornalisti.

"L’appello che lanciamo oggi ha lo scopo di provare a curare una ferita profonda che in questo ultimo anno il linguaggio di odio ha inferto alla autorevolezza della comunicazione istituzionale e alla verità dei fatti - scrive in un editoriale Valerio Cataldi, presidente Associazione Carta di Roma -. La leva dell’intolleranza e dell’ostilità poggia sulle parole che deformano la realtà e costruiscono una percezione distorta dei fatti. Parole come invasione, pacchia, crociera, parole chiave che la comunicazione istituzionale ha adottato come proprie. Cambiare linguaggio significa chiamare le cose con il proprio nome". 

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