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Testimonianze

L'incubo dei sopravvissuti

Il viso dell'alieno feroce oppure della stella cadente era quello della donna e dell'uomo accanto, dei vicini di casa, dei cittadini comuni.
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            Canto 26. Inferno. Chi sta pronunciando a stento i versi è incredulo della sua stessa memoria. È il numero 174 517, un Untermenschen. Chi lo sta ascoltando è un suo contemporaneo francese. Dice di chiamarsi Pikolo. Ha guadagnato la protezione del kapo, perciò, apparentemente, è meno intimidito degli altri. Mentre stanno ritirando un rancio a un chilometro di distanza sembrano due involucri gialli a strisce, di cui uno, in francese, chiede all'altro di voler sentire qualche cosa in italiano. Glielo ha chiesto con una certa passione. Hanno poco tempo, tra un po' si metteranno in fila ognuno con la sua gamella in mano, in attesa della distribuzione sacra della zuppa. Qualche parola, veloce, in fretta. La terra che calpestano odora di catrame e vernice, e all'italiano, al numero 174 514 d'un colpo vengono in mente i versi dell'inferno, l'Ulisse. Si sente un miracolato, è la prima occasione in cui si sente di nuovo umano e, mentre cerca accuratamente di non inciampare sulle le sue stesse ciabatte di legno, cerca con altrettanta accuratezza di tradurre verso dopo verso l'intero canto. Articola una strofa e poi si adopera per trovare le parole più appropriate in francese, fino a quando si ferma non ricordando che questo:

Acciò che l'uom piu oltre non si metta

È la mattina piu mirabolante della sua vita, sicché una fiacca speranza le si accende fortuitamente nel cuore e lo fa sperare che la poesia, la memoria della bellezza, lo possa fare rimanere umano fino ad un certo punto della sua morte vivente. Forse lui non è come crede, una porzione indistinta della massa grigia che riempie in silenzio il lager come una nuvola opaca di cavallette. Quando arrivano davanti alla fila, e una voce annuncia che “oggi la zuppa è di cavoli e rape”, il numero 174 514 pronuncia l'ultimo verso:

Infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso

Leggere “Se questo è un uomo” di Primo Levi, per quanto può provocarti profonde ferite rappresenta indubbiamente un atto di rispetto e di salvaguardia verso l'umanità. Chi lo ha scritto non lo ha inventato e non ha potuto cambiare il destino feroce dei personaggi. Un ragazzo di ventiquattro anni che viene trascinato dalla Val D'Aosta, assieme ad altri 650 ebrei, donne e uomini, stipati su un treno merci, diretto verso il campo di sterminio di Auschwitz III in Polonia, Buna-Monowitz. Da neolaureato a creatura inerme, incredula, nuda, rasata e tatuata, aspettando la sua divisa a strisce tra altri nudi, rasati e tatuati. Chi oggi è sopravvissuto ha la sensazione di aver partecipato ad un film dell'orrore, oppure ad una dramma futurista, in cui però tutto succede per davvero. La morte, le sevizie, la fame, il freddo, il campo vasto e funebre. È dovuto a questo il fatto che molti dei sopravvissuti dopo le prime testimonianze, si siano chiusi in un guscio da cui non sono più usciti. È il caso del bambino Luigi Ferri. A 11 anni fu arrestato e deportato ad Auschwitz. Uno tra i pochi sopravvissuti che, dopo aver testimoniato, si è perso nel niente. Se è ancora vivo avrà 85 anni, ma il mondo avrà scolpito nella memoria il suo bel viso mentre mostra il suo braccio con il numero sopra-tatuato. Per lui come per tutti è stato un incontro illegittimo con l'inferno umano. Toccare lo stagno umano e essere costretto a testare la stanza degli orrori è stato un inganno barbaro. Non furono degli alieni gli esecutori di questa carneficina immane e non fu una stella cadente schiantata sventuratamente sul suolo terrestre. Il viso dell'alieno feroce oppure della stella cadente era quello della donna e dell'uomo accanto, dei vicini di casa, dei cittadini comuni. Oggi mentre descrivono meticolosamente episodi atroci può essere che d'un colpo temano per noi, temano la nascita dei nuovi kapò, nuove SS, nuovi super uomini.

“Su chi cadrà un giorno lo stesso colpo che ora si vuole assestare agli ebrei, se non su noi stessi? Dopo che gli ebrei si sono perfettamente integrati, contribuendo ad accrescere la ricchezza della Germania, se si vuole eliminare la loro presenza ciò porterà necessariamente alla distruzione dei valori tedeschi e del nostro carattere morale”.

È un frammento della lettera inviata a Hitler da Armin T.Wegner, un fotografo coraggioso tedesco, che tra il 1914 e il 1915, come sottotenente del Corpo sanitario tedesco ha assistito alle marce della morte del popolo armeno, di circa 1.5 milioni di persone, condannate dall’ideologia nazionalista della purezza della razza del governo dei Giovani Turchi.

Un sogno ricorrente tormentava Primo Levi mentre si sforzava di raccogliere come poteva le sue ossa dentro la cuccetta che condividevano in due. Sognava se stesso circondato da amici, dalla sorella, a casa sua, “un godimento intenso, fisico” , mentre raccontava le oscenità subite. Successivamente si accorgeva di non essere seguito, gli amici parlano tra di loro, e ad un certo punto la sorella si alzava e se ne andava via senza salutarlo. Dopo aver parlato con gli altri deportati ha scoperto che era l'incubo di tutti, un incubo comune: tornare finalmente a casa e cercare con tutti i modi di raccontare e raccontare minuziosamente tutto. Anche questi si accorgevano di non essere creduti e di nuovo venivano svegliati dalle sirene del lager.

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Kielce, 40 ebbrei uccisi

L'incubo degli internati era premonitore? Nel 4 luglio del 1946, nella città polacca di Kielce, 40 ebrei polacchi furono massacrati e 80 feriti. Tutti erano sopravvissuti all'Olocausto. In seguito ad una voce secondo la quale “alcuni ebrei avevano rapito un bambino per usarne il sangue”, nell'indifferenza delle forze dell'ordine, furono prelevati e uccisi quelli che erano presenti nei treni di passaggio nella stazione ferroviaria. Spesso e volentieri i sopravvissuti non furono presi sul serio, benché in tanti, immediatamente dopo il loro ritorno, avessero scritto le loro memorie. Difficilmente trovarono case editrici disposte a pubblicare i loro quaderni. Lo stesso destino fu riservato a “Se questo è un uomo” di Levi. Einaudi rifiuto la pubblicazione nel 1947, cosa che costrinse Levi a pubblicare con la piccola casa editrice Francesco De Silva. Emarginati nel loro rammarico solo negli anni novanta qualcosa è cambiato. Cinema, libri, documentari infiniti, ma mai abbastanza. Gli anni stano passando, e i sopravvissuti si stano spegnendo uno dopo l'altro. I lori visi candidi, il loro sguardo triste che implora memoria e rispetto vogliono tenerci in guardia. Per quei pochi rimasti in vita sarà stata come una seconda profanazione, quando il primo febbraio scorso, 73 anni dopo l'olocausto, 72 anni dopo il Progrom di Kielce, la Polonia ha approvato la legge che fissa una pena fino a tre anni di carcere per chiunque accusi il paese di complicità con i crimini nazisti o si riferisca ai campi di sterminio nazisti definendoli polacchi.

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Il massacro di Srebrenica 

È vero che i musulmani bosniaci sono originariamente serbi, Ma si tratta soltanto di materia geneticamente deforme che abbracciava islam (…) i matrimoni misti portano a uno scambio di geni tra gruppi etnici e da questo si arriva a una degenerazione del concetto di nazione serba”. La mittente è Biljana Plavšić. Donna bella e colta, biologa e ex-presidente della repubblica serba di Bosnia. Stiamo parlando del massacro di Srebrenica, oltre 8000 serbi bosniaci musulmani trucidati, davanti agli occhi indifferenti del ONU, in una zona “protetta” dal contingente olandese dell'UNPROFOR. Qui la testimonianza di un giovane serbo condannato all'ergastolo per 16 stupri e 32 omicidi: “Un giorno il capitano Boro ci ha detto che potevamo andare al motel Sonja a violentare un po' di ragazze, che era bene per il morale(...) un tipo ha detto a una ragazza di uscire. Si chiamava Amela,era bella.(...) lo abbiamo violenta tutti e quattro. Poi ci hanno detto:”ora lo potete ucciderla, non abbiamo piu bisogno di lei”. Cosi l'abbiamo portata sul monte Zuc. Ho preso la pistola e le ho sparato un colpo sulla testa”. Secondo il parere di Biljana Plavšić tutto questo era logico perché “loro, i musulmani amano vivere uno sopra l'altro,noi serbi abbiamo bisogno di spazio.” Per lei solo 11 anni in un carcere svedese e al suo arrivo a Belgrado è stata accolta da molti come un'eroina.

Biljana Plavsic
Biljana Plavsic

A che scopo è valsa la testimonianza dei sopravvissuti, le umiliazioni e gli stupri? I test repellenti sui corpi vivi privi di anestesia? Le cavie dei rom e sinti, le membra dei gemelli buttati nell'acido o nel fiume? Milioni di umani in attesa di essere bruciati vivi, nudi, tremanti e ammutoliti. Anziani, nonni e genitori, bambini e malati senza porre la minima resistenza. Il peggior incubo di Levi, di non essere creduti per poi cadere nello stesso limbo della miseria umana:                                       

 Infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso

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Ritratto di Oskar Egger

Brava!

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